NESSUNO PER TUTTI, OGNUNO PER SÉ da FRONTIERE
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NESSUNO PER TUTTI, OGNUNO PER SÉ da FRONTIERE

Nessuno per tutti, ognuno per sé. E l’inverno sta arrivando.

25 Ottobre 2022 by Gimmi Santucci

La prosperità del tutto immaginaria che qualche sognatore indefesso vorrebbe imporsi di vedere, non è altro che sopravvivenza derivante da tre fattori chiave: la facilità di accesso al credito, la svalutazione salariale, l’energia a basso costo.

Dopo il 2008, le procedure bancarie hanno invertito registro. Il suq finanziario per imprese più abili a comprare denaro a debito che a produrne a reddito, ha chiuso i cancelli. La crisi dello spread del 2011 ha ridimensionato la propulsione dei consumi interni con manovre di austerità volte a incrementare di nuovo le esportazioni. Il tracollo bancario statunitense è arrivato in Europa sotto due aspetti: la tossicità dei derivati dentro uno dei più grandi istituti del continente, Deutsch Bank e la allucinante direttiva europea sul “bail in”, quell’abominio per cui ogni banca si salva per conto proprio a spese di correntisti e finanziatori diretti. A completare l’idilliaco scenario si sono aggiunti i nuovi parametri di assetto imposti dai regolamenti detti “Basilea” e i meccanismi di valutazione e cessione dei crediti incagliati, i cosiddetti Non Performing Loans (NPL).

Così è finito il credito facile e a basso costo.

La certezza, tra i tre pilastri di sopravvivenza suddetti, resta la deflazione salariale. Tra jobs act, livelli di disoccupazione imposti da lambicchi comunitari, logistiche globali saltate, domanda in costante contrazione, il lavoro non gode di ottima salute. Quindi non c’è rischio che debba essere remunerato di più. In Italia gli stipendi non crescono da decenni.

Il terzo pilastro è l’energia a basso costo. Si è consumato in breve come una matita nel temperino.

L’Italia ha ricevuto il primo affondo con il rovesciamento di Gheddafi in Libia. L’Eni, nostro vero Ministero degli Esteri insieme con il Vaticano, aveva raggiunto una posizione di controllo e di equilibrio in Africa mediterranea. Petrolio e gas erano abbondanti e coprivano parte del nostro fabbisogno in alternativa al principale fornitore europeo: la Russia.

Le riforme del lavoro Hartz IV, un debito pubblico sapientemente gestito (e dissimulato) nelle pieghe federali dei Landes, la totale complementarità all’azione politica della Kfw, ovvero la loro Cassa Depositi e Prestiti, un Marco mai del tutto dimenticato, il carbone sempre disponibile e mai dismesso, hanno concorso a consolidare una Germania sempre più orientata all’arrembaggio commerciale. Ma l’ingrediente speciale del pasticcio mercantilista e mercatista sarebbero stati gli idrocarburi russi acquistati a basso costo con contratti a lungo termine. Produrre a costi i più bassi possibile, affidarsi al Mercato con la garanzia di offrire prezzi competitivi. La Merkel, espressione di un’élite poco politica e molto tattica quali i De Mazieres, di un’aristocrazia industriale con i volti dei Salm Salm, degli Opel, dei Thyssen tra i vari, ha implementato questo corso arrivando a raddoppiare la linea di approvvigionamento diretta dalla Russia, il famigerato North Stream 2.

Nel frattempo si levavano le prime dissonanze della monolitica sinfonia produttivista: il millenarismo ambientale e la riforma del mercato energetico. I borborigmi ideologici di una tecnocrazia senza visione, autoreferente perché del tutto autopoietica, hanno indotto gli stati membri dell’Unione a mutuare l’impostazione inglese che separava i soggetti dei vari stadi di approvvigionamento, produzione e distribuzione. Si sono frammentati e moltiplicati i compratori di idrocarburi per favorire la competitività dei prezzi, fino all’ultimo mefitico singulto di una borsa di scambio del gas controllata da Intercontinental Exchange, la società che dal 2013 controlla anche la Borsa di New York, in cui si negozia la quantità di gas di un accendino ma si determina il prezzo per tutta l’Europa.

