PER COSA VOTIAMO? I TANTI PARADOSSI DELLA POLITICA da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PER COSA VOTIAMO? I TANTI PARADOSSI DELLA POLITICA da IL MANIFESTO e IL FATTO

Per cosa votiamo? I tanti paradossi della politica

LE AMBIGUITÀ DEI VERDI. Nel Parlamento europeo le famiglie “partitiche” transnazionali configurano equilibri che rischiano di non riflettere le preferenze degli elettori

Filippo Barbera, Nicola Melloni  05/07/2024

Nel Parlamento europeo le famiglie “partitiche” transnazionali configurano equilibri che rischiano di non riflettere le preferenze degli elettori. Ciò è tanto più vero nel caso di meccanismi di formazione del consenso fortemente dipendenti da “single issue voters”, cioè elettori ed elettrici che hanno votato soprattutto per una questione specifica o che sono stati attratti da candidati molto riconoscibili, vuoi per posizione pubblica, vuoi per biografia personale. Se pensiamo, per esempio, alla composizione del gruppo dei Verdi europei non possiamo non notare la presenza di eletti appartenenti a partiti la cui linea politica contraddice quella del sottogruppo più forte, cioè i verdi tedeschi. Il punto non può essere del tutto ignorato, specie se le questioni dirimenti e che hanno indirizzato il voto si richiamano reciprocamente. La singola istanza “verde” non è sufficiente.

Il problema assume una portata anche maggiore quando gli eletti, che comunque fanno riferimento a un programma univoco del partito di appartenenza, si dividono tra gruppi parlamentari che sono in contraddizione palese su temi cruciali. Il gruppo verde europeo, appunto, è unito dalla sacrosanta centralità del tema ambientale, ma è invece molto ambiguo, fluido si potrebbe dire, sui temi di politica internazionale.

Per esempio, la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock è stata in prima fila nel sostegno, per lunghi mesi largamente incondizionato, a Israele. È anche una esponente di punta di un governo che si è distinto nella repressione del dissenso pro-Palestina, che ha messo a repentaglio diritti democratici che un sistema liberale dovrebbe dare per scontati, dalla libertà di espressione a quella di manifestazione – fino alla notizia, riportata pochi giorni fa – che gli immigrati in Germania richiedenti cittadinanza dovrebbero dichiarare come condizione necessaria il diritto di Israele ad esistere.

Le cose non vanno meglio, anzi, per quel che riguarda la guerra in Ucraina. I Verdi tedeschi sono senza dubbio il partito della coalizione tedesca che più spinge per il sostegno militare all’Ucraina, come infatti riportato da il manifesto qualche mese fa. E d’altronde il problema non sono solo i Verdi tedeschi, se lo stesso “Manifesto dei Verdi” è molto chiaro sul continuare ad armare Kiev perché – si sostiene – è attraverso la difesa armata dell’Ucraina che passa la sicurezza europea. Temi, questi, che rimandano a un posizionamento politico più ampio, se pensiamo che il gruppo dei Verdi era più che interessato a entrare nella maggioranza Ursula. Un’alleanza davvero lontana da quanto sostengono, per esempio, i Verdi italiani. Dal punto di visto politico, sarà interessante capire come e quando queste distanze si faranno sentire ed, eventualmente, saranno affrontate nel discorso pubblico.

Il punto in parola non riguarda certo le posizioni dei singoli o casi specifici, quanto la presenza di famiglie politiche europee che sono ormai obsolete rispetto alle dinamiche nazionali. Ciò è particolarmente vero per un gruppo come quello dei Verdi che, pur nascendo da posizioni politiche radicali, soprattutto sulla guerra, si tende a caratterizzare a livello europeo per il solo tema ambientale. Si tratta certamente di un tema centrale, se non decisivo per il futuro dell’intero globo, ma che se isolato da un quadro di priorità più generale lascia troppi spazi di ambiguità su altre dirimenti questioni.

I Verdi hanno avuto un ruolo centrale nel ridefinire l’agenda pubblica e non può esistere una forza di sinistra che non combatta anche lo sfruttamento delle risorse naturali, non diverse da quelle umane, legate ad una logica di profitto a tutti i costi e di mercificazione incipiente, con quel che ne consegue per clima e biodiversità. E dall’altra parte, come recita un vecchio adagio, l’ambientalismo senza socialismo è solo giardinaggio. La composizione e ricomposizione di queste tematiche – a cavallo tra i partiti nazionali e le alleanze europee – è uno dei temi da affrontare in un quadro di politica multi-livello, non dimenticandosi che il consenso politico, se vuole essere durevole, richiede la costruzione e l’attuazione di un quadro di coerenza generale tra le singole questioni.

