PREMERIATO, SEGRE: “ASPETTI ALLARMANTI. NON POSSO TACERE” da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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PREMERIATO, SEGRE: “ASPETTI ALLARMANTI. NON POSSO TACERE” da IL MANIFESTO e IL FATTO

Premierato, Segre: «Aspetti allarmanti. Non posso tacere»

La senatrice a vita interviene in aula e boccia il ddl Casellati contro il rischio autocrazia

Kaspar Hauser  15/05/2024

Che Liliana Segre avrebbe fatto nell’Aula del Senato un intervento sul premierato all’insegna della franchezza era trapelato. Ma lo spessore morale della senatrice a vita, chiamata a Palazzo Madama dal presidente Mattarella, ha reso gli argomenti espressi ieri contro il ddl Casellati come macigni in grado di seppellire il testo, anche di fronte all’opinione pubblica se il centrodestra volesse correre verso il referendum.

Liliana Segre

Illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare e drastico declassamento a danno del presidente della Repubblica
LA CRONACA DELLA GIORNATA è iniziata ieri mattina sulle pagine del Corriere della Sera, dove il prof Angelo Panebianco ha invitato la maggioranza a modificare il ddl sul premierato elettivo accettando le migliorie ( ballottaggio, voto degli italiani all’estero, ecc) indicate da una serie di costituzionalisti e studiosi. Per rafforzare il suo ragionamento Panebianco ha attaccato «l’opposizione intransigente dei soliti noti, quelli che ’non si tocca la Costituzione nata dalla Resistenza’». Un colpo al cerchio e uno alla botte nella speranza di farsi sentire dal centrodestra.

Nel pomeriggio in Senato è ripresa la discussione generale sul ddl Casellati, fase che dovrebbe chiudersi domani mattina. E qui l’intervento della senatrice Segre, prima ancora degli argomenti, ha mostrato una lucidità politica sullo stato del dibattito: la maggioranza è chiusa nel patto Lega-Fdi su autonomia e premierato, e quindi è sorda a qualsiasi istanza estranea a tale accordo. Un punto che Panebianco non ha ancora capito. Di qui la scelta di Segre della franchezza, resa ancora più forte dal sul tono pacato.

«IL TENTATIVO DI FORZARE un sistema di democrazia parlamentare introducendo l’elezione diretta del capo del governo», ha detto Segre, comporta «il rischio di produrre un’abnorme lesione della rappresentatività del parlamento, ove si pretenda di creare a qualunque costo una maggioranza al servizio del Presidente eletto, attraverso artifici maggioritari tali da stravolgere al di là di ogni ragionevolezza le libere scelte del corpo elettorale». «Infatti, l’inedito inserimento in Costituzione della prescrizione di una legge elettorale che deve tassativamente garantire, sempre, mediante un premio, una maggioranza dei seggi a sostegno del capo del governo, fa sì che nessuna legge ordinaria potrà mai prevedere una soglia minima al di sotto della quale il premio non venga assegnato».

Insomma una «illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare». «Ulteriore motivo di allarme – ha insistito Segre – è provocato dal drastico declassamento che la riforma produce a danno del Presidente della Repubblica». «E la preoccupazione aumenta per il fatto che anche la carica di Presidente della Repubblica può rientrare nel bottino che il partito o la coalizione che vince le elezioni politiche ottiene, in un colpo solo, grazie al premio di maggioranza». «Ciò significa che il partito o la coalizione vincente – che come si è visto potrebbe essere espressione di una porzione anche assai ridotta dell’elettorato – sarebbe in grado di conquistare in un unico appuntamento elettorale il Presidente del Consiglio e il governo, la maggioranza assoluta dei senatori e dei deputati, il Presidente della Repubblica e, di conseguenza, anche il controllo della Corte Costituzionale e degli altri organismi di garanzia. Il tutto sotto il dominio assoluto di un capo del governo dotato di fatto di un potere di vita e di morte sul Parlamento». E poi la chiusa impietosa: «Non tutto può essere sacrificato in nome dello slogan ’scegliete voi il capo del governo!’ Anche le tribù della preistoria avevano un capo, ma solo le democrazie costituzionali hanno separazione dei poteri, controlli e bilanciamenti, cioè gli argini per evitare di ricadere in quelle autocrazie contro le quali tutte le Costituzioni sono nate».

LA PREMIER Giorgia Meloni, a fronte delle argomentazioni di Segre non ha saputo far altro che ribadire che si va avanti a testa bassa verso il referendum: «Non è un referendum sul presente, vedo sempre tirare per la giacchetta il presidente della Repubblica ma nel 2028 saremo anche verso la fine del mandato di Sergio Mattarella, è una riforma che guarda al futuro».

Revisione Pnrr, così il Sud esce sconfitto dalla redistribuzione

 FQ  15 MAGGIO 2024

I ministri del governo Meloni si congratulano tra loro per l’ultima edizione della relazione periodica della Corte dei Conti sull’attuazione del Pnrr. Le Sezioni riunite segnalano sì il raggiungimento di tutti gli obiettivi europei di fine 2023 e gli “elevati risultati di avanzamento di quelli con rilevanza nazionale (84%)”, come pure il fatto che nel primo semestre 2024 si veleggia “in linea con la programmazione“. Ma solo il 16,2% delle milestone e target risultava già completato e nei trasporti a marzo il tasso medio di realizzazione era del 17% per le infrastrutture e dell’8% nei trasporti, a fronte del 37% per le 51 misure e sottomisure analizzate dalla magistratura contabile. Ma la strategia seguita sinora per il Pnrr sta per creare enormi problemi al Sud.

Lo attestano due analisi sulle disparità territoriali causate dalla revisione del Pnrr accordata dalla Ue. Una, preparata dall’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), mostra la creazione di nuovi squilibri territoriali a danno del Mezzogiorno. Secondo l’Ance, dal Pnrr sono stati totalmente definanziati 45.630 progetti per 9,74 miliardi e altri parzialmente definanziati per 5,48 miliardi. Tra i primi, in valore il 43% è al Nord, il 20% al Centro e il 37% al Sud. Ma tra i secondi il valore parzialmente definanziato al Mezzogiorno è di 3,17 miliardi contro 1,47 al Nord, il 58% a fronte del 27. Dunque in totale il 45% dei definanziamenti colpirà il Sud. Inoltre i tagli al Sud possono salire ancora sino alla metà dei progetti. Un allarme che trova conferma, come segnala OpenPolis, anche in un report del Servizio studi della Camera: dal definanziamento totale o parziale degli investimenti del Pnrr il governo ha recuperato circa 22,2 miliardi. L’esecutivo Meloni ha affermato che i progetti fuoriusciti dal Pnrr saranno realizzati ugualmente con fondi nazionali. Ma i fondi recuperati dallo stralcio dei progetti saranno in gran parte rendirizzati verso incentivi alle imprese, la maggior parte delle quali è collocata al Nord, determinando un ulteriore allargamento della forbice con la situazione del Sud. Alla faccia della decisione di devolvere al Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse del Pnrr per cercare di ridurne il divario col resto del Paese.

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