L’ONU SI È STANCATA: “EMBARGO A ISRAELE”. I PARALLELISMI “DOLOROSI” TRA NAMIBIA E PALESTINA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’ONU SI È STANCATA: “EMBARGO A ISRAELE”. I PARALLELISMI “DOLOROSI” TRA NAMIBIA E PALESTINA da IL MANIFESTO

L’Onu si è stancata: «Embargo a Israele». Aiuti sospesi al nord di Gaza

MEDIO ORIENTE. L’Unrwa non riesce a far arrivare gli aiuti, «la gente affamata li assalta prima». In poche ore stragi a Deir al-Balah e Rafah. Più vicino l’accordo tra Tel Aviv e Hamas: il movimento islamico rinuncia ad alcune richieste, bozza di intesa sul tavolo di Netanyahu

Chiara Cruciati  25/02/2024

«Cosa vorrei? Una shawarma. E il kebab». Sorride Ali mentre mostra al cameraman di Al Quds News quello che stringe nel pugno: mangime per polli. Ali ha 10 anni, le immagini arrivano dal nord di Gaza. Accanto, un uomo scalda sul fuoco del mangime fino a farne una polpetta arancione.

Ali dice che è stanco di nutrirsi di mangime, gli fa venire mal di pancia e bruciore alla gola. Le agenzie umanitarie lo denunciano da settimane, a Gaza nord la fame è una cappa che non si dirada mai: per dimenticarsela appena per qualche ora si mangiano foglie, erbacce, mangime per gli animali.

POCHI CAMION umanitari varcano il confine del centro di Gaza, immaginario ma ormai reale come le pallottole sparate dai cecchini israeliani contro chi quei camion li insegue. Se non sono i cecchini, sono le navi da guerra a sparargli contro, facendo esplodere tonnellate di farina. I bambini accorrono lo stesso, si infilano in tasca manciate di farina sporca.

Peggiorerà: ieri l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, ha messo in pausa le consegne verso il nord perché Israele non concede permessi di transito e perché «il comportamento disperato delle persone affamate ed esauste impedisce il passaggio sicuro e regolare dei nostri camion», ha detto la funzionaria Tamara Alrifai. Li assaltano.

Gli Stati uniti sono molto irritati con Tel Aviv, scrive Axios, per cui hanno chiesto a Israele di smetterla di prendere di mira gli aiuti umanitari. Soprattutto a poche ore dalla scadenza dei 30 giorni che la Corte internazionale di Giustizia aveva dato a Tel Aviv per conformarsi alle misure provvisorie prese il 26 gennaio scorso per evitare atti genocidiari.

Secondo l’israeliano Ynet News, Tel Aviv invierà una notifica formale all’Aja lunedì, in cui dettaglierà i modi in cui avrebbe rispettato le richieste del più alto tribunale del pianeta. In realtà non ne ha ottemperata nessuna. Ogni giorno è un crimine, in termini di aiuti fantasma, incitamento al genocidio e massacri (almeno 29.600 uccisi dal 7 ottobre, di cui 5mila negli ultimi 30 giorni).

L’operazione terrestre su Rafah non è partita, ma quella dal cielo basta e avanza. Come ieri: per mezz’ora le bombe sono piovute sulla città-rifugio del sud, mezz’ora è un tempo infinito quando il cielo erutta morte. E la morte si scarica a terra: decine gli uccisi, nei video si vedono i soccorritori, civili, che provano a rimuovere macerie a mani nude, uno sforzo inutile.

SONO STATI colpiti un mercato e due edifici residenziali, ospitavano sfollati. «Sembrava un terremoto – racconta il corrispondente di al Jazeera Hani Mahmoud – È scoppiato un incendio. Le macchine sono state incenerite, due delle vittime non si riescono a riconoscere, sono bruciate».

Qualche ora prima, di notte, era stata la città centrale di Deir al-Balah a vedersi piovere addosso i raid. L’aviazione israeliana ha centrato alcune abitazioni, tra cui quella della famiglia del comico gazawi Mahmoud Abu Zaeiter. Oltre venti gli uccisi, tra cui 14 bambini. Uno aveva quattro mesi, tanti quanti la guerra, si chiamava Yasser al-Dalu: «Abbiamo lottato tanto per averlo, ci abbiamo provato per otto anni», dice la madre Noor in lacrime alla Reuters.

