“LE LOGICHE DI MERCATO DIETRO LE PROTESTE DEI CONTADINI” da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“LE LOGICHE DI MERCATO DIETRO LE PROTESTE DEI CONTADINI” da IL MANIFESTO e IL FATTO

Le logiche di mercato dietro le proteste dei «contadini»

NUOVA FINANZA PUBBLICA . La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari

Matteo Bortolon  03/02//2024

Le proteste degli agricoltori si sono diffuse in diversi paesi europei: particolarmente forti in Romania, Belgio e Germania (dove si sono attivate da dicembre), si sono palesate anche in Francia, Italia, Romania, Lituania e Grecia. Talvolta con grandi numeri: il Corriere ha definito le manifestazioni che sono arrivate ad occupare il centro di Berlino “la più grande protesta che il paese abbia visto dal dopoguerra”.

Le motivazioni sono diverse, fondendo questioni generali con specificità nazionali. In Germania, ad esempio, un buco di bilancio determinato da una sentenza della Corte costituzionale – che ha dichiarato nullo l’utilizzo di una autorizzazione all’indebitamento per riempire un fondo l’anno successivo per obiettivi diversi – ha spinto il governo a tagliare sussidi per il carburante ad usi agricolo e a istituire una nuova tassa per tali veicoli.

Le motivazioni generali riguardano le difficoltà economiche degli agricoltori, i costi crescenti, la concorrenza eccessiva da altri paesi, la burocrazia crescente e le norme della Ue a finalità ambientale.

Queste ultime hanno richiamato l’attenzione dei media, spingendo ad una facile narrativa in cui l’ambientalismo della Commissione si scontra con la protesta dal basso – dipinta, a seconda dei casi come la genuina espressione di ceti popolari o l’egoismo piccolo-borghese di destra (citando, in tal senso, il sostegno di partiti e gruppi classificati come destra radicale). Per restituire la complessità della situazione si devono invece citare tre ordini di fattori, che restituiscono alcuni dei nodi strutturali sottostanti alle proteste.

Il primo è la mercantilizzazione del settore in un quadro di crescente concorrenza, che favorisce le aziende agricole più grandi (si pensi alla distribuzione iniqua delle risorse comunitarie della Pac) con tecniche produttive sempre più dipendenti da pacchetti tecnologici elaborate dai giganti dell’agrobusiness. Il mondo tradizionale dei contadini e le piccole imprese sono sempre più marginalizzate ed indebitate. Fenomeno mondiale ma che si intensifica nel continente con la Ue.

Il secondo è la concorrenza sempre più incrementata da vari accordi di libero scambio come il Ceta (Ue-Canada, in applicazione provvisoria), Ue-Mercosur (con vari paesi dell’America Latina, non ancora in vigore). L’opposizione a tali trattati – che la stampa ha visto bene di glissare – è esplicita, ed ha spinto il ministro francese delle Finanze ad esprimere la sua contrarietà all’ultimo, promettendo l’opposizione della Francia.

Il terzo è la oscillazione dei prezzi dei prodotti agricoli e dei loro fattori produttivi, in specie i fertilizzanti. Il problema è di natura finanziaria, e gli anni seguenti lo scoppio della crisi del 2007-08 ne ha dato una illustrazione eloquente. I prezzi delle derrate alimentari si sono impennati perché nelle maggiori borse mondiali c’è un interscambio di prodotti finanziari legati ad esse.

Quando un’attività che è del pari coinvolta in tali dinamiche vede una crisi, il capitale finanziario si volge ai settori non ancora toccati da essa. Così i famosi derivati (prodotti finanziari il cui valore deriva da una marca sottostante) sulle materie prime vedono una domanda galoppante e si attivano i meccanismi delle bolle finanziarie: lo compro nella aspettativa di rivenderlo a un valore più alto. Così i beni materiali vedono oscillazioni ampie dovute a tali logiche puramente speculative. Se ciò era chiaro anche dieci anni fa, lo conferma icasticamente uno studio recentissimo (Manogna-Kulkurni 2024) secondo cui «maggiore è il grado di finanziarizzazione dei prodotti agricoli, più drammatica è la volatilità dei loro prezzi e più significativo è l’impatto negativo sulla sicurezza alimentare».

Se il costo dei beni agricoli è stato oscillante, quello dei fertilizzanti è esploso a motivo dell’aumento del prezzo del gas con la guerra di sanzioni lanciato da Usa e Ue contro la Russia. Per citare un articolo di Politico «i margini di profitto degli agricoltori sono stati indeboliti da periodi di espansione e recessione non solo nei prezzi ottenuti dai loro prodotti, ma anche nei costi di produzione». La nuova protesta sociale contadina, come vediamo, viene da lontano, e qualche contentino sarà difficile che basti.

