LAVORIAMO A UN BEL PROGETTO LUNGIMIRANTE E STRATEGICO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LAVORIAMO A UN BEL PROGETTO LUNGIMIRANTE E STRATEGICO da IL MANIFESTO

Il primo obiettivo è mettere in salvo la Costituzione

ELEZIONI. La nostra Costituzione prevede il voto, oltre che segreto, eguale, libero, personale e diretto: il voto utile non è una prescrizione costituzionale, ma una scelta politica, una coalizione larga con scopo limitato ad impedire che il centro-destra prenda il 70% dei seggi uninominali

Felice Besostri, Enzo Paolini  30/07/2022

Ormai l’hanno capito tutti che il Rosatellum non è il nome di un buon vino giulian-friulano, ma di una pessima legge elettorale, che blocca non solo le liste elettorali ma anche la libertà e la personalità di voto nei collegi uninominali, con il voto congiunto obbligatorio a pena di nullità. Un obbrobrio non previsto dal Mattarellum, che alla Camera consegnava 2 schede e al Senato scorporava per la parte proporzionale i voti utilizzati per eleggere i candidati uninominali maggioritari.

Se non si aveva la forza numerica e la volontà politica di modificare la legge elettorale, come promesso in caso di taglio dei parlamentari, sarebbero bastate queste due piccole modifiche per rendere costituzionalmente potabile il Rosatellum: non ci hanno nemmeno provato.
La ragione è, come ha ben scritto Gian Giacomo Migone sul manifesto, nell’articolo “Quel Rosatellum che piace a tutti i partiti”, che fa comodo nominare i parlamentari, per aggirare di fatto l’art. 67 della Costituzione sul divieto di mandato imperativo, in attesa di introdurlo con modifiche dei Regolamenti parlamentari di Camera e Senato e pertanto sottratte al controllo della Corte Costituzionale.

Altro vantaggio del Rosatellum è che assegna, in caso di coalizione, al partito egemone della coalizione, il diritto di proporre, in caso di vittoria, al Presidente della Repubblica il nome del/della presidente del consiglio dei ministri, sempre che non scattino veti informali europei o atlantici.
Il Rosatellum va bene anche alla coalizione arrivata seconda, che avrebbe il monopolio dell’opposizione, perché decide chi ammettere come lista minore della coalizione.

Se lo scopo è quello di salvare la Costituzione, come ha suggerito Gaetano Azzariti, non si possono mettere paletti programmatici: la coalizione deve essere aperta a tutti, a cominciare dal M5S e dalle liste rosso-verdi di ogni ispirazione socialista, comunista e ambientalista. La nostra Costituzione prevede il voto, oltre che segreto, eguale, libero, personale e diretto: il voto utile non è una prescrizione costituzionale, ma una scelta politica, una coalizione larga con scopo limitato ad impedire che il centro-destra prenda il 70% dei seggi uninominali. Diventa un voto utile, ma se è una coalizione con un ruolo politico e programmatico privilegiato per Calenda, senza un’apertura a soggetti di sinistra, è inutile perché non competitiva per vincere i collegi uninominali maggioritari.

Alle votazioni partecipa appena il 28% delle classi popolari e più sfavorite, quel voto va recuperato altrimenti non c’è partita, come non è seria un’alleanza elettorale col solo scopo di far eleggere un paio di leader politici, garantiti dal Pd.
Infine per mettere in salvo la Costituzione basta chiedere fin da subito a tutti i partiti un impegno per un Ddl costituzionale, che ogni modifica della Parte Prima della Costituzione, della forma di governo e della elezione e composizione degli organi costituzionali debba essere approvata con referendum, anche se approvata con i 2/3 dei membri del Parlamento.

In questo scorcio di legislatura si è approvata con decreto-legge (art. 6 bis d.l. 41/2022 una norma in materia elettorale che esenta dalla raccolta firme liste coalizzate che avessero raccolto almeno l’1% alle elezioni del 2018: una norma che viola gli artt. 3, 48 e 51 della Costituzione, perché esclude liste non coalizzate che hanno raccolto la stessa percentuale di voto sia alla Camera, che al Senato. O si rimedia con urgenza ovvero si chieda l’assoluta neutralità del governo in caso di ricorso: è possibile e urgente prima della scadenza del termine per la presentazione delle liste.

Diamo per scontata la sconfitta e lavoriamo a un bel progetto

Come mostrano intenzioni di voto scenari post-elettorali, conviene giocare di rimessa, e provare a capitalizzare su errori e contraddizioni degli schieramenti

Filippo Barbera  30/07/2022

Le crisi possono cambiare i contesti di riferimento, oppure metterne in luce i tratti profondi senza però alterarne gli elementi costitutivi. Nel primo caso funzionano da “agenti” mentre nel secondo da “reagenti”. In attesa degli effetti del primo tipo, le dichiarazioni dei partiti alla caduta del governo Draghi mettono bene in evidenza identità e interessi delle forze politiche in campo. Le reazioni rispetto al defunto corpo del Re – metaforicamente esposto nella camera ardente della politica – sono veri e propri segnali intenzionali, rivolti sia all’interno dei partiti sia verso l’esterno. Segnali che posizionano chi li emette in un preciso campo organizzativo.

