LA GUERRA MONDIALE A PEZZI CHE PUÒ FAR ESPLODERE IL MONDO da IL FATTO e ANSA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA GUERRA MONDIALE A PEZZI CHE PUÒ FAR ESPLODERE IL MONDO da IL FATTO e ANSA

La guerra mondiale a pezzi (che nessuno vede)

VERSO IL 2024 – Conflitti che durano da decenni o appena scoppiati, con l’Onu impotente e i “grandi” leader che hanno smesso di occuparsene

 SABRINA PROVENZANI  27 DICEMBRE 2023

I conflitti in corso più vicini all’Italia, fisicamente e politicamente, sono quello in Ucraina – che il prossimo 24 febbraio 2024 entrerà nel terzo anno dall’invasione russa ma è iniziato il 20 febbraio 2014 con l’annessione russa della Crimea e l’inizio delle ostilità nella regione separatista del Donbass – e quello fra Israele e Hamas a Gaza, che ha origini ancora più antiche. Uscendo dalla prospettiva occidentale, i conflitti ad alta o bassa intensità sono una settantina, 50 circa i fronti in fiamme, con una concentrazione maggiore in Africa, Medio Oriente e Asia.

Questi i più violenti e con un maggior impatto nelle rispettive regioni.

Nagorno-Karabakh
La regione appartiene all’Azerbaijan, ma è abitata da un’ampia popolazione di etnia armena che dalla dissoluzione dell’Urss lotta per ricongiungersi con Erevan. Un primo conflitto, nel 1994, si concluse con la vittoria dei separatisti, ma dal 2020 Baku ha recuperato il controllo. Le autorità azere hanno dichiarato che le istituzioni locali cesseranno di esistere dal 1° gennaio 2024: il presidente azero Ilham Aliyev ha promesso di garantire i diritti dell’etnia armena, ma da settimane è in corso un esodo con oltre 100 mila profughi di etnia ma non cittadinanza armena a cui il governo di Erevan in ottobre ha offerto protezione umanitaria.

Yemen
Il conflitto civile fra il governo di Sana’a e i ribelli Houthi è diventato regionale nel 2015, quando a sostegno del governo è intervenuta una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita, la potenza regionale sunnita. Gli scontri si erano attenuati nel 2023 grazie a un accordo di pace raggiunto con la mediazione dell’Onu, ma in risposta alla reazione israeliana agli attacchi di Hamas del 7 ottobre gli Houthi sciiti sostenuti dall’Iran hanno lanciato ripetuti attacchi a navi in transito nel Mar Rosso, con immediate ricadute sul commercio mondiale e un aumentato rischio di escalation internazionale. Secondo stime del 2021, le vittime del conflitto erano almeno 377 mila, mentre l’Onu ha calcolato che nel 2023 siano 21,6 milioni, inclusi 13 milioni di bambini, gli yemeniti senza cibo, assistenza e infrastrutture di base.

Siria
Uno dei conflitti civili più sanguinari, ormai uscito dalle cronache occidentali ma mai finito. Il presidente Bashar al-Assad contro il cui regime si era sollevata la popolazione nel 2011, ora controlla oltre il 70% del territorio ed è uscito dall’isolamento raggiungendo la normalizzazione con la Lega Araba. Ma scontri continuano con gruppi islamisti nel nord-ovest e milizie curde al confine con la Turchia, mentre gli attacchi israeliani contro postazioni militari iraniane e siriane hanno raggiunto anche gli aeroporti di Aleppo e Damasco. I rifugiati sono 5,2 milioni, e 7 siriani su 10 hanno bisogno d’assistenza umanitaria.

Myanmar
La guerra civile è scoppiata nel febbraio 2021, quando un colpo di Stato della giunta militare, alla vigilia dell’insediamento del nuovo Parlamento democraticamente eletto, ha invalidato le elezioni e preso il controllo del governo, scatenando un vasto movimento di resistenza prima pacifica e poi sfociata nella formazione di milizie ribelli. Brutale la repressione della resistenza da parte dei militari. I gruppi ribelli, chiamati People’s Defense Forces, diversi e non coordinati, sono in parte politicamente allineati col cosiddetto governo di unità nazionale, un gruppo di legislatori e leader etnici che si è autoproclamato governo legittimo. La leader democratica Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace, resta in carcere. Secondo l’Onu gli scontri hanno provocato l’esodo di almeno 400 mila persone.

