L’ECONOMIA SOVRANA TRA PROPAGANDA E REALTÀ da IL MANIFESTO e QUI FINANZA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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L’ECONOMIA SOVRANA TRA PROPAGANDA E REALTÀ da IL MANIFESTO e QUI FINANZA

L’economia sovrana tra propaganda e realtà

NUOVA FINANZA PUBBLICA. La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari

M. Bertorello, D. Corradi  11/07/2024

Come afferma efficacemente un recente editoriale di Jacobin-Italia, il quadro che emerge dalle elezioni europee è in larga parte figlio della crisi del 2007-2009. Le promesse di crescita e benessere della globalizzazione neoliberista sono state disattese e chiunque si sia cimentato con il governo è risultato inefficace su crescita, benessere e crisi climatica. Un contesto che ha alimentato sfiducia nella politica, ben evidenziato dal record di astensionismo.

Lo spostamento a destra nasce in questo contesto di fragilità e incertezza. La retorica di successo securitaria e anti-migranti è in parte compatibile con un quadro economico che invece non sembra nella sostanza modificabile. Ma quanto reggerà il discorso neonazionalista alla prova dei fatti? Che tipo di «economia sovrana» è ipotizzabile per l’Europa? Proviamo a riflettere considerando fattori strutturali.

Gli scenari possono essere potenzialmente due: il primo più probabile, perlomeno nel suo affacciarsi a breve, consiste nell’adattamento della destra al quadro politico economico internazionale con il rafforzamento dell’alleanza Stati Uniti-Europa in chiave anti-cinese (quella che appare la strategia subita e agita dalla Meloni in Italia, realizzata con i conservatori alleati ai popolari), oppure un «liberi tutti» con il riemergere di prospettive più marcatamente nazionali (l’orientamento Salvini-Le Pen per semplificare).

Entrambe prospettive fragili e piene di contraddizioni dove a pagare un prezzo elevato potrebbe essere innanzitutto la Germania, paese caratterizzato da un’impresa rivolta all’export su prodotti di qualità medio-elevate e già segnato dalla crisi della globalizzazione e dal ritorno della geopolitica. Gli Stati Uniti riducono le importazioni dalla Cina già da 5 anni e la svolta protezionista sembra strutturale, ma in Europa il quadro sembra molto più incerto.

Le importazioni dalla Cina sono in calo da minor tempo, a causa di una debolezza nelle catene di fornitura che rende più complesso riportare a casa produzioni anche strategiche. Gli Usa non possono fare a meno completamente di un’economia internazionale (troppo a fondo sono andati i meccanismi della globalizzazione per annullarli) e, dunque, stanno provando a torcere il progetto europeo in direzione di rinsaldare un’alleanza atlantica anche sul piano economico.

L’Italia potrebbe fornire prodotti industriali a prezzi contenuti puntando sul lungo inverno salariale, sostituendo, almeno in parte, la Cina nelle importazioni di Washington. La Germania è ancora il paese più esposto verso la Cina per esportazioni e importazioni. Il capitalismo tedesco sarebbe disposto a percorrere questa strada? Significativo come Berlino si sia appena smarcata dalla proposta della Commissione di dazi aggiuntivi per le auto elettriche cinesi. Il rischio per la Germania è quello di una crisi strategica con riflessi importanti su redditi e salari (ma anche sui paesi subfornitori, Italia compresa).

Quanto malcontento si genererebbe nella popolazione tedesca? Una dinamica che potrebbe portare a un ulteriore rafforzamento dell’estrema destra e spingere nella direzione di un nazionalismo anti-europeista, magari alimentato dal crescente revanscismo francese sul piano continentale. Barba Navaretti parla di scivolamento verso un «protezionismo autogenerativo». Ma anche questa strada sembra assai fragile. Un’Europa spaccata in macro-aree sarebbe ancor più debole sul piano geopolitico ed economico. Tanto più considerando l’uso di risorse pubbliche che Cina e Usa impiegano nella contesa globale.

Per il momento a gongolare appare la destra nostrana, unica ad aver superato indenne due anni di governo, che non sembra porsi questo tipo di interrogativi. Ma in questa prospettiva neonazionalista è sufficiente prendersela con la Bce per il ritorno dello spread? Oppure, per fare solo un esempio, il problema del debito inizierà nuovamente a mordere in un’Europa senza visione a rischio implosione?