L’incalzare della tematica ecologista ha portato l’Unione Europea a dichiarare e sancire ufficialmente un impiego dimezzato di fonti fossili entro il 2030 con il “Fit for 55”. Questo ha significato per i produttori in causa l’abbandono di investimenti e la conseguente crisi di fiducia. Da un anno abbondante, i prezzi sono cominciati a salire, complice la certezza che non esiste fonte rinnovabile che possa sostituire e coprire il fabbisogno continentale. Il caro energetico e le falle post pandemiche della produzione delocalizzata e della logistica sempre più ingolfata, hanno innescato la dinamica inflattiva che tanto e tanti sgomenta.

Cosa poteva mancare in questo scenario già sfavorevole? Una guerra, diamine! Che noi non combattiamo direttamente sul campo, ma sosteniamo con contributi all’Amico e con sanzioni al Nemico. Nell’epoca delle polarizzazioni assolute, dove “noi” e “gli altri”, “buoni” e “cattivi”, i “sì qualcosa” e “no qualcosa” sono estremi opposti e inconciliabili, dove non è ammessa alcuna espressione intermedia e nessun distinguo, il Nemico è di nuovo la Russia. E senza alcuna alternativa verificata, diamo il ben servito al nostro principale fornitore di combustibile, mentre le sanzioni applicategli per stroncarlo stanno stroncando noi.

Non solo sono venuti a mancare i fattori che hanno mascherato la fragilità dell’architettura unionista, ma manca proprio l’energia.

Ci siamo impoveriti, perché i salari non crescono da decenni e le politiche di austerità hanno bloccato gli investimenti pubblici, abbiamo deindustrializzato tra delocalizzazioni e discutibili scelte di Investimenti Diretti Esteri, siamo reduci da un crollo del PIL e da restrizioni e fardelli dovuti agli anni del CoVid, siamo in una impasse tra necessarie espansioni di bilancio per contrastare la recessione e urgenti politiche monetarie per arginare l’inflazione che, ripetiamolo, non è quella consueta da eccesso di domanda e di circolo di massa monetaria. Alcune merci potranno anche scarseggiare o essere di produzione meno istantanea ma, quel che è peggio, sono difficilmente distribuibili. Mentre i combustibili ci sono, sono abbondanti e vengono venduti ad altriperché noi abbiamo deciso di rinunciarvi in nome di un moralismo precotto. Lo stesso che ci ha fatto accettare la compressione del Diritto e del buon senso per scongiurare una Morte più narrata che effettiva, lo stesso che impone di sostenere l’esorbitare dei prezzi a chi è già povero e a chi sta per diventarlo, ma in nome di una giustizia eletta universale per puro processo mediatico.

L’Unione Europea si è rivelata inconsistente in ogni momento in cui sarebbe servita. Addirittura le sue scelte hanno danneggiato i singoli Stati membri. Quelli che hanno saputo esprimere una capacità di forza e di determinazione sovrana agiscono nel proprio interesse. L’Italia, pur essendo nominalmente il terzo contributore netto e il secondo produttore manifatturiero, per colpa di traditori, servi sciocchi, l’asservimento a qualsiasi umore estero e l’inspiegabile autorazzismo che ci connota, è vittima di strategie anglo atlantiche distruttive che a trent’anni dal loro innesco cercano la detonazione definitiva che sempre a Draghi si affida, è in balia di una borghesia “vendidora” che cerca la salvezza oggi promettendosi alla supremazia teutonica o alle mire  francesi.

Eccoci: poveri, fiacchi, traditi e, stando così le cose, senza energia per l’inverno, neanche strapagata. Altro che maglioni pesanti, pasta a fuoco spento e doccia in due. Se non intervengono stravolgimenti radicali, ci sarà buio, paralisi e un bel po’ di odio l’un per l’altro.

Con buona pace di chi vuole credere a tutto, di chi si adegua a qualsiasi istanza imposta, di chi spera di abitare paesi inesistenti e mondi sognati.

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