Il primo evidentissimo segnale è l’investimento simbolico del Pd verso la cosiddetta «Agenda Draghi», assurta a canone politico e identitario del partito nelle parole del suo segretario: «L’Italia è stata tradita. Il partito democratico la difende. E tu sei con noi?», è il tweet di Enrico Letta nel tardo pomeriggio dello scorso 22 luglio. Un’affermazione nettissima che chiude ogni rapporto con Conte, il traditore della patria e del governo così fortemente voluto da Mattarella e di cui il Pd è stato il più convinto sostenitore.

Del resto, l’Agenda Draghi viene invocata in modo analogo dal polo politico in teoria opposto, da Michele Boldrin di “Liberi e Oltre” con un articolo su Il Foglio, sempre del 22 luglio. Un’Agenda fortemente sostenuta dalle élite e da quella che comunemente viene definita borghesia urbana Ztl, zoccolo duro dell’elettorato Pd. Un elettorato che non nasconde il fastidio per le rozze richieste degli abitanti delle periferie, come anche per il ceto medio in squilibrio di status che ha alimentato la classe dirigente del Movimento 5Stelle.

È questo un posizionamento che rimanda al tentativo di guadagnare al centro e a destra più di quanto si perde o non si guadagna a sinistra. Una tattica anni ’90, che guarda prevalentemente ai “ceti produttivi” del Nord – come a ribadire il non conflitto tra capitale e lavoro – prima che al disagio e alle diseguaglianze provenienti dalle aree marginalizzate e dai gruppi subalterni. Territori e gruppi sociali probabilmente dati per persi, in mano alla destra populista di FdI o a ciò che rimane del Movimento 5Stelle.

Una posizione che pone il Pd in concorrenza con la Lega di Giorgetti, con il centro padronale di Calenda e con l’elettorato renziano, all’interno dello stesso campo e in competizione per lo stesso elettorato. Il vessillo dell’agenda Draghi, qui, assume la stessa funzione che spesso hanno i brevetti per le imprese innovatrici: proteggere il proprio campo dalla concorrenza con la funzione di “bloccare” le strategie altrui che insistono su quello stesso perimetro.
La protezione di questi interessi indica anche una precisa scelta identitaria del Pd, formulata in un “mercato politico” molto segnato dall’incertezza e dove la sconfitta è molto più che probabile. Scelta che lascia davvero poco spazio alla flebile voce della sinistra del partito che tenta di trasformare l’agenda Draghi in una “agenda sociale”. Operazione per la quale non sarebbe sufficiente neanche la pietra filosofale!

La crisi come “reagente” richiama in vita le strutture latenti dei partiti, le loro identità durevoli e pregresse: dai posizionamenti simbolici di Salvini con la collezione di rosari e icone sacre, al milione di alberi di Berlusconi con le immancabili promesse sulle pensioni. In questo gioco di specchi, non mancano i segnali di “conversione”: dall’atlantismo di Di Maio alle scelte di Gelmini e Carfagna. Dal canto suo, Conte manda segnali incerti, in sintonia con lo stato di confusione identitaria e strategica del Movimento. La chiusura di ogni alleanza col Pd deve ancora maturare le sue conseguenze che, molto probabilmente, avranno effetti a cascata.

A sinistra del Pd, si oscilla tra la tentazione rosso-verde di svolgere il ruolo di “sinistra per procura” – in un contesto dove la legge elettorale premia effettivamente le tattiche di coalizione a discapito della convergenza sui programmi – senza affrontare la contraddizione tra il dirsi contro l’Agenda Draghi e contemporaneamente allearsi con il suo principale sostenitore. In tutto questo, Fratelli d’Italia, giustamente, non si muove: per chi può farlo, è la tattica più intelligente. In un contesto di questo tipo, come mostrano le intenzioni di voto e gli scenari di Youtrend/Istituto Cattaneo, conviene giocare di rimessa, capitalizzando sugli errori e contraddizioni altrui.

L’unica vera novità, in questa situazione, consisterebbe nell’ignorare i vincoli della legge elettorale e le alleanze forzate che questa impone, cercando al contrario di costruire una proposta di progetto e di coalizione capace di superare indenne la sconfitta che si profila alle politiche del 25 settembre, con uno sguardo lungimirante e strategico. Perché più che dell’Agenda Draghi, ciò di cui si sente la mancanza da tempo è un’agenda politica di sinistra.

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