Repubblica democratica del Congo
Oltre 6 milioni di morti e almeno 7 milioni di rifugiati dall’inizio delle ostilità nel 1996 e oltre 26 milioni, fra cui 15 milioni di bambini, vittime di una spaventosa crisi umanitaria in una delle regioni più povere del mondo, malgrado enormi ricchezze minerarie (soprattutto oro e cobalto). La guerra è su base etnica, con oltre 100 gruppi in lotta per il controllo di un’area al confine con Rwanda, Uganda, Burundi. A fine novembre la missione di pace Onu, con circa 16 mila unità, ha annunciato il ritiro del contingente.

Sudan
Scoppiata il 15 aprile 2023, è uno scontro per il potere fra due fazioni del governo militare sudanese, la guerra civile fra le forze governative del presidente Abdel Fattah al-Burhan e quelle paramilitari, le Rapid Support Forces del suo rivale Mohamed Hamdani Daglo ‘Hemedti’. Secondo Amnesty a metà ottobre i combattimenti avevano provocato 5 mila vittime civili, 12 mila feriti e un esodo di oltre 5 milioni di sfollati interni.

Sud Sudan
Nel 2020 il presidente Salva Kiir e l’ex leader dell’opposizione Riek Machar hanno formato un governo di unità nazionale e i peacekeeper Onu hanno iniziato un disimpegno graduale, ma l’arrivo dei profughi sudanesi ha provocato scontri nei campi profughi. La situazione economica è peggiorata da sanzioni per presunte violazioni dei diritti umani e la tregua fra Kiir e Machar tiene ma mostra segni di frizioni in vista delle elezioni del dicembre 2024, mentre nel sud un’insurrezione armata dal parte del National Salvation Front mette la pace a rischio.

Somalia
La guerra civile nel Corno d’Africa continua dagli anni 80: si scontrano le forze governative e le milizie islamiste di al-Shabaab. La Somalia, una delle nazioni più violente al mondo, ha di recente ottenuto l’ammissione alla Comunità dell’Est Africa, associazione di potenze regionali legate da intese economiche, ma la sua prosperità è minata dall’impatto del cambiamento climatico sull’agricoltura e dagli scontri con le milizie islamiche, soprattutto lungo i confini con il Kenya dove fra settembre e novembre, Acled (The Armed Conflict Location & Event Data Project) ha registrato oltre 100 episodi violenti, alcuni con vittime civili, il 25% in più rispetto al trimestre precedente, e bombardamenti kenyoti di postazioni islamiste in territorio somalo.

Sahel
La vasta regione a sud del Sahara è dominata da gruppi estremisti islamici che terrorizzano la popolazione civile con incursioni, massacri, rapimenti di massa e crimini di guerra. Secondo un rapporto di Human Rights Watch la situazione sta peggiorando a causa dell’instabilità seguita ai colpi di Stato militari in Burkina Faso e Mali, che hanno reso impossibile ogni soluzione diplomatica e soccorso umanitario.

Secondo recenti stime Onu, i profughi sono più di 4,2 milioni, con 3,7 milioni di sfollati interni e oltre 10 milioni di bambini bisognosi di assistenza umanitaria urgente.

L’Iran all’Onu, ‘Abbiamo il diritto di rispondere a Israele’

Lettera a Guterres, dopo l’uccisione del generale Mousavi dei Pasdaran in Siria

ISTANBUL, 27 dicembre 2023

     “Ai sensi del diritto internazionale e dello Statuto delle Nazioni Unite, nel momento opportuno che sarà ritenuto necessario, l’Iran si riserva il diritto legittimo di rispondere con decisione” a Israele per l’uccisione del generale delle Guardie della Rivoluzione Seyyed Razi Mousavi, in Siria.

    Lo ha affermato in una lettera al Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, l’ambasciatore di Teheran presso le Nazioni Unite, Saeed Iravani, definendo “un atto terroristico” l’operazione che ha portato alla morte di Mousavi, “a causa di tre missili sparati dalle posizioni del regime israeliano sulle Alture del Golan occupate”. 

   Ieri era stato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanani, a sottolineare che Teheran “si riserva il diritto di prendere le misure necessarie e di rispondere a tempo e luogo debiti” dopo l’uccisione di Mousavi

   “Il regime sionista ha commesso un nuovo atto terroristico vigliacco ed aggressivo. Questo atto odioso è un nuovo, chiaro segno della natura terroristica del regime sionista”, ha aggiunto Kanani. “Dalla sua creazione, il regime israeliano ha commesso ogni genere di crimine,
violando ripetutamente e continuamente le regole internazionali”; ha concluso il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran. 

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