LA MANCANZA DI IMMAGINAZIONE AL POTERE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA MANCANZA DI IMMAGINAZIONE AL POTERE da IL MANIFESTO

La mancanza di immaginazione al potere

VERITÀ NASCOSTE. La rubrica settimanale su psiche e società. A cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos  19/11/2022

Come era prevedibile, ma non augurabile, il nuovo governo dà prova di una banalità di pensiero allarmante.
Il pensiero che lo guida può essere riassunto in tre parole: identità, ordine, confini. In tempi di grandissima precarietà e fragilità sociale la banalità paga in termini di consenso (fino a un certo punto), ma ha effetti molto negativi sulla reale capacità di governare.

Le rivendicazioni identitarie portano sempre a conflitti molto divisivi potenzialmente catastrofici. Il ripetersi delle tragedie non insegna niente. L’identità è inseparabile dall’intesa con altre identità con cui si co-costituisce: prende forma nel gioco delle differenze. E’ espressione di libertà e mette insieme due forme di particolarità: la particolarità del nostro modo di essere e la particolarità delle nostre esperienze resa possibile dalla differenza dell’altro. Quando si dice di qualcuno che non ha una chiara identità, si vuole dire che non entra mai veramente in gioco con gli altri. L’identità ha a che fare con la capacità di stabilire relazioni personali che impegnano diverse inclinazioni nel modo di essere, che non possono vivere ed esprimersi l’una indipendentemente dall’altra. L’identità è l’originalità, non è una costituzione a priori del nostro sentire, pensare e agire.

Gli italiani (come ogni popolo) hanno diverse cose in comune che li costituiscono come comunità nazionale: le loro “tipicità”, i loro manierismi, le loro sensibilità, le loro passioni e i loro pregiudizi. La loro percezione di sé non è univoca (né potrebbe esserlo), ma respirano negli stessi luoghi, nelle stesse atmosfere e nella stessa storia (anche quando sono nati altrove). Ciò li lega tra di loro. La pretesa del governo di stabilire cos’è il “vero” italiano crea una non identità, un fantasma di identità, un guscio vuoto pronto a diventare prigione. Gli italiani, più di altri popoli, possono prosperare solo in mezzo agli altri (è una fortuna poco considerata).

Il decreto anti-rave, che mina la libertà costituzionale di manifestare, ha come suo bersaglio apparente un fenomeno poco incidente sull’ordine pubblico, per il quale ci sono già i dispositivi legali per affrontarlo. È un decreto insensato sul piano reale che trova la sua vera motivazione nella volontà di affermare un ordine astratto nell’organizzazione della nostra vita, nella pretesa di renderla prevedibile, chiuderla in schemi riproducibili, ripetitivi. È espressione di una paura inconscia del vivere, della sua complessità, delle sue contraddizioni, dei suoi conflitti. L’ordine come fine di se stesso ha come nemico principale la realtà e come suo alleato la morte delle emozioni.

La “difesa dei confini” è un slogan che denota presunzione e ignoranza. Il soccorso obbligatorio delle persone in pericolo di vita nel mare (imposto dalle leggi internazionali e dalla nostra Costituzione) nulla ha a che fare con i confini e con i paesi confinanti l’Italia è in rapporti decennali di pace. Più in generale l’invocazione dei confini in epoca di globalizzazione selvaggia e di fenomeni migratori epocali è velleitaria: ciò che si accompagna alla porta rientra regolarmente dalla finestra. Le spese della retorica le fanno decine di migliaia di morti. A furia di gridare al lupo, invocando lo spettro dei barbari, il conflitto vero esploderà in Europa tra i vari sovranismi a buon mercato.

In tempi bui, è di vitale importanza sognare di nuovo il nostro rapporto con la realtà, immaginare spazi e prospettive che ampliano, arricchiscono e rendono più intense le nostre relazioni di scambio, aumentando la nostra capacità di condivisione e collaborazione.

Quando l’immaginazione manca, perché inventiamo un passato mai esistito (la verginità sacra e inviolabile della nostra dimora identitaria) come modello del futuro, i conti da pagare sono salati. Governare richiede immaginazione, diversamente ci si scontra con i muri che la propria cecità ha alzati.

