LA VIOLENZA ANTICOLONIALE È COSA “BRUTTA E CATTIVA”. LA VIOLENZA COLONIALE È COSA “BUONA E GIUSTA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
14972
post-template-default,single,single-post,postid-14972,single-format-standard,stockholm-core-2.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.6,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.13.0,vc_responsive

LA VIOLENZA ANTICOLONIALE È COSA “BRUTTA E CATTIVA”. LA VIOLENZA COLONIALE È COSA “BUONA E GIUSTA” da IL MANIFESTO

Perché il 7 ottobre? Hamas risponde con la storia. Ma i dubbi restano

GAZA/ISRAELE. In un documento diffuso dal movimento islamico, il blitz è descritto come un «atto difensivo», una risposta a decenni di sopraffazioni e non una azione con chiare finalità strategiche

Michele Giorgio, GERUSALEMME  23/01/2024

A distanza di tre mesi e mezzo dal 7 ottobre, Hamas ha diffuso un documento, in arabo e in inglese, per spiegare al mondo il suo attacco in Israele che ha suscitato lo sdegno di molti, soprattutto nei paesi occidentali, e allo stesso tempo ha anche innescato una ondata globale di manifestazioni di centinaia di migliaia di persone a sostegno dei diritti del popolo palestinese calpestati e dimenticati. Nella sua versione in inglese «Our Narrative…Operation Al Aqsa Flood» sviluppa una lunga descrizione storica di ciò che i palestinesi subiscono nella loro terra da decenni a questa parte, del dramma di milioni di profughi e dei crimini compiuti dell’occupazione israeliana sino ad oggi. Non fornisce però una spiegazione articolata degli obiettivi strategici, a medio e a lungo termine, locali e regionali, di un attacco evidentemente preparato per anni. Questo alla luce della reazione senza alcun freno di Israele che, con l’appoggio degli Usa e dei paesi europei, ha lanciato una offensiva militare devastante che ha ridotto in macerie gran parte di Gaza, ucciso sino ad oggi oltre 25mila palestinesi, in maggioranza donne e bambini, e che, stando a documenti ufficiali e a dichiarazioni di esponenti politici, aveva considerato seriamente la «Nakba di Gaza», ossia l’espulsione di 2,3 milioni di palestinesi verso il Sinai egiziano.

Il primo capitolo – «Perché l’Operazione Diluvio di Al Aqsa» – è una descrizione dello spossessamento, sistematico, ad ogni livello, del popolo palestinese compiuto da Israele, con la complicità della comunità internazionale che non ha fatto nulla per proteggere i diritti dei palestinesi. «Cosa ci si aspettava dal popolo palestinese dopo tutto ciò? Continuare ad aspettare e mantenere contando sull’Onu impotente! Oppure dovevamo prendere l’iniziativa nella difesa del popolo palestinese, delle sue terre, diritti e santità; sapendo che l’atto di difesa è un diritto sancito dal diritto internazionale, norme e convenzioni», scrive Hamas dalla fine di questo primo capitolo. Aggiunge che «L’operazione Diluvio di Al Aqsa è stata un passo necessario…un atto difensivo nel quadro dell’eliminazione dell’occupazione israeliana, del recupero del territorio e dei diritti dei palestinesi sulla via della liberazione e dell’indipendenza come tutti i popoli».

Tenendo conto della reazione di Israele, uno dei paesi più armati al mondo, il documento non spiega come l’attacco del 7 ottobre dovrebbe portare «alla liberazione» del popolo palestinese. Il blitz è descritto come un «atto difensivo» più che offensivo, una risposta a decenni di sopraffazioni e non una azione con chiare finalità strategiche. Gli interrogativi non mancano. Hamas dopo il 7 ottobre si attendeva una nuova Intifada, una sollevazione di massa, che non c’è stata sino ad oggi, nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est? Contava su una guerra totale, non avvenuta per ora, tra il movimento libanese Hezbollah e Israele e su una partecipazione militare attiva dell’Iran? Non si aspettava una guerra così lunga? Le risposte a queste domande non si conosceranno presto.

Nei capitoli successivi il movimento islamico dedica ampio spazio a smentire le accuse di atrocità e violenze nei confronti dei civili mosse da Israele a Diluvio di Al Aqsa. Rimarca di essere un movimento di resistenza schierato contro il «progetto sionista» e non contro gli ebrei e sollecita una inchiesta internazionale sull’offensiva israeliana e i suoi effetti distruttivi sulla popolazione palestinese.

I bombardamenti più intensi e nessuna «safe zone» a Gaza

NIENTE TREGUA. L’esercito avanza anche nella parte occidentale di Khan Yunis, nuovo esodo. Ospedali in tilt e nord manca tutto. Cala il sostegno internazionale a Israele. Gli Stati uniti rimangono l’unico paese ricco in cui è costante

Michele Giorgio, GERUSALEMME  23/01/2024

«Sono stato all’ospedale Nasser, la situazione è a dir poco tragica. Era stato pensato per 250 pazienti e non per i 750 che accoglie ora ed è affollato da circa 10mila sfollati che occupano ogni spazio possibile e immaginabile. Dopo gli ultimi ordini di evacuazione (giunti dall’esercito israeliano, ndr) alcuni pazienti sono scappati con le ferite infette o con i ferri esposti dopo operazioni di ortopedia. È fuggita anche parte del personale sanitario. È straziante ascoltare il direttore del Nasser che parla degli ammalati che non riescono a curare, dei diecimila pazienti oncologici di Gaza rimasti senza terapie. Solo 400 sono riusciti a uscire (da Gaza, ndr) sui duemila che erano stati inseriti in una lista prioritaria».