E poi ci sono i morti e i feriti degli altri edifici, vivevano in 150 nelle case colpite. «Non siamo equipaggiati a ricevere un così alto numero di vittime», ripete il dottor Khalil al-Degran dell’Al-Aqsa Hospital, mentre intorno corpi vivi e corpi morti giacciono sui pavimenti. «Abbiamo raccolto pezzi di cadaveri di donne e bambini, giuro su dio erano donne e bambini. Che hanno fatto queste ragazzine per essere smembrate così da Israele?», dice un soccorritore.

L’eco della frustrazione collettiva rimbomba dentro gli uffici delle Nazioni unite che negli ultimi due giorni sono tornate ad alzare la voce come mai fatto negli anni passati. Il Consiglio Onu per i diritti umani, con il commissario Turk, ha chiesto una verifica della situazione dei diritti umani nei Territori occupati perché «l’impunità consolidata registrata per decenni non può continuare. Le parti devono rispondere delle violazioni commesse in 56 anni di occupazione e in 16 di assedio di Gaza».

PAROLE che arrivano a poche ore dal comunicato firmato dagli esperti e i relatori speciali Onu che hanno fatto appello alla comunità internazionale perché imponga l’embargo militare su Israele: basta vendergli armi.

Il ministro degli esteri Israel Katz ha risposto con una foto posticcia su X, degna del peggior Photoshop: il segretario Onu Guterres tra l’iraniano Raisi e il siriano Assad, sotto la scritta «Human Rights Council».

Una minuscola luce arriva da Parigi. La stampa israeliana parlava ieri di «progressi significativi» nel negoziato tra Israele ed Hamas. Nella capitale francese ci sono tutti, le delegazioni statunitense, qatarina, egiziana e israeliana, guidata dal capo del Mossad, David Barnena, che nella serata di ieri avrebbe dovuto mettere sulla scrivania del premier Netanyahu la bozza di accordo. Attesa anche la reazione di Hamas, che avrebbe rinunciato ad alcune richieste.

Fonti diplomatiche hanno riportato ad Haaretz di una buona flessibilità delle parti, «l’accordo può essere raggiunto prima del Ramadan», il prossimo 10 marzo. Sei settimane di tregua, 40 ostaggi israeliani da rilasciare  insieme a centinaia di prigionieri palestinesi. I dettagli sono fumosi, l’ottimismo di meno. Chissà se basterà.

Ieri a Tel Aviv, Cesarea e Haifa a migliaia hanno marciato per chiedere le dimissioni di Netanyahu. A Tel Aviv protesta dispersa con i cannoni ad acqua: era illegale, dice la polizia.

Occupazione prolungata e genocidio, i parallelismi «dolorosi» tra Namibia e Palestina

QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE. Netanyahu «indifendibile». Il protagonismo «morale» del paese africano di fronte alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. E i precedenti storici che riguardano l’ex colonia tedesca, poi annessa dal Sudafrica dell’apartheid

Marco Boccitto  25/02/2024

Ai margini di entrambi i casi aperti sulle vicende israelo-palestinesi davanti alla Corte internazionale di giustizia (Cig) dell’Aja ha tenuto banco l’effetto Namibia. Che si parli di genocidio, come nel caso della denuncia formulata dal Sudafrica, o di prolungata occupazione illegale come nelle udienze degli ultimi giorni, l’esperienza namibiana è emersa come la più aderente al tema trattato. E la voce di Windhoek la più titolata ad esprimere un giudizio – senza appello – sulla condotta di Israele a Gaza e in Cisgiordania.

SI È DIFATTI CONSUMATO in quella che era ancora l’Africa Sud-Occidentale Tedesca il primo genocidio del ‘900, quando per stroncare le ricorrenti ribellioni delle popolazioni locali (deprivate di terre e diritti) il Kaiser optò per lo sterminio pianificato. Nel 1904 l’armata agli ordini del generale von Trotta diramò l’ordine di annientamento (Vernichtungsbefehl): «All’interno dei confini coloniali tedeschi tutti gli Herero, che siano armati o meno, devono essere abbattuti». Il repertorio genocidiario includeva ovviamente le armi della sete e della fame, con l’avvelenamento dei pozzi, i raccolti bruciati e il bestiame razziato. Gli aiuti internazionali, a differenza di quanto accade oggi con Gaza, non vennero impediti, ma solo perché non erano stati ancora inventati. Alla fine vennero uccisi quasi l’80% degli Herero e il 50% dei Nama, che erano stati i primi a sollevarsi dieci anni prima. In totale circa 100 mila persone.