Migranti e Ong, facciamo chiarezza

IMMIGRAZIONE. Appello del Comitato per il diritto al soccorso firmato da Vittorio Alessandro, Francesca De Vittor, Luigi Ferrajoli, Paola Gaeta, Luigi Manconi, Federica Resta, Armando Spataro, Sandro Veronesi, Vladimiro Zagrebelsky, Alberto Mallardo

***  19/11/2022

Da sempre il grido «uomo in mare» ha fatto scattare l’opera di soccorso. Il soccorso da parte di qualunque nave sia in condizioni di farlo. Non c’è nemmeno bisogno che un tal principio sia statuito in trattati e convenzioni internazionali. Che costituiscono il diritto del mare. Ma ci sono anche gli obblighi che, ratificandoli, hanno assunto gli Stati e l’Italia tra questi, per poter far parte delle “nazioni civili”. L’arrivo via mare ha caratteristiche materiali e anche un corredo di norme internazionali specifiche, che lo distingue da ogni altro attraversamento di frontiere per via terrestre.

Nel canale di Sicilia si trovano, e raccolgono persone in pericolo, le imbarcazioni della Guardia costiera e della Guardia di Finanza, i mezzi di una missione europea, i mercantili di passaggio e infine le navi delle Organizzazioni non governative umanitarie (Ong). Queste ultime integrano l’attività di salvataggio svolta dalle altre navi accompagnando al sicuro a terra circa il 14% del totale delle persone che sbarcano. I numeri parlano chiaro.

Lanciare il messaggio per cui sarebbe l’opera delle Ong a mettere in difficoltà l’Italia fa parte di una operazione politica che tende a criminalizzarle nell’opinione pubblica e agitare lo spettro del nemico (in più battente bandiera straniera). L’85% delle pesone che sbarcano arriva autonomamente a bordo di piccoli mezzi o sono recuperate in mare da Guardia costiera e da Guardia di Finanza, che le portano a terra, perché inizino nei loro confronti le procedure stabilite dalla Costituzione e dalle leggi italiane e dal diritto internazionale. Perché, mentre lo sbarco a terra in luogo sicuro è un obbligo che non ha eccezioni, il diritto alla successiva permanenza nel territorio dello Stato è vincolato dalla presenza delle condizioni di rischio di pena di morte, di trattamenti inumani o degradanti, di persecuzione politica, razziale o di genere.

È questo il rischio che viene valutato dalle Commissioni istituite per attribuire o negare asilo o protezione umanitaria.

Cosicché è giusto che il governo, come ha proclamato il ministro dell’Interno in Parlamento, segua «il principio che in Italia non si entra illegalmente e che la selezione degli ingressi non la faranno i trafficanti di esseri umani». Giusto ma ovvio, perché e purché la «selezione» sia fatta, secondo legge, dagli organismi a tale scopo istituiti, con le garanzie previste dalla legge. Non quindi in modo generalizzato, con ordini del governo relativi a gruppi di persone costretti per lunghi giorni a bordo delle navi, le cui origini e condizioni sono sconosciute alle autorità perché nessun esame individuale è condotto.

È stato detto che quelle persone non sono profughi ma migranti. Anche questa è una affermazione che non aiuta a comprendere, perché qualunque straniero, per qualunque ragione arrivi nella giurisdizione dello Stato e chieda di potersi trattenere, ha diritto a che la sua posizione sia esaminata, una per una. Perciò l’azione del governo di blocco delle persone a bordo di navi che le avevano salvate dal pericolo in mare è stata – questo sì – illegale. Essa tendeva – e per giorni e giorni ha costituito – un respingimento collettivo, ove l’unico elemento unificante era quello di trovarsi su navi di Ong. Come se questo fatto differenziasse la loro posizione rispetto a quella di chi sbarca o attraversa un confine terrestre con modalità diverse.

La politica migratoria riguarda la gestione del fenomeno, anche sulla lunga distanza, ed è di competenza dei governi. Ma non può farsi utilizzando singoli o gruppi di persone che sono portatori di diritti individuali e che non possono mai esser usati come strumenti della politica dei governi.

***Comitato per il diritto al soccorso:
Vittorio Alessandro, Francesca De Vittor, Luigi Ferrajoli, Paola Gaeta, Luigi Manconi, Federica Resta, Armando Spataro, Sandro Veronesi, Vladimiro Zagrebelsky, Alberto Mallardo (coordinatore).

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