LO “SCASSA-COSTITUZIONE”: SE GRATTI MELONI CI TROVI B. da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LO “SCASSA-COSTITUZIONE”: SE GRATTI MELONI CI TROVI B. da IL FATTO

Lo “Scassa-Costituzione”: se gratti Meloni, ci trovi B.

UN TESTO DI SARTORI (CON ESCAMOTAGE) – Ieri e oggi: le ragioni per dire “No” È un colpo alla Carta, che non è né di destra né di sinistra. Ecco perché tutti i cittadini, oltre all’opposizione, devono diventare degli oppositori

 ISABELLA GHERARDI  25 FEBBRAIO 2024

Ho trovato questo testo di Giovanni Sartori per caso e mi sono messa a leggerlo. Mi ha subito entusiasmata per la visione della Costituzione come una casa di tutti, dei cittadini che la pensano a destra e di quelli che la pensano a sinistra. Qualche riga dopo mi sono trovata di fronte a due vocaboli ‘assiologico’ e ‘teleologico’, che per un attimo mi hanno fatto venire il panico. Dopo il primo terrore ho riflettuto e con qualche vago ricordo di greco antico ho superato lo scoglio. Accontentandomi di una comprensione “ad nasum” e non certo filosofica. Il primo si riferisce a una scala di valori morali ed etici, e il secondo riguarda il fine, lo scopo delle cose. Superati questi due scogli, il testo scorreva benissimo. E allora mi è venuto naturale sostituire il nome Berlusconi con quello di Meloni. Il testo è del 2004, anche allora si parlava sempre delle stesse cose. Mi pare che questo escamotage sia riuscito. Giudicate voi.

Le Costituzioni non sono né di destra né di sinistra. Pertanto, l’elettore di destra non si deve sentire obbligato a sostenere il progetto di revisione della costituzione proposto dal governo Meloni, così come l’elettore di sinistra non si deve sentire obbligato a combatterlo. Una costituzione è la casa di tutti, e tutti la dovrebbero accettare se abitabile (se migliora quella che c’era), o respingere se inabitabile (se la peggiora). E dunque la domanda è se la Costituzione già approvata in prima lettura al Senato sia buona o cattiva, funzionale o disfunzionale. L’interrogativo è retorico. La mia risposta non è soltanto che si tratta di una cattiva Costituzione, ma addirittura di una Costituzione incostituzionale. Possibile? (…) È vero che molti giuspositivisti guardano soltanto alla effettività di una Costituzione e si dissociano dal costituzionalismo reso “impuro” dal suo contenuto assiologico. Certo, il costituzionalismo è assiologico. Però è anche teleologico; e accantonare la teleologia è più difficile che rifiutare l’assiologia. Il diritto ha uno scopo? (…) Nemmeno il giuspositivista si può sottrarre a queste domande. Alla stessa stregua è tenuto a chiedersi quale sia il telos delle Costituzioni. (…) La parola Costituzione viene riesumata sul finire del 700 per disegnare una nuova realtà: la creazione di un sistema di governo “limitato”, di un sistema di “garanzia della libertà”. (…) E dunque una Costituzione che non garantisce la libertà può essere detta incostituzionale.

