L’UNIVERSITÀ DI TORINO NON COLLABORA CON ISRAELE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
15653
post-template-default,single,single-post,postid-15653,single-format-standard,stockholm-core-2.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.6.1,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.1,vc_responsive

L’UNIVERSITÀ DI TORINO NON COLLABORA CON ISRAELE da IL MANIFESTO

L’Università di Torino non collabora con Israele

ISRAELE/PALESTINA. Decisione a sorpresa dell’ateneo torinese dopo un senato accademico «partecipato». A larga maggioranza, l’università decide di non partecipare al bando per ricerche congiunte tra Italia e Israele. Decisivo l’intervento non previsto degli studenti

Andrea Capocci  20/03/2024

L’università di Torino sceglie di non collaborare con Israele per nuove ricerche nel campo dell’elettronica «dual use», cioè utile a scopo civile e anche militare. Lo ha deciso ieri il senato accademico durante una seduta piuttosto particolare. Alla seduta infatti si sono auto-invitati gli studenti dei collettivi «Cambiare rotta» e «Progetto Palestina»: nell’austera sala del Rettorato dell’ateneo torinese, gli studenti hanno aperto uno striscione che invitava al boicottaggio delle collaborazioni tra università e il governo e le aziende israeliane in protesta contro la guerra a Gaza. E poi hanno presentato l’appello, firmato da 1700 accademici tra cui una sessantina di torinesi, affinché venga sospeso l’accordo di cooperazione scientifica tra Israele e Italia per protestare contro l’«educidio» in corso nella Striscia, dove le bombe israeliane hanno chiuso una dopo l’altra tutte le istituzioni universitarie palestinesi. Il ministero degli esteri, invece, alla fine di febbraio ha bandito un finanziamento per progetti di ricerca congiunta italo-israeliana con potenziali applicazioni anche in campo militare.

Stefano Geuna, medico e rettore dell’università di Torino, ha accettato di mettere ai voti la mozione degli studenti, con un risultato a sorpresa: con un solo voto contrario e due astenuti, il senato accademico ha deciso che l’università di Torino non parteciperà al bando 2024 del ministero, riconoscendo la fondatezza della richiesta. L’ateneo torinese si aggiunge ad altre – non moltissime – istituzioni universitarie che a livello internazionale stanno fermando le collaborazioni con i centri di ricerca israeliani per protesta contro le operazioni a Gaza.

Le università norvegesi di Oslo, Bergen e Notodden hanno rotto i rapporti con le università di Gerusalemme e Haifa. Anche la potente associazione studentesca dell’università di Davis (California), che gestisce un budget di 20 milioni di dollari, ha sospeso gli investimenti in società «complici nell’occupazione e nel genocidio». Ma ovviamente c’è chi non condivide la scelta degli accademici.

Stefano Parisi, ex-manager di Forza Italia sconfitto da Beppe Sala alle amministrative milanesi, oggi è presidente dell’associazione «setteottobre» nata per «riaffermare il diritto di Israele a difendersi» e definisce «gravissima e inquietante» la decisione torinese. «Colpire il mondo dell’università e della ricerca di Israele che è all’avanguardia nel mondo ed impedire la collaborazione con un ateneo importante come quello di Torino che potrebbe portare ricadute positive per il nostro Paese – denuncia Parisi – è l’ennesima dimostrazione del clima di odio antisemita che dal 7 ottobre sta montando con furia in Italia». E chiede a governo e Conferenza dei rettori di intervenire.

Gli studenti invece cantano vittoria. «La protesta ha conquistato il confronto pubblico in aula magna tra la comunità studentesca e il senato accademico ottenendo il blocco della partecipazione dell’Università di Torino al bando Maeci 2024 – raccontano i militanti di Cambiare Rotta – Una vittoria importante che proveremo ad ottenere anche negli altri atenei dei Paese per smontare pezzo a pezzo la complicità delle università italiane con l’entità sionista».

Stop alla cooperazione scientifica con Tel Aviv

L’APPELLO DI CENTO ACCADEMICI ITALIANI. L’accordo siglato con Roma include tecnologie duali, utilizzate anche a scopo bellico

Andrea Capocci  02/03/2024

Sospendere la cooperazione tecnologica e scientifica tra Italia e Israele finché a Gaza non sarà rispettato il diritto internazionale. Lo chiedono con una lettera aperta oltre cento accademiche e accademici italiani dopo un accordo che potrebbe condurre Roma e Tel Aviv a collaborare allo sviluppo di tecnologie belliche. L’allarme nasce dal bando pubblicato dal Ministero degli Esteri il 24 febbraio e finalizzato a «progetti congiunti di ricerca per l’anno 2024, sulla base dell’Accordo di Cooperazione Industriale, Scientifica e Tecnologica tra Italia e Israele».

Le ricerche riguarderanno il miglioramento dei terreni agricoli, la gestione dell’acqua ma anche «l’ottica di precisione, l’elettronica e le tecnologie quantistiche per applicazioni di frontiera». Secondo l’appello, nell’elenco rientrano diverse tecnologie a uso duale, utili non solo a scopo civile. «La terza linea di finanziamento delle tecnologie ottiche potrebbe essere utilizzata per sviluppare devices di sorveglianza di ultima generazione (detectors) anche a uso bellico» scrivono i firmatari.

«Questo aggraverebbe le responsabilità internazionali del nostro Paese poiché, nonostante le rassicurazioni del governo, l’Italia non sembra aver interrotto l’esportazione di armi verso Tel Aviv dal 7 ottobre 2023». L’appello chiede di congelare le relazioni tra università e centri di ricerca dei due Paesi allo scopo di fare pressione su Israele. Altrove gli atenei si sono già mossi: «L’Università della California di Davis ha disinvestito 20 milioni di dollari dalla collaborazione con aziende complici dell’occupazione e dell’assalto militare in corso – spiega l’appello – e lo stesso hanno fatto quattro università norvegesi».

Ma l’obiettivo è anche proteggere l’Italia da una possibile chiamata in correità. La Corte Internazionale di Giustizia sta esaminando le accuse di genocidio a carico di Israele e «le conseguenze per uno stato ritenuto complice di crimini di guerra e/o contro l’umanità, o ancor più di genocidio, sono gravi e potrebbero esserlo anche per l’Italia».

Infine, denunciano gli accademici, nella striscia è in corso uno «scolasticidio». Sotto le bombe sono caduti oltre 4 mila studenti e 231 insegnanti e impiegati del sistema scolastico. Uno dopo l’altro sono stati attaccati anche gli atenei di Gaza, dall’università islamica colpita già l’11 ottobre fino a quella rimasta in piedi più a lungo, l’università Al-Israa saltata in aria il 17 gennaio.

Contro la vendita delle armi a Israele non si muovono però solo gli accademici italiani: ieri è stata divulgato un altro appello promosso dall’Internazionale Progressista – l’organizzazione fondata da Bernie Sanders e Yannis Varoufakis – e firmato da 200 parlamentari di tredici Paesi che chiedono ai propri governi di non esportare armi verso Tel Aviv. Tra loro non figura nessun parlamentare italiano. Eppure, secondo le periodiche relazioni al Parlamento sul commercio di armi, tra il 2013 e il 2022 l’Italia ha venduto armamenti a Israele per 120 milioni di euro.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.