MENO DIVIDENDI E PIÙ SALARIO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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MENO DIVIDENDI E PIÙ SALARIO da IL MANIFESTO

Per invertire la rotta meno dividendi e più salario

Francia e Germania hanno redditi da lavoro di 30 punti percentuale più alti che in Italia. Noi abbiamo una grande ricchezza privata e un enorme debito pubblico

Gaetano Lamanna  25/11/2022

In Italia una ricchezza privata smisurata coesiste con una drammatica emergenza economica e sociale. Metà del patrimonio finanziario e immobiliare (valutato complessivamente in circa 10 mila miliardi) appartiene a famiglie collocate ai piani alti della piramide sociale. Di contro, il 10 per cento che sta alla base della piramide possiede meno dell’1 per cento.

Alla discesa costante della quota di reddito da lavoro dipendente, da trent’anni a questa parte, corrisponde l’aumento della quota dei profitti e delle rendite. Le buste paga di manager e amministratori delegati superano di trecento volte quelle degli operai. Una distanza abissale, un rapporto del tutto sproporzionato, che non trova alcuna giustificazione economica o di merito.

Le disuguaglianze si accentuano, le mense della Caritas lavorano a pieno regime, il dumpster diving (la pratica di cercare cibo dentro i cassonetti dell’immondizia) è in forte aumento. Le distanze reali, in termini culturali, di condizioni di vita e di benessere complessivo, sono maggiori di quanto le statistiche non dicano.

In cima alle preoccupazioni degli italiani c’è l’impennata dei prezzi. Nel nostro paese le famiglie meno agiate destinano il 50 per cento o più del loro reddito ai generi alimentari, quelle benestanti meno del 15 per cento. Sono dati che confermano l’attualità e la validità della legge di Engel, dal nome dello statistico tedesco che per primo, quasi due secoli fa, studiò la correlazione tra reddito e consumi. Ernst Engel dimostrò che maggiore è il reddito disponibile di una famiglia, minore è la percentuale delle spese alimentari sul totale delle sue spese. E al contrario, minore è il reddito, maggiore è la quota riservata ai prodotti alimentari. Oltre agli alimenti, aumentano pure gli affitti e le bollette, lievitano le rate dei mutui casa e gli interessi da sborsare sui prestiti.

L’inflazione sta allargando, insomma, il fossato delle disuguaglianze e il governo risponde con qualche pannicello caldo. Non c’è da stupirsi che la destra faccia il suo mestiere, tolga di più a chi ha di meno e premi chi non paga le tasse. Stupisce semmai che la sinistra giochi di rimessa e tardi a porre all’ordine del giorno il problema della distribuzione primaria e secondaria, la questione salariale e quella dello stato sociale.

I redditi da lavoro dipendente sono rimasti inchiodati da una pax salariale durata decenni e gli ultimi aumenti contrattuali sono evaporati in un fiat. Perdura la vergogna dei salari da fame. Il welfare è ridotto a pezzi, sotto i colpi della privatizzazione dei servizi e della politica dei bonus, elargiti, spesso e volentieri, in base al criterio della clientela o della ricerca del consenso, non del reale bisogno.

In nessun paese europeo si registra una redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto così gigantesca come nel nostro. A parità di pressione fiscale, Francia e Germania mantengono uno stato sociale più forte e strutturato e i redditi da lavoro dipendente sono trenta punti percentuali più alti che nel nostro paese. Un mix di liberismo e di cieca difesa di rendite e privilegi corporativi – annidati nei settori arretrati dell’economia – costituiscono la peculiarità italiana, determinando disastrosi effetti collaterali in termini di frammentazione sociale, di divari territoriali, di degrado culturale, oltre che sul piano della corruzione, dell’evasione fiscale, dell’illegalità, della presenza mafiosa, della tenuta democratica.