Solo da poco, a mezza bocca e continuando a negare indennizzi ai discendenti, la Germania ha ammesso che si trattò di genocidio. Ma nel momento in cui il governo tedesco si è schierato contro l’iniziativa sudafricana a L’Aja, continuando peraltro a rifornire di armi Tel Aviv, la prolungata reticenza sui crimini commessi nella colonia africana ha permesso all’anziano presidente namibiano Hage Gengob di ironizzare sull’imbarazzo tedesco di fronte al concetto di genocidio. Berlino, ha detto, è «incapace di imparare dagli orrori della sua storia» e dunque «non può esprimere moralmente il proprio impegno nei confronti della Convenzione delle Nazioni Unite contro il genocidio».

D’ALTRO CANTO al povero Gengob, passato a miglior vita pochi giorni dopo queste dichiarazioni, le associazioni namibiane che hanno portato avanti la lotta per il riconoscimento del genocidio e l’istanza di indennizzo in tutti questi anni hanno ricordato lo scarso appoggio ricevuto dalle autorità namibiane, più sensibili ai progetti in essere della cooperazione allo sviluppo tedesca.

Il caso Namibia è stato poi citato in più occasioni nel corso dell’altro dibattimento di fronte alla Cig, ancora per via di un precedente illuminante che risale stavolta al periodo dell’occupazione e dell’annessione di fatto da parte del Sudafrica. Circostanze già censurate nel 1969 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che anche in quel caso chiese conforto alla Corte dell’Aja. Oggi la Namibia ha sentito «l’obbligo morale» – come ha detto ai giudici la ministra della Giustizia Yvonne Dausab – di dire la sua sull’«indifendibile» occupazione israeliana, definendo «impressionanti e dolorosi» i parallelismi tra quanto hanno sofferto i namibiani e le vicende palestinesi.

NEL 1971 I GIUDICI alla fine dichiararono illegale l’occupazione sudafricana. Certo, per giungere alla piena indipendenza dal paese dell’apartheid – che arriverà quasi vent’anni dopo – si rivelò più incisiva la guerriglia della Swapo. Ma il caso Namibia resta comunque di buon auspicio per la causa palestinese, almeno a L’Aja.

L’Onu si è stancata: «Embargo a Israele». Aiuti sospesi al nord di Gaza

MEDIO ORIENTE. L’Unrwa non riesce a far arrivare gli aiuti, «la gente affamata li assalta prima». In poche ore stragi a Deir al-Balah e Rafah. Più vicino l’accordo tra Tel Aviv e Hamas: il movimento islamico rinuncia ad alcune richieste, bozza di intesa sul tavolo di Netanyahu

Chiara Cruciati  25/02/2024

«Cosa vorrei? Una shawarma. E il kebab». Sorride Ali mentre mostra al cameraman di Al Quds News quello che stringe nel pugno: mangime per polli. Ali ha 10 anni, le immagini arrivano dal nord di Gaza. Accanto, un uomo scalda sul fuoco del mangime fino a farne una polpetta arancione.

Ali dice che è stanco di nutrirsi di mangime, gli fa venire mal di pancia e bruciore alla gola. Le agenzie umanitarie lo denunciano da settimane, a Gaza nord la fame è una cappa che non si dirada mai: per dimenticarsela appena per qualche ora si mangiano foglie, erbacce, mangime per gli animali.

POCHI CAMION umanitari varcano il confine del centro di Gaza, immaginario ma ormai reale come le pallottole sparate dai cecchini israeliani contro chi quei camion li insegue. Se non sono i cecchini, sono le navi da guerra a sparargli contro, facendo esplodere tonnellate di farina. I bambini accorrono lo stesso, si infilano in tasca manciate di farina sporca.

Peggiorerà: ieri l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, ha messo in pausa le consegne verso il nord perché Israele non concede permessi di transito e perché «il comportamento disperato delle persone affamate ed esauste impedisce il passaggio sicuro e regolare dei nostri camion», ha detto la funzionaria Tamara Alrifai. Li assaltano.