“Sì al M5S: ha rotto col passato. La vostra sinistra va rifondata”

MANON AUBRY, PRESIDENTE “THE LEFT” – In Francia. “Fermiamo Bardella, poi governo di minoranza senza Macron”

 RICCARDO ANTONIUCCI  5 LUGLIO 2024

Manon Aubry, ieri avete accolto il Movimento 5 Stelle nel gruppo della sinistra europea, ma con un periodo di sei mesi come “osservatori” . Perché?

Il periodo servirà a lavorare alla convergenza politica con il M5S, il loro status di membri sarà confermato dopo. Abbiamo già molti punti in comune, da rifiuto delle regole di bilancio europee e dell’austerità, alla lotta contro le disuguaglianze sociali, per servizi pubblici e per la pace. Vediamo una chiara rottura con il loro passato, confermata dai nostri membri di Sinistra italiana. Il Movimento sembra determinato a lottare contro l’estrema destra al potere in Italia.

In Francia avete fatto il Nuovo fronte popolare, in Italia i progetti di campo largo finiscono per snaturare le forze politiche . È stato lo spavento per Le Pen a unirvi?

In Francia è che la gauche è arrivata al potere con l’elezione di François Hollande all’Eliseo ed è stata tradita. Così si è autodistrutta ed è scomparsa. Noi l’abbiamo ricostruita, con Jean-Luc Mélenchon e La France Insoumise. L’abbiamo fatto con un programma di rottura, una base radicale per non riprodurre gli errori del passato. In Italia, con il Partito democratico non è successo: almeno fino all’arrivo di Elly Schlein, era un partito socialista liberale. La differenza è forse che da voi il processo di dissoluzione della sinistra non è ancora terminato, quindi la ricomposizione non può cominciare.

Anche nel Nfp vi dividono temi come la guerra in Ucraina, Israele e Palestina…

Quello che ci unisce è più di quello che ci divide. In politica internazionale è la linea della pace a unirci. Sull’Ucraina, il nostro punto di equilibrio è stata la condanna ferma dell’invasione russa, il sostegno logistico all’Ucraina ma anche l’impegno a instradare il conflitto verso la pace.

La strategia della “desistenza” tra il Nfp ed Ensemble di Macron porterà a una collaborazione in parlamento per cercare una maggioranza?

Non faremo mai un’alleanza con i macronisti. Come potremo governare con chi ha condannato i francesi a lavorare due anni in più, attuato politiche di tagli brutali del welfare, fatto regali ai ricchi e rinunciato alle ambizioni climatiche? Non governeremo mai con Macron. Il nostro primo obiettivo è impedire a Jordan Bardella di diventare premier. Se riusciremo, l’alternativa di governo sarà il Nfp.

In che modo pensate di governare senza i numeri?

Bardella ha detto che senza maggioranza assoluta non vuole governare. A quel punto l’unica strada sarà costruire un governo attorno al Nfp. Un governo di minoranza che cerchi di volta in volta maggioranze su singoli progetti di legge. Su temi come la sanità pubblica e la tassazione dei dividendi delle imprese ci riusciremo. Su altri, come l’abolizione della riforma delle pensioni, chiederemo un referendum. La possibilità esiste, anche tecnicamente, significherebbe avere finalmente una democrazia matura in Francia.

Macron vi darebbe l’incarico di formare un governo? È Stato notato che il Nfp non ha un candidato premier.

Per le legislative non è previsto che si indichi un candidato premier. Alle elezioni del 2022 i francesi hanno votato il partito di Macron ma nessuno sapeva che poi il premier sarebbe stato Edouard Philippe. Nell’Nfp abbiamo tante ottime scelte come premier e Macron non avrà alternative a darci l’incarico: o noi o Bardella.

Non pensa che cercherà di dividere il Nfp e attirare a sé la sinistra più moderata del socialista Glucksmann?

Era la strategia di Macron fin dall’inizio, non sarebbe una novità. Ma finora ha fallito, siamo rimasti uniti.

Cosa vi terrà uniti dopo il voto? Le divisioni esistono e sono emerse…

La nostra unità è il programma. Abbiamo concordato oltre 150 misure da attuare una volta arrivati al governo. Capisco che può suonare old fashion, ma è l’unico modo che abbiamo per gestire un’alleanza, e l’unico modo che avremo di cercare maggioranze in parlamento. Voteremo insieme sulle tasse per abolire la riforma delle pensioni e energie rinnovabili. Abbiamo una base comune fondamentale, perché partire da quello che ci divide se abbiamo tante cose da fare insieme prima?

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