In questa deriva c’è la spiegazione della vittoria della destra e del perché, nella manovra di bilancio, la prima dell’era Meloni, sia calato il silenzio sulla riforma del Catasto, sulla tassazione della grande rendita immobiliare, sull’imposta patrimoniale e, più in generale, sulle numerose iniquità orizzontali e verticali del nostro sistema di prelievo.

I giornali non smettono di tessere le lodi della prudenza, del pragmatismo, della continuità del governo Meloni con l’Agenda Draghi. E se fosse proprio questa «continuità» (e non da ora) a fare dell’Italia uno degli Stati del mondo occidentale in cui una ricchezza privata senza eguali si coniuga con un debito pubblico al limite della sostenibilità e, insieme, con un numero crescente di poveri? Ora, i nodi stanno venendo al pettine: i margini di indebitamento si sono esauriti, l’inflazione sale, la recessione incombe, la politica monetaria della Bce vira decisamente verso il rialzo dei tassi di interesse, ponendo limiti agli acquisti dei titoli di stato.

La morsa rischia di stringersi ancora una volta sulle classi lavoratrici e sui ceti medio-bassi. Tocca alla sinistra sindacale e politica indicare con chiarezza a chi tocca pagare il conto della crisi, avviando una mobilitazione di popolo per la giustizia sociale e l’equità fiscale. L’obiettivo è che il peso dell’austerità ricada su quanti hanno le spalle larghe, realizzano mega profitti e vivono di laute rendite.

L’alternativa è secca: meno dividendi agli azionisti e salari più dignitosi ai lavoratori, una maggiore tassazione delle transazioni finanziarie e immobiliari e un welfare degno di un paese civile.

Sanità, le Regioni contro il governo: «2 miliardi in più non bastano»

LEGGE DI BILANCIO, SSN A RISCHIO . L’Italia è sotto la media Ue di 12,7 miliardi, in manovra mancano i fondi per stipendi, contratti, Case e Ospedali di comunità. E sul riparto del Fondo nazionale si spacca il fronte dei governatori, Emiliano: «C’è un conflitto tra quasi tutte le regioni e la Lombardia»

Adriana Pollice  25/11/2022

Governatori sul piede di guerra. La finanziaria in via di definizione lascia la Sanità notevolmente sottofinanziata con il rischio di provocare nuove voragini nei conti degli enti locali. Nella Conferenza delle regioni, ieri, la discussione è salita di tono sia nei confronti dell’esecutivo sia tra i presidenti sul tema del riparto del fondo nazionale, una guerra finora tenuta a bassa intensità (con la Campania sola nel chiedere una divisione più equa) ma che adesso rischia di esplodere a causa dell’autonomia differenziata.

COSA NON VA nella bozza di finanziaria lo ha spiegato il presidente pugliese Emiliano (ma la critica è arrivata anche dal molisano di Fi Toma): «I 2 miliardi in più annunciati dalla premier Meloni assolutamente non bastano: i costi aumentano, 2 miliardi in più (1,4 vincolati ad ammortizzare i costi delle bollette ndr) servono a tenere la Sanità allo stesso livello dell’anno precedente, ma visto che c’è un’inflazione molto alta ed è aumentata molto l’energia, sostanzialmente c’è una diminuzione del finanziamento effettivo del Sistema sanitario nazionale. Se non hanno trovato il modo di sostenerlo nonostante la pandemia, il fatto che dobbiamo recuperare le liste d’attesa e tutte le malattie che non sono state diagnosticate durante il Covid, questa cosa va detta chiaramente». Le regioni hanno redatto un documento dove hanno messo nero su bianco i costi non coperti: «I maggiori oneri indotti dalla pandemia, pari a 4,6 miliardi per il solo anno 2021, hanno trovato copertura parziale nei decreti emergenziali e nei recenti provvedimenti governativi», a carico delle amministrazioni locali sono rimasti 3,4 miliardi. Servono poi almeno altri 90 milioni per la sanità territoriale.