Gli Stati uniti sono molto irritati con Tel Aviv, scrive Axios, per cui hanno chiesto a Israele di smetterla di prendere di mira gli aiuti umanitari. Soprattutto a poche ore dalla scadenza dei 30 giorni che la Corte internazionale di Giustizia aveva dato a Tel Aviv per conformarsi alle misure provvisorie prese il 26 gennaio scorso per evitare atti genocidiari.

Secondo l’israeliano Ynet News, Tel Aviv invierà una notifica formale all’Aja lunedì, in cui dettaglierà i modi in cui avrebbe rispettato le richieste del più alto tribunale del pianeta. In realtà non ne ha ottemperata nessuna. Ogni giorno è un crimine, in termini di aiuti fantasma, incitamento al genocidio e massacri (almeno 29.600 uccisi dal 7 ottobre, di cui 5mila negli ultimi 30 giorni).

L’operazione terrestre su Rafah non è partita, ma quella dal cielo basta e avanza. Come ieri: per mezz’ora le bombe sono piovute sulla città-rifugio del sud, mezz’ora è un tempo infinito quando il cielo erutta morte. E la morte si scarica a terra: decine gli uccisi, nei video si vedono i soccorritori, civili, che provano a rimuovere macerie a mani nude, uno sforzo inutile.

SONO STATI colpiti un mercato e due edifici residenziali, ospitavano sfollati. «Sembrava un terremoto – racconta il corrispondente di al Jazeera Hani Mahmoud – È scoppiato un incendio. Le macchine sono state incenerite, due delle vittime non si riescono a riconoscere, sono bruciate».

Qualche ora prima, di notte, era stata la città centrale di Deir al-Balah a vedersi piovere addosso i raid. L’aviazione israeliana ha centrato alcune abitazioni, tra cui quella della famiglia del comico gazawi Mahmoud Abu Zaeiter. Oltre venti gli uccisi, tra cui 14 bambini. Uno aveva quattro mesi, tanti quanti la guerra, si chiamava Yasser al-Dalu: «Abbiamo lottato tanto per averlo, ci abbiamo provato per otto anni», dice la madre Noor in lacrime alla Reuters.

E poi ci sono i morti e i feriti degli altri edifici, vivevano in 150 nelle case colpite. «Non siamo equipaggiati a ricevere un così alto numero di vittime», ripete il dottor Khalil al-Degran dell’Al-Aqsa Hospital, mentre intorno corpi vivi e corpi morti giacciono sui pavimenti. «Abbiamo raccolto pezzi di cadaveri di donne e bambini, giuro su dio erano donne e bambini. Che hanno fatto queste ragazzine per essere smembrate così da Israele?», dice un soccorritore.

L’eco della frustrazione collettiva rimbomba dentro gli uffici delle Nazioni unite che negli ultimi due giorni sono tornate ad alzare la voce come mai fatto negli anni passati. Il Consiglio Onu per i diritti umani, con il commissario Turk, ha chiesto una verifica della situazione dei diritti umani nei Territori occupati perché «l’impunità consolidata registrata per decenni non può continuare. Le parti devono rispondere delle violazioni commesse in 56 anni di occupazione e in 16 di assedio di Gaza».

PAROLE che arrivano a poche ore dal comunicato firmato dagli esperti e i relatori speciali Onu che hanno fatto appello alla comunità internazionale perché imponga l’embargo militare su Israele: basta vendergli armi.

Il ministro degli esteri Israel Katz ha risposto con una foto posticcia su X, degna del peggior Photoshop: il segretario Onu Guterres tra l’iraniano Raisi e il siriano Assad, sotto la scritta «Human Rights Council».

Una minuscola luce arriva da Parigi. La stampa israeliana parlava ieri di «progressi significativi» nel negoziato tra Israele ed Hamas. Nella capitale francese ci sono tutti, le delegazioni statunitense, qatarina, egiziana e israeliana, guidata dal capo del Mossad, David Barnena, che nella serata di ieri avrebbe dovuto mettere sulla scrivania del premier Netanyahu la bozza di accordo. Attesa anche la reazione di Hamas, che avrebbe rinunciato ad alcune richieste.

Fonti diplomatiche hanno riportato ad Haaretz di una buona flessibilità delle parti, «l’accordo può essere raggiunto prima del Ramadan», il prossimo 10 marzo. Sei settimane di tregua, 40 ostaggi israeliani da rilasciare  insieme a centinaia di prigionieri palestinesi. I dettagli sono fumosi, l’ottimismo di meno. Chissà se basterà.

