LE RICETTE “AUSTERE” CHE LA SINISTRA NON RINNEGA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LE RICETTE “AUSTERE” CHE LA SINISTRA NON RINNEGA da IL MANIFESTO

Le ricette “austere” che la sinistra non rinnega


FONDO MONETARIO. Se avevamo ancora dubbi possiamo adesso fugarli tutti: la dottrina dell’austerity sta tornando alla ribalta. Approvato dal governo italiano dei sovranisti redenti, il nuovo Regolamento Ue annuncia una nuova epoca di restrizioni di bilancio

Emiliano Brancaccio  25/05/2024

Se avevamo ancora dubbi possiamo adesso fugarli tutti: la dottrina dell’austerity sta tornando alla ribalta.

Approvato dal governo italiano dei sovranisti redenti, il nuovo Regolamento Ue annuncia una nuova epoca di restrizioni di bilancio. E l’ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale dedicato all’Italia va persino oltre. La tesi da cui partono gli economisti di Washington è la solita: il nostro debito pubblico è troppo alto e dobbiamo ridurlo tagliando il bilancio statale.

La proposta per diminuire il debito è che entro due anni lo Stato crei un eccesso di entrate fiscali rispetto alla spesa pubblica al netto degli interessi pari a tre punti percentuali di Pil. Ossia, il Fmi invoca una stretta progressiva nell’ordine di una sessantina di miliardi. L’invito, senza tante cerimonie, è a rituffarci nel vecchio mare tempestoso delle lacrime e del sangue.

Alcuni avversari del governo Meloni hanno colto l’occasione per rimettere in funzione una vecchia grancassa: c’è una destra scriteriata che sfascia i conti pubblici, spaventa i mercati e finirà per alzare il famigerato spread, cioè lo scarto fra i tassi d’interesse italiani rispetto a quelli tedeschi. Questa destra andrebbe allora sostituita da una maggioranza di governo responsabile, che rimetta in ordine le casse statali prima che sia tardi.

La pensano così i vari nostalgici dei governi guidati dagli ottimati: da Ciampi, a Monti, a Draghi. Per questi apologeti di una nuova tecnocrazia dei «conti in ordine», i partiti che ancora cercano di intercettare il consenso delle lavoratrici e dei lavoratori dovrebbero rassegnarsi al solito ruolo di portatori d’acqua. Torna così ad essere invocata una quaresimale «sinistra spread»: ancora una volta disposta a immolarsi sull’altare della cosiddetta «responsabilità» di bilancio. Con effetti notoriamente disastrosi in termini di consenso.

Ma quali sarebbero le basi scientifiche di questa nuova e auspicata svolta verso l’austerity? La risposta è che non esistono. Ce lo spiega, paradossalmente, proprio il Fmi. Nel World Economic Outlook dell’aprile 2023 sono riportati gli esiti di un’indagine sui programmi di riduzione del debito intrapresi da 54 nazioni tra il 1980 e il 2019. Ebbene, il Fmi ammette che in media i programmi basati sull’austerity «non portano a un effetto statisticamente significativo sul rapporto debito/Pil». L’indagine segnala pure che in vari casi il rapporto debito/Pil è migliorato con le politiche espansive, cioè l’esatto opposto dell’austerity.

Un tale risultato non costituisce una novità. La ricerca scientifica prevalente ha assodato che le politiche di austerity non aiutano a contenere il rapporto tra debito e Pil ma al contrario creano recessione, abbattono il Pil e pertanto rischiano di aumentare quello stesso rapporto. L’evidenza empirica insegna che per ridurre efficacemente il debito bisogna agire diversamente: soprattutto con un’azione forte della banca centrale per tenere i tassi d’interesse a livelli bassi, stabilmente inferiori ai tassi di crescita del Pil.

Un esempio lampante è rappresentato proprio dall’Italia. Per quasi un trentennio i vari governi nazionali hanno attuato politiche di austerity record, persino più rigide di quelle adottate in Germania. L’effetto è consistito in un andamento del Pil italiano peggiore rispetto alla media UE, con il risultato che il rapporto tra debito e Pil non è affatto diminuito. Anzi, sotto il governo Monti, “austerico” per eccellenza, il debito è pure aumentato. Le uniche fasi in cui la riduzione del debito è avvenuta sono quelle in cui la banca centrale ha spinto i tassi d’interesse sotto la crescita del Pil.

Emerge così una tipica contraddizione di questi tempi turbolenti. Pur tra mille imbarazzi, le grandi istituzioni economiche internazionali insistono nel propugnare ricette smentite dalle loro stesse ricerche scientifiche.

Gareggiare con Meloni e soci a chi sia il più bravo scolaro nell’applicare l’austerity suggerita dalle istituzioni internazionali è dunque insensato sul piano scientifico e stupido sul terreno politico.