E POI C’È IL RIPARTO del fondo nazionale. La scorsa primavera il presidente campano De Luca aveva battuto i pugni sul tavolo: «Non è tollerabile che riceviamo la quota più bassa pro capite di risorse, ogni anno veniamo derubati di 220 milioni». Ieri Emiliano ha spiegato: «Si stanno creando delle contrapposizioni tra la quasi totalità delle regioni e la Lombardia, che effettivamente ha una dimensione importante ma è anche destinataria di un miliardo di mobilità attiva da parte delle altre regioni che si aggiunge al fondo sanitario nazionale». E ancora: «Difronte al progetto di autonomia differenziata, la chiave è cominciare a riequilibrare personale, prestazioni e fondi. Quindi la Lombardia, con questo atteggiamento piuttosto chiuso, rischia di rafforzare la sfiducia. C’è qualcosa che insospettisce: se l’autonomia differenziata deve servire a rendere più efficiente e sviluppata l’economia della regioni, ci si domanda come mai viene richiesta da quelle più sviluppate e ricche. Se non riescono a rinunciare a qualche decina di milioni su un badget di decine di miliardi c’è qualcosa che insospettisce». Il calabrese Occhiuto ha minacciato il no all’intesa sul riparto del fondo 2022 essendo «estremamente penalizzato dalla suddivisione delle risorse». Discussione aggiornata a martedì prossimo.

PRONTI ALLO STATO DI AGITAZIONE oltre dieci sigle sindacali dei medici, veterinari e dirigenti sanitari: «Nel 2023 vengono destinate più risorse ma per bollette, vaccini e farmaci anti Covid (650 milioni ndr), non per servizi e personale. Anche la promessa indennità di Pronto Soccorso (200 milioni ndr) viene rinviata al 2024. Niente per il Contratto di lavoro 2019-2021, che prevede incrementi pari a un terzo del tasso inflattivo attuale, e nessun finanziamento per quello 2022-2024. La carenza di specialisti non può essere colmata dalle cooperative dei medici a gettone, pagati per lo stesso lavoro il triplo dei dipendenti e gratificati di una flat tax che porta a livelli intollerabili anche il differenziale contributivo. Se questa è la considerazione, reagiremo con un corale ‘basta’ ai turni eccessivi, al lavoro oltre l’orario dovito, a fare in tre il lavoro di sei, per goderci 5 milioni di giornate di ferie arretrate, recuperare 10 milioni di ore di straordinario».

FILIPPO ANELLI, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici: «Mancano 4.500 medici nei pronto soccorso, 10mila nei reparti ospedalieri, più di 4mila medici di medicina generale. La situazione potrebbe peggiorare nei prossimi 5 anni, quando andranno in pensione 35.200 medici di base. A ciò si aggiunge l’emorragia verso il privato e verso l’estero. Al Fondo sanitario dovrebbero essere aggiunte con la manovra risorse pari a 4 miliardi di euro, 2 già previsti dal precedente governo, per un totale di 128 miliardi. Circa 1,5 miliardi dovrebbero essere destinati ai costi energetici e 200 milioni agli incentivi per i medici dell’emergenza-urgenza nel 2024. I restanti 2 miliardi chiediamo siano utilizzati interamente per aumentare gli stipendi».

IL PARTITO DEMOCRATICO con Marco Furfaro e Silvio Lai attacca la manovra del governo: «Vogliono colpire la sanità pubblica. Nel loro programma elettorale il Sistema sanitario nazionale non era nemmeno citato. L’Italia è sotto la media Ue di 12,7 miliardi, la legge di bilancio non copre nemmeno il buco Covid e il caro energia. Ci rimetteranno i servizi. Si allungheranno le liste d’attesa. A rischio Case e Ospedali di comunità». Azione critica le misure per il settore e poi tira fuori la sua proposta: «Chiediamo di utilizzare, oltre al Pnrr, anche i fondi del Mes». Ed è subito Conte Uno.

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