Ieri a Tel Aviv, Cesarea e Haifa a migliaia hanno marciato per chiedere le dimissioni di Netanyahu. A Tel Aviv protesta dispersa con i cannoni ad acqua: era illegale, dice la polizia.

Occupazione prolungata e genocidio, i parallelismi «dolorosi» tra Namibia e Palestina

QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE. Netanyahu «indifendibile». Il protagonismo «morale» del paese africano di fronte alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. E i precedenti storici che riguardano l’ex colonia tedesca, poi annessa dal Sudafrica dell’apartheid

Marco Boccitto  25/02/2024

Ai margini di entrambi i casi aperti sulle vicende israelo-palestinesi davanti alla Corte internazionale di giustizia (Cig) dell’Aja ha tenuto banco l’effetto Namibia. Che si parli di genocidio, come nel caso della denuncia formulata dal Sudafrica, o di prolungata occupazione illegale come nelle udienze degli ultimi giorni, l’esperienza namibiana è emersa come la più aderente al tema trattato. E la voce di Windhoek la più titolata ad esprimere un giudizio – senza appello – sulla condotta di Israele a Gaza e in Cisgiordania.

SI È DIFATTI CONSUMATO in quella che era ancora l’Africa Sud-Occidentale Tedesca il primo genocidio del ‘900, quando per stroncare le ricorrenti ribellioni delle popolazioni locali (deprivate di terre e diritti) il Kaiser optò per lo sterminio pianificato. Nel 1904 l’armata agli ordini del generale von Trotta diramò l’ordine di annientamento (Vernichtungsbefehl): «All’interno dei confini coloniali tedeschi tutti gli Herero, che siano armati o meno, devono essere abbattuti». Il repertorio genocidiario includeva ovviamente le armi della sete e della fame, con l’avvelenamento dei pozzi, i raccolti bruciati e il bestiame razziato. Gli aiuti internazionali, a differenza di quanto accade oggi con Gaza, non vennero impediti, ma solo perché non erano stati ancora inventati. Alla fine vennero uccisi quasi l’80% degli Herero e il 50% dei Nama, che erano stati i primi a sollevarsi dieci anni prima. In totale circa 100 mila persone.

Solo da poco, a mezza bocca e continuando a negare indennizzi ai discendenti, la Germania ha ammesso che si trattò di genocidio. Ma nel momento in cui il governo tedesco si è schierato contro l’iniziativa sudafricana a L’Aja, continuando peraltro a rifornire di armi Tel Aviv, la prolungata reticenza sui crimini commessi nella colonia africana ha permesso all’anziano presidente namibiano Hage Gengob di ironizzare sull’imbarazzo tedesco di fronte al concetto di genocidio. Berlino, ha detto, è «incapace di imparare dagli orrori della sua storia» e dunque «non può esprimere moralmente il proprio impegno nei confronti della Convenzione delle Nazioni Unite contro il genocidio».

D’ALTRO CANTO al povero Gengob, passato a miglior vita pochi giorni dopo queste dichiarazioni, le associazioni namibiane che hanno portato avanti la lotta per il riconoscimento del genocidio e l’istanza di indennizzo in tutti questi anni hanno ricordato lo scarso appoggio ricevuto dalle autorità namibiane, più sensibili ai progetti in essere della cooperazione allo sviluppo tedesca.

Il caso Namibia è stato poi citato in più occasioni nel corso dell’altro dibattimento di fronte alla Cig, ancora per via di un precedente illuminante che risale stavolta al periodo dell’occupazione e dell’annessione di fatto da parte del Sudafrica. Circostanze già censurate nel 1969 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che anche in quel caso chiese conforto alla Corte dell’Aja. Oggi la Namibia ha sentito «l’obbligo morale» – come ha detto ai giudici la ministra della Giustizia Yvonne Dausab – di dire la sua sull’«indifendibile» occupazione israeliana, definendo «impressionanti e dolorosi» i parallelismi tra quanto hanno sofferto i namibiani e le vicende palestinesi.

NEL 1971 I GIUDICI alla fine dichiararono illegale l’occupazione sudafricana. Certo, per giungere alla piena indipendenza dal paese dell’apartheid – che arriverà quasi vent’anni dopo – si rivelò più incisiva la guerriglia della Swapo. Ma il caso Namibia resta comunque di buon auspicio per la causa palestinese, almeno a L’Aja.

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