NEGOZIATI SEGRETI MOSCA-KIEV da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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NEGOZIATI SEGRETI MOSCA-KIEV da IL FATTO

Negoziati segreti Mosca-Kiev alle spalle di Zelensky e Biden

IL PULITZER HERSH – “Il fronte diventerà confine”

 GIAMPIERO CALAPÀ  3 DICEMBRE 2023

Alti diplomatici americani, coperti dall’anonimato, hanno rivelato al premio Pulitzer Seymour Hersh che la pace tra Russia e Ucraina non sarebbe più un miraggio. Ma che, per ottenerla, la diplomazia americana avrebbe tranquillamente scavalcato la Casa Bianca, con un Joe Biden sempre più costretto all’angolo, e – soprattutto – che dalle parti di Kiev sarebbero pronti a sacrificare Zelensky per giungere a meta.

Un funzionario americano in particolare ha riferito a Hersh – come il giornalista scrive sulla piattaforma Substack –: “A Zelensky è stato fatto capire che non sarebbe stato lui, ma i militari a risolvere questo problema e che i negoziati sarebbero continuati con o senza di lui”. Non solo, gli sarebbe addirittura stato detto: “Se necessario, pagheremo il tuo viaggio ai Caraibi”, riferisce lo stesso funzionario a Hersh.

I colloqui sarebbero già in corso, portati avanti da due tra i più importanti generali di entrambi gli eserciti, Valery Gerasimov della Russia e Valery Zaluzhny dell’Ucraina. Il presidente russo Putin starebbe a guardare lasciando carta bianca al militare, l’ucraino avrebbe alle sue spalle l’appoggio della diplomazia americana e di gran parte del potere ucraino, ormai pronto a scaricare il proprio presidente.

Quali sarebbero i contenuti di questi negoziati? Il prezzo da pagare per ottenere la pace con la fine del conflitto russo-ucraino? Hersh scrive: “Si sta discutendo la questione della possibile fissazione dei confini lungo l’attuale linea del fronte con il mantenimento della Crimea e di diversi territori ripresi dalla Federazione russa e, in cambio, si sta valutando l’opzione secondo cui Kiev potrebbe aderire alla Nato, ma con l’impegno che l’Alleanza non stanzierà lì truppe o armi offensive”.

I segnali che l’astro di Zelensky sia ormai al tramonto arrivano anche da dentro casa, dove evidentemente si cerca una via d’uscita: la first lady ucraina, Olena Zelenska, ha confidato in un podcast prodotto dall’Economist di non volere che il marito, Volodymyr Zelensky, si candidi per un nuovo mandato come presidente: “Non voglio che sia presidente per il prossimo mandato o per i prossimi due mandati, dobbiamo trovare qualcosa di nuovo da fare in questa vita e siamo abbastanza creativi da trovare un’attività interessante. Dopo la guerra la nostra famiglia sarà di nuovo insieme. Vivremo insieme, con mio marito e i miei figli. Sempre. Faremo una vacanza, andremo da qualche parte, non so nemmeno dove, ma insieme, tutti e quattro, questa vacanza sarà lunga e dopo penseremo a cosa fare, io e lui”. Il “biglietto per i Caraibi” rivelato dal funzionario americano, insomma. L’Ukrainska Pravda, che ha ripreso l’intervista a Zelenska, ha ricordato che a ottobre Zelensky aveva dichiarato ai media romeni di essere pronto a ricandidarsi alla presidenza qualora le elezioni si fossero tenute durante la guerra, ma che si sarebbe rifiutato di farlo se si fossero tenute dopo la fine del conflitto.