CI PARLA DA GAZA Andrea De Domenico, capo di Ocha a Gerusalemme, l’ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari nei Territori palestinesi occupati. Da giorni prova a raggiungere ogni punto possibile del sud della Striscia per monitorare le condizioni di vita di due milioni di civili travolti dell’offensiva militare israeliana. «Alcuni colleghi – prosegue il suo racconto – hanno tentato di organizzare un convoglio di aiuti fortemente necessari per il nord di Gaza dove manca tutto, ma non hanno potuto muoversi perché la superstrada Salah Edin è stata di nuovo chiusa dall’esercito. A Gaza avvengono 180 parti al giorno, le donne mettono al mondo figli in condizioni disumane. Dal nord riceviamo richieste di aiuto continue da parte di donne incinte disperate che ci chiedono dove poter partorire perché in quella parte di Gaza non c’è più un ospedale realmente funzionante». 

Andrea De Domenico (Ocha)

È straziante ascoltare il direttore del Nasser parlare di malati che non riescono a curare, dei 10mila pazienti oncologici senza terapie

Ieri sera, conclude De Domenico, «ci sono stati bombardamenti molto pesanti. A Khan Yunis le truppe israeliane hanno circondato l’università Al Aqsa dove ci sono migliaia di sfollati, alcuni civili sono stati feriti e tanti altri hanno cominciato a scappare verso una struttura dell’Unrwa. Tutto evolve verso la situazione più terribile e oscura che si possa immaginare».

IL QUADRO fatto da De Domenico illustra parte delle conseguenze dell’avanzata sempre più profonda dell’esercito israeliano anche nella parte occidentale di Khan Younis. Dopo intensi scontri a fuoco – in cui tra domenica e ieri sono morti numerosi combattenti di Hamas e tre soldati israeliani -, reparti corazzati con la copertura dell’aviazione hanno raggiunto per la prima volta il distretto di Mawasi sulla costa. Lì hanno circondato il piccolo ospedale Al-Khair e compiuto arresti di medici e infermieri. Mawasi è l’area agricola che più o meno tre mesi fa, l’esercito israeliano aveva indicato come «safe zone» per gli sfollati. A conferma ulteriore che a Gaza non c’è luogo sicuro per i civili.

Testimoni hanno riferito che il bombardamento aereo, terrestre e marittimo delle ultime ore è stato il più intenso nel settore meridionale di Gaza dall’inizio dell’offensiva israeliana. Un video diffuso sui social mostra civili che vagano tra le macerie, fra tende con la biancheria che sventola mentre riecheggiano gli spari e colonne di fumo si alzano verso il cielo. Nel frattempo, da Khan Yunis automobili e carri trainati da asini carichi di persone vanno in cerca di salvezza a Rafah. Tante di loro sono state sfollate 6-7 volte in tre mesi.

Il portavoce del ministero della Sanità ieri ha portato a 25.295 il totale dei palestinesi uccisi dal 7 ottobre, almeno 50 dei quali sono stati uccisi domenica notte a Khan Younis. I feriti sono 62.681. «L’occupazione israeliana sta impedendo alle ambulanze di spostarsi per recuperare i corpi dei martiri e dei feriti nella parte occidentale di Khan Younis», ha denunciato il portavoce. La Mezzaluna Rossa ha aggiunto che i carri armati hanno circondato il suo quartier generale, situato nell’ospedale al-Amal. «Siamo profondamente preoccupati per quanto sta accadendo lì intorno», ha comunicato Tommaso Della Longa, portavoce della Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. «Le ambulanze non possono entrare o uscire e non possiamo fornire assistenza di emergenza alle persone nella zona». 

ISRAELE CONTINUA AD ACCUSARE Hamas di «svolgere le sue operazioni all’interno e sotto gli ospedali e altre strutture mediche». Accusa che il movimento islamico smentisce e il personale medico non conferma. 

Il premier israeliano Netanyahu non fa un passo indietro e respinge l’idea di un cessate il fuoco, anche se ufficiali dell’esercito israeliano hanno spiegato a giornali americani l’impossibilità di continuare l’attacco militare a Gaza e trovare ancora vivi gli oltre 100 israeliani sequestrati. E mentre crescono, almeno in apparenza, le tensioni con gli Stati uniti sulla creazione di uno Stato palestinese, il ministro dell’Energia Eli Cohen ha affermato che «nessun leader responsabile istituirebbe un altro Hamastan in Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr). Alcuni dei paesi che chiedono la creazione di uno Stato palestinese hanno detto che Gaza sarebbe diventata Singapore, ma invece di Singapore abbiamo avuto Hamastan». 

INTANTO CALA IL SOSTEGNO internazionale a Israele. Secondo i dati della società di intelligence Morning Consult, condivisi con Time Magazine, il gradimento di Israele è diminuito globalmente in media del 18,5%. La Cina, il Sudafrica, il Brasile e altri paesi dell’America latina sono passati da una visione positiva a una negativa. Gli Stati uniti rimangono l’unico paese ricco che ha ancora opinioni nettamente positive sullo Stato di Israele. 

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.