L’ARRESTO E LA DETENZIONE DEI BAMBINI PALESTINESI: DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA da PUNGOLO ROSSO e QUOTIDIANO DEL SUD
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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L’ARRESTO E LA DETENZIONE DEI BAMBINI PALESTINESI: DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA da PUNGOLO ROSSO e QUOTIDIANO DEL SUD

L’arresto e la detenzione di bambini palestinesi, una documentazione fotografica

Pungolo Rosso 12/13/2023

https://docs.google.com/document/d/1qFsxNTLOEKBz35Jg2aFCDGYjKFFms1K-dHx69jOZU30/edit?pli=1

Come restare umani : la responsabilità dei mass media

Tonino Perna  14/12/2023

  Siamo ogni giorno bombardati dai mass media con immagini di catastrofi che si susseguono.  Negli ultimi due anni, venuti fuori dall’angoscia della pandemia da Covid 19, siamo stati coinvolti emotivamente nella guerra tra la Russia e l’Ucraina e adesso dai massacri in Palestina.  Alle guerre si aggiungono giornalmente immagini di catastrofi naturali, di omicidi, femminicidi, con i Tg che ci fanno tirare un respiro di sollievo negli ultimi minuti con notizie sportive.    Persino le previsioni meteo ci vengono alle volte presentate con toni che fanno presagire una catastrofe imminente.

 La nostra mente, i nostri sentimenti, i neuroni specchio che secondo gli scienziati permettono di immedesimarci nelle emozioni degli altri essere umani, di condividerne i sentimenti, le gioie e i dolori, la rabbia e la paura, l’entusiasmo e l’angoscia, sono giornalmente sottoposti ad una mitragliata di stimoli, di sollecitazioni.  Ma, la struttura della nostra mente, il nostro hardware ha un limite come ce l’ha il Pc su cui sto scrivendo.

 Per millenni siamo stati esposti a rapporti fisici con i nostri simili, ad emozioni basate su esperienze personali che ci coinvolgevano nel piccolo mondo in cui ogni essere umano viveva.  La rivoluzione nei mezzi di comunicazione ha progressivamente  esposto la nostra sensibilità a una massa di immagini, suoni, parole, sempre più insostenibile. Prendiamo in considerazione la tragedia dei migranti che muoiono nel Mediterraneo nel disperato tentativo di raggiungere le coste dei paesi europei. Le prime volte, venti anni fa, per ogni naufragio si levava un grido di indignazione, si sentivano commenti come “poveretti”, “che tragedia!”, commenti banali se volete ma pur sempre una reazione dovuta ad una immedesimazione. Adesso ci siamo abituati e non ci facciamo più caso se non di fronte ai grandi numeri delle vittime o allo scandalo del mancato soccorso, come nel caso di Cutro.  Stessa reazione si registra per le guerre che entrano con le loro rovine, umane e materiali, nelle nostre case   appena apriamo un telegiornale o nei nostri telefonini quando meno ce l’aspettiamo.

Il rischio che stiamo correndo tutti, indistintamente, è di diventare cinici o come dice papa Francesco indifferenti: << L’indifferenza è la malattia più brutta: diventare indifferenti, asettici ai problemi degli altri, come i due ecclesiastici passati davanti al povero uomo ferito dai ladri. guardare e non voler vedere>>.    

Quanti di noi di fronte alle immagini dei corpi dei bambini sotto le macerie a Gaza o massacrati in casa da Hamas hanno avuto la tentazione di spegnere il televisore o cambiare programma, e quanti davanti all’ennesimo femminicidio descritto in tutti particolari agghiaccianti hanno avuto la stessa reazione.  Certo, c’è bisogno di informare, ma il modo e la scelta delle priorità è un tema complesso che produce i suoi effetti su diversi piani, a partire dalla sfera del consenso, e quindi della politica. Inoltre, nella concorrenza sempre più agguerrita tra gli operatori dei mezzi di comunicazione c’è chi tenta di aumentare l’audience scioccando gli utenti, stimolando gli istinti peggiori, o chi ricorre alle fake news pur di ottenere visibilità.  La funzione pedagogica dei più importanti mass media, che ha avuto un ruolo importante nella crescita culturale del nostro come di altri paesi, si è quasi estinta.  Invece, di offrire inutili dettagli di omicidi, massacri, che siano di singoli o di popoli in guerra, si dovrebbero dare più strumenti di comprensione dei drammi del nostro tempo, meno esperti autoreferenziali e più giornalisti capaci di spiegare con semplicità e coinvolgere il pubblico, con qualunque mezzo si usi per comunicare.  Ci rendiamo conto che non è facile e non c’è una regola che valga per tutti i conflitti.

 E’ indubbio che se non ci fosse stata una campagna di denuncia dei massacri compiuti dai marines in Vietnam, anche con immagini raccapriccianti, non ci sarebbe stata, in tutto il mondo occidentale, la ribellione dei giovani degli anni ’60 e una buona parte del popolo nordamericano non sarebbe sceso in piazza contro il governo.   Così oggi documentare il massacro dei civili a Gaza è necessario, tragico, orrendo, ma può servire a porre un freno alla sete di sangue del governo israeliano. E’ chiaro che siamo di fronte ad una contraddizione, ma come ne usciamo?  Come evitiamo il rischio concreto che stiamo correndo di ridurre la nostra umanità, sensibilità, capacità di reagire positivamente, opporci a tutte le guerre, la violenza da qualunque parte venga?   Come evitiamo di essere manipolati e ridotti a tifosi di una delle due parti in conflitto come stessimo assistendo ad una partita di calcio?

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