Dal Vietnam a Saddam ai curdi: un secolo di giravolte americane

PEGGIOR ALLEATO – Kissinger: “Può essere pericoloso esser nemici degli Usa, lo è di più essere amici”

 ROBERTA ZUNINI  3 DICEMBRE 2023

L’ex segretario di Stato americano e consigliere per la sicurezza nazionale sotto le amministrazioni presidenziali di Richard Nixon e Gerald Ford, Henry Kissinger, scomparso all’età di cento anni mercoledì, dichiarò: “Può essere pericoloso essere nemico dell’America, ma essere amico dell’America è fatale”. Kissinger si riferiva al fatto che “gli Stati Uniti hanno la tendenza a forzare le altre nazioni ad adottare i propri principi e regole”. Ma la paradossale affermazione del cinico Kissinger fa eco anche alla realtà della politica estera americana contemporanea nei confronti di paesi e gruppi etnici-religiosi che hanno accolto, o avrebbero voluto, i principi americani, per poi essere lasciati in panne da Washington nel momento del bisogno. Soprattutto quando le guerre sui terreni alleati stanno iniziando a pendere a favore del nemico. O quando gli alleati – paesi o entità autonome – non sono più utili al partner di maggioranza.

Uno degli esempi più noti, che ha tra i protagonisti proprio Kissinger, è il ritiro americano dal Vietnam. Il segretario di Stato ha rappresentato gli Usa ai negoziati di pace segreti con il Vietnam del Nord per l’Accordo di Parigi nel 1973, grazie a cui gli americani uscivano dalla guerra del Vietnam. L’altro più eclatante tradimento da parte statunitense è stato il caotico e drammatico ritiro dall’Afghanistan il 15 agosto del 2021, dopo una rimonta da guinness dei talebani. Vent’anni di guerra perché tutto tornasse come prima. Nella storia moderna gli Stati Uniti sono stati alleati con i mujaheddin contro l’invasione sovietica negli anni ’80 del secolo scorso. I mujaheddin sconfissero i russi e contribuirono al crollo dell’Unione Sovietica. In seguito gli Stati Uniti iniziarono ad avvicinarsi ai talebani per raggiungere un accordo sulla creazione di un corridoio energetico che sarebbe passato attraverso il territorio sotto il loro controllo. La firma non ci fu e poco dopo, l’11 Settembre del 2001, iniziò la “guerra al terrore” per sgominare Osama bin Laden e i talebani che lo ospitavano.

In Turchia hanno propiziato il colpo di Stato militare del 1980, di conseguenza , per reazione, aumentarono rapidamente le correnti islamiche legate alla Fratellanza Musulmana. Negli anni 2000, gli Stati Uniti si trovarono in disaccordo con la gestione delle forze armate turche e iniziarono a sostenere l’islam politico rappresentato dall’attuale capo di Stato Recep Tayyip Erdogan. La direzione delle forze armate turche è stata epurata negli anni. Subito dopo il 2010, gli Stati Uniti ne sono diventati ostili. Un altro major esempio di abbandono opportunistico passato alla storia con la Esse maiuscola è stato il trattamento riservato al “fantoccio” Saddam Hussein. Dopo la guerra contro l’Iran, per cui era stato di fatto “creato” dagli Stati Uniti, il dittatore iracheno cadde in disgrazia. Gli americani infatti iniziarono la cooperazione con i curdi che erano perseguitati non solo da Saddam. La fine è nota a tutti. Ma poi è arrivato anche il turno dei curdi. Con l’attacco della Turchia alla Siria del nord nel 2014, è evidente che l’allora presidente democratico Obama decise di sacrificare i curdi sull’altare delle relazioni con Erdogan, ancora a capo della Mezzaluna cruciale all’interno della Nato. Gli americani avevano appena usato i curdi come fanteria contro il Califfato, spingendoli a credere che fossero ancora alleati. A Kobane invece gli Usa davano un sostegno minimo alla resistenza per non inimicarsi la Turchia, alleata dell’Isis, con cui sperava di abbattere Assad, prendersi la regione di Aleppo in Siria e magari pure Mosul (Iraq) con il suo petrolio. Con la sconfitta dell’Isis, Erdogan ha dovuto ridimensionare i propri piani di Sultano del Medio Oriente. Sul cartello che prima riportava la scritta Rojava (il nome con cui i curdi chiamano la propria terra nel nord-est della Siria) “fabbrica democratica” al confine turco-siriano per molto tempo si poteva leggere: “Chiuso per tradimento americano”.

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