La vera onta della destra di governo è che sta spostando spesa pubblica a favore di imprenditori decotti, faccendieri della finanza e monopolisti vari, e al contempo sta allentando la presa su inquinatori ed evasori.

La battaglia di una sinistra degna di questo nome dovrebbe allora riguardare la composizione del bilancio pubblico, non il suo saldo totale. La «sinistra spread» sia lasciata nello sgabuzzino dei fallimenti della storia.

Pigs, un ottimistico riscatto

NUOVA FINANZA PUBBLICA. La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari

Marco Bertorello, Danilo Corradi   25/05/2024

In Europa le economie più robuste hanno registrato significativi rallentamenti e persino recessioni. Tale parabola va considerata dentro un contesto tendenzialmente stagnante, che vede la Cina ottenere una crescita attorno al 5% e gli Usa al 2,5%. Risultati considerevoli, ma lontani da quel che veniva conseguito in passato e frutto anche di un forte interventismo pubblico. Ora al rallentamento della Germania & Co. è corrisposto una performance un poco migliore di quei paesi che tradizionalmente arrancavano. Prendiamo ad esempio il 2023. La Francia realizza un +0,9% di Pil, Paesi Bassi +0,2%, Germania addirittura -0,3%, mentre la Spagna totalizza +2,5%, la Grecia +2%, il Portogallo uno sorprendente +9,7%, l’Italia +0,9%, Irlanda -0,6%. Si parla già di «rivincita» dei Pigs e in effetti la crescita totalizzata dall’Europa negli ultimi due anni può essere ascritta principalmente a quei paesi che erano considerati l’anello debole continentale.

Anche il primo trimestre di questo anno, raffrontato all’ultimo del 2023, conferma la tendenza. Spagna e Portogallo sono cresciuti dello 0,7%, l’Italia dello 0,3%, mentre Francia e Germania solo dello 0,2%. Recentemente l’economista Fortis ha effettuato un paragone del Pil pro-capite, sottolineando come la crescita italiana epurata dal conteggio del calo demografico, risulti ancor più robusta di paesi come Giappone, Francia, Regno Unito, Germania e Canada, segnati meno dal calo della popolazione.

I calcoli per rafforzare un quadro considerato con entusiasmo possono essere molteplici. Si fanno raffronti tra Francia e Italia sull’ammontare del debito pubblico o sul tasso di disoccupazione, segnalando come in entrambi i casi recentemente la seconda faccia meglio della prima. Si parla così di «cambio di passo», progresso «strutturale», che investirebbe una tendenza di lungo periodo. L’impressione è che questi giudizi valorizzino i dati statistici che favoriscono la dimostrazione della propria tesi. Indubbiamente vanno considerati alcuni dati migliori dell’Italia e dei paesi mediterranei, ma la comparazione va fatta fino in fondo. Il quadro è da tempo tendenzialmente e strutturalmente stagnante per tutti.

Va compreso che tale processo è acuito da un commercio internazionale anemico, conseguenza di un prepotente ritorno della geopolitica. I paesi mediterranei nel rimbalzo post-Covid hanno evidentemente capitalizzato il grande ritorno del turismo, ma restano le sofferenze sul fronte industriale. Per fare un esempio a marzo si registra il quattordicesimo mese consecutivo di calo della produzione italiana con un -3,5%, un calo piuttosto generalizzato fatto salvo il comparto energetico. Anche il dato occupazionale deve essere letto in controluce, considerando che una recente ricerca afferma che negli ultimi 30 anni i salari italiani sono cresciuti dell’1% a fronte di una media dei paesi Ocse del 32%. Ricordiamo inoltre che per tasso di occupazione, Pil pro-capite, esclusione sociale, working poor (dati 2022) facciamo peggio della media Ue a 27.

Negli ultimi anni, poi, se è vero che grazie all’inflazione c’è stata una riduzione del debito pubblico, non può essere sottaciuta, almeno in Italia, la serie di deficit totalizzati, grazie in particolare all’impatto del bonus 110%, che fanno prevedere un rapporto debito-pil in salita nei prossimi due anni.

Infine, il dubbio è che il miglioramento dello stato economico di alcuni paesi vada ricercato in percorsi specifici. Il Portogallo, ad esempio, ottiene una crescita ineguagliata, grazie anche a politiche di dumping fiscale non generalizzabili che se da un lato lo hanno reso una meta appetibile, dall’altro hanno sprigionato tassi di inflazione elevatissimi tali da rendere il paese invivibile per i propri abitanti. Sarà un caso l’exploit dell’estrema destra alle recenti elezioni? Insomma i trionfalismi in questi tempi rischiano di essere poco credibili, un mascheramento di difficoltà complessive dell’attuale sistema di accumulazione.

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