È necessaria un’alleanza tra ecologia e trattori

GRAZIA PAGNOTTA  3 FEBBRAIO 2024

Le analisi svolte in questi giorni sulle mobilitazioni degli agricoltori, le loro preoccupazioni e i difetti delle normative europee e nazionali in materia, ci inducono a renderci conto che le cause delle proteste devono essere valutate con coscienziosità, perché in parte essi hanno ragione, e in parte no.

Ma c’è dell’altro, importantissimo, in questa vicenda che va portato in primo piano. Essa evidenzia come nelle politiche agricole dell’Unione europea e nella loro attuazione da parte degli Stati siano ancora centrali le caratteristiche di quel modello economico che ha spogliato e continua a spogliare la natura, che denunciò per prima Rachel Carson con il suo Primavera silenziosa nel lontano 1962. Più di altri l’Italia è il Paese che nei secoli ha trasformato parte della sua natura in paesaggi plasmati da un’agricoltura sapiente che fruiva dei suoi frutti senza distruggerla, così mantenendo la bellezza dei luoghi. Poi a metà ’900 in tutto il mondo occidentale l’agricoltura è divenuta un’industria irrispettosa. Tutti siamo al corrente che indiscutibilmente tale modello deve essere cancellato: bisogna coltivare meno e diversamente perché la natura possa sfamare gli 8 miliardi che siamo, bisogna allevare meno e diversamente perché non continui il riscaldamento della terra. E se siamo la specie con maggiori capacità intellettive, la nostra coscienza deve imporci il rispetto degli animali mangiando molta meno carne e non allevandoli intensivamente.

Conseguentemente questa mobilitazione mostra che la soluzione della grande questione ambientale con tutti i suoi molteplici aspetti non si risolve riducendola al solo problema del riscaldamento climatico: la perdita di biodiversità di cui è stato responsabile il modello economico di cui quest’agricoltura fa parte è enorme e non più invertibile, si può ormai soltanto correre ai ripari. È chiaro che dappertutto vi è assenza di politiche all’altezza dell’urgenza della questione ambientale, ma è comunque ai poteri pubblici nazionali e sovranazionali che spetta la responsabilità di avviare la transizione, ed essi non possono continuare a sottrarvisi.

Infine, e questo è l’aspetto più importante, questa mobilitazione evidenzia quanto la questione sociale e la questione ambientale siano incardinate l’un l’altra: l’attuale agricoltura non è sostenibile per l’ambiente come non è sostenibile per i contadini, che pure ne sono stati compartecipi e complici, e che sono segnati dalla contraddizione del loro essere a contatto con la natura e al tempo stesso di distruggerla con le attuali pratiche; è un’agricoltura che non ha più prodotto per nutrire ma per arricchire i dominanti del settore agroindustriale, un’agricoltura molto distante dalla Dichiarazione di Nyéléni del 2007 che ha fissato il principio del “diritto dei popoli di definire i loro sistemi alimentari e agricoli e il diritto a un’alimentazione sana e culturalmente adeguata prodotta con metodi ecologici e sostenibili che rispettino i diritti umani”. La transizione ecologica ha dei costi che non devono ricadere in modo asimmetrico solamente su alcune fasce sociali, le più umili, come ha ben mostrato la vicenda dei gilets jaunes. Per questo si devono predisporre reti di protezione a lungo termine che accompagnino la trasformazione, un “welfare verde per la transizione” che tenga lontani inciampi in modalità e provvedimenti che possono rivelarsi classisti. E se per questo vi è bisogno di nuove impalcature istituzionali, è un motivo in più per affrettarsi.

È vero che gli agricoltori si sono mobilitati anche contro provvedimenti di transizione ecologica, e questo è certamente grandemente errato, ma non vanno giudicati distruttori regressivi, e il loro deve essere reputato un ruolo centrale nella transizione, poiché gestiscono grandi estensioni di territori in tutti i Paesi. Negli ultimi anni inoltre pagano le conseguenze del cambiamento climatico con il dissesto idrogeologico e la siccità.

Dunque questa mobilitazione europea può divenire un tornante per il futuro dell’umanità se si salda un’intesa degli agricoltori con l’ambientalismo per la difesa del pianeta, se agricoltori e ambientalisti si riconoscono reciprocamente come attori centrali del cambiamento, se costruiscono un patto per la transizione. Inoltre poiché le organizzazioni dei più giovani ecologisti vengono represse dalle forze dell’ordine e i contadini no, si tratterebbe anche di un patto per la democrazia. E aggiungiamo che soltanto con un’azione collettiva si potrà ottenere giustizia ambientale e giustizia sociale. Un’azione in ultima analisi per la sopravvivenza dell’umanità, poiché ricordiamoci con umiltà che la terra, che ha miliardi di anni, non ha bisogno degli uomini, e potrà continuare a esistere anche senza la specie umana.

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