Ciò posto, dobbiamo essere in chiaro a quale pubblico ci rivolgiamo: se a quello degli specialisti (i costituzionalisti), a quello dei parlamentari, oppure al più largo pubblico dell’opinione pubblica. In questo mio intervento io guardo, soprattutto, all’opinione pubblica, e così vado a distinguere tra opposizione e oppositori. La prima è l’opposizione istituzionale (…): oggi l’opposizione di sinistra. Gli oppositori sono invece tutti i cittadini (tra i quali il sottoscritto, che certo non ha titolo per parlare in nome dell’opposizione), ovunque si trovino lungo l’asse destra-sinistra, che si oppongono, o potrebbero opporsi, al cambiamento costituzionale in corso. E in questa chiave il problema è di come l’opposizione istituzionale possa sensibilizzare e mobilitare l’universo (anche di destra) degli oppositori possibili. Così vengo al punto. Una battaglia non si combatte con i “ni”; si combatte con i no. E a un progetto che snatura il costituzionalismo si deve rispondere con un rifiuto chiaro e netto. L’obiezione è che non basta dire no. Io rettificherei così: non basta dire no e basta. Vale a dire che ci occorre un no sostenuto da una alternativa. Quale? È noto che in passato io ho sostenuto il semipresidenzialismo di tipo francese. Ma oggi non ci possiamo permettere di offrire all’opinione pubblica una formula complicata che non può capire. (…). L’unica alternativa è quella del sistema parlamentare. Non sarà la nostra prima preferenza. Ma siamo nella peste, e perciò dobbiamo rinunciare alle prime preferenze che ci dividono per ripiegare su una seconda preferenza. (…) Perché mai, chiediamoci, il sistema parlamentare resta il sistema praticato (con una sola eccezione, la Francia) in tutta l’Europa occidentale? Perché solo noi ne chiediamo il superamento e il ripudio? Se rivisitiamo le critiche che hanno bersagliato la nostra prima Repubblica, le colpe che le vengono attribuite sono solo marginalmente colpe della Costituzione del 1948. Occorre ristabilire questa verità. Ripeto: se quasi tutta l’Europa occidentale resta fedele al modello parlamentare, perché noi no? Perché noi siamo passati a un sistema elettorale maggioritario? È una vulgata di moda. (…) L’Inghilterra è ferreamente maggioritaria e ferreamente parlamentare. (…) Beninteso, la formula parlamentare va ripresentata con i miglioramenti (…): voto di sfiducia costruttivo, fiducia votata soltanto al primo ministro (che così diventa un primus super pares), più un sistema elettorale idoneo. Con il che tornare a difendere un difendibilissimo sistema parlamentare sarebbe intelligente e possibile.

Ma qui ci imbattiamo in uno strano incaglio: la strana dottrina (ignota in tutto il mondo) del ribaltone. Questa strana dottrina fece presa nel 1994 per sostenere la richiesta di Berlusconi, dopo lo sgambetto di Bossi, di nuove elezioni. Dopodiché dilagò anche nella sinistra, sempre pronta a proporre e a sposare cattive cause. La dottrina del ribaltone non esiste nel costituzionalismo europeo ed è assurdo che diventi, da noi, una ossessione dominante della nostra riforma costituzionale. O la rifiutiamo senza quisquiliare, oppure chi si oppone al premierato assoluto resta senza retroterra, senza controproposta di ricambio. Perché, ripeto, non si può difendere un sistema parlamentare e negare a quel sistema il diritto di cambiare maggioranze.

Vengo ai rispettivi punti forti e punti deboli del dibattito tra i due schieramenti. Il punto di maggior forza dei difensori del “Melonato” (il premierato disegnato su misura per Meloni) è di ricordare che tutte le cattive idee che l’opposizione sta attaccando oggi, sono state partorite in passato dalla sinistra (a cominciare dal premierato elettivo, lanciato da D’Alema). Purtroppo è largamente così. (…) Un’altra possibilità è che i “saggi” meloniani escogitino un sistema elettorale che produca anche al Senato una maggioranza schiacciante e fedele. Ma in ogni caso una rotella che non gira, ingigantita e fuori posto, non dovrebbe soddisfare nessuno, nemmeno l’opposizione. Un motore costruito per grippare non è un motore “costituzionale”; è soltanto un cattivo motore. E l’opposizione? Il suo punto di forza dovrebbe essere di denunziare con forza che il “Melonato” è in grado di conquistare e di occupare tutte le posizioni di potere del sistema.

(…) Come già avvertito in premessa, io non mi immedesimo con l’opposizione istituzionale; sono un oppositore quidam de populo, reso tale (e il caso si ripete, direi, per il grosso dei costituzionalisti) da una cattiva Costituzione. È anche di tutta evidenza che qui non torno a spiegare, nel merito, perché la Costituzione che ci viene proposta sia cattiva. Qui mi interessa la strategia atta a trasformare una minoranza istituzionale perdente (nei numeri parlamentari) in un universo di oppositori vincenti (al referendum; ma meglio se già prima). E in questa ottica mi appare sbagliata e controproducente la strategia “negoziale” che poi riflette la strategia (o mancanza di strategia) sinora perseguita dall’opposizione. Chi negozia resta coinvolto, e chi risulta coinvolto non è più in grado di combattere una battaglia frontale. Che invece è necessaria. (…) Come dicevo, le Costituzioni non sono né di destra né di sinistra. Pertanto, il criterio per approvare o disapprovare una riforma costituzionale non deve essere di appartenenza ideologica. Se lo sarà, peccato. E sarà un danno per tutti.

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