Occupazione 2024, Italia maglia nera Ocse per gli stipendi

Per l’Ocse cresce l’occupazione nell’area nel 2024, ma restano bassi gli stipendi in molti Paesi tra cui l’Italia che è terzultima: gran parte della colpa è dell’inflazione.

Riccardo Castrichini   9 Luglio 2024

L’Ocse ha reso pubblici i dati relativi all’occupazione 2024 nei suoi Paesi aderenti, mostrando che questa ha raggiunto dei livelli record mai visti in precedenza. Questo slancio, tuttavia, mostra dei rallentamenti che non possono essere sottovalutati, anche perché la forte inflazione influisce molto ancora sugli stipendi dei lavoratori.

Nell’Employment Outlook 2024 si legge chiaramente che soltanto 19 dei 35 Paesi Ocse sono tornati ai livelli salariali precedenti al 2020. L’Italia non è tra questi e, come se non bastasse, si colloca anche agli ultimi posti nella graduatoria degli stipendi reali.

Occupazione Ocse 2024, troppo bassi gli stipendi in Italia

Malgrado l’occupazione sia in crescita nel 2024, è un aspetto in particolare che allerta l’Ocse, ovvero la lentezza con cui i salari reali dei lavoratori stanno aumentando. L’Italia, in questo caso, indossa sicuramente la maglia nera tra i membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, collocandosi alla terzultima posizione per gli stipendi reali.

Il decremento registrato nel 2024, rispetto al quarto trimestre del 2019, non lascia spazio a ulteriori interpretazioni: meno 6,9 per cento. Peggio del Bel Paese hanno fatto solo la Repubblica Ceca e la Svezia. Il dato italiano è ancora più d’impatto se lo si confronta con quello registrato nel 2024 in altre grandi economie europee come la Francia, più 0,1 per cento sul 2019, e la Germania, meno due per cento.

Il dato molto basso degli stipendi reali italiani nel 2024 rispetto al 2019 non è, tuttavia, un caso isolato, visto che l’Ocse stessa segnala che, malgrado un recupero negli ultimi trimestri, “i salari reali hanno recuperato i livelli pre-2020 solo su 19 dei 35 Paesi Ocse”.

La mancata crescita dei salari reali

Le ragioni della mancata crescita dei salari reali nei Paesi Ocse, per l’organizzazione stessa, sono da collegarsi alla forte inflazione che, ancora oggi, non sembra scendere alla velocità desiderata. Su base annua nei 38 Paesi dell’organizzazione è leggermente aumentata a maggio 2024, passando dal 5,7 per cento di aprile al 5,9 per cento (rialzo in 18 Paesi e calo in 13).

“I salari reali ora crescono su base annua in gran parte dei Paesi, generalmente a causa del declino dell’inflazione – si legge nell’Employment Outlook 2024 – Tuttavia, sono ancora al di sotto dei loro livelli del 2019 in molti Paesi. Con i salari che recuperano parte del terreno perduto, gli utili aziendali stanno iniziando a compensare alcuni degli aumenti del costo del lavoro. In molti Paesi – aggiunge l’Ocse- c’è ancora spazio, perché i profitti stanno assorbendo ulteriori aumenti dei salari, specialmente in considerazione del fatto che non ci sono segni di una spirale prezzi salari”.

La transizione ecologica nel mondo del lavoro

Nel suo rapporto l’Ocse informa anche che il 20 per cento dei posti di lavoro nella sua area interessano l’economia green, mentre un altro 7 per cento è rivolto a settori ad alte intensità di emissioni di gas serra. Nell’ottica della transizione ecologica, dunque, il cambio di paradigma produttivo impatterebbe in negativo solo sul 7 per cento dei lavoratori.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sottolinea anche questi lavoratori sono impiegati in settori che, da soli, producono l’80 per cento delle emissioni di gas serra. A loro tutela, l’Ocse ha incentivato la nascita di nuove e consistenti “politiche di sostegno ai redditi e alla transizione dei posti di lavoro”.

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