LA GUERRA INEVITABILE da GIUBBE ROSSE
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA GUERRA INEVITABILE da GIUBBE ROSSE

La guerra inevitabile

Enrico Tomaselli  20/06/2024

A volte, non c’è davvero alcuna ragionevolezza, nelle scelte fatte dai leader. Ovviamente molto dipende dal contesto, e dal pensiero politico-ideologico cui fanno riferimento; un caso di scuola è quello di Adolf Hitler, che dagli anni del putsch di Monaco alla vigilia dell’Operazione Barbarossa mostrò sempre una grande lucidità politica e strategica, per poi finire via via preda di un vero e proprio delirio psicotico.

Qualcosa del genere sta purtroppo accadendo ancora una volta e, paradossalmente, stavolta il ruolo è ricoperto dal leader israeliano Netanyahu.

Quantomeno a partire dal 7 ottobre 2023, le sue capacità di leadership – da politico di lungo corso – si sono progressivamente affievolite, e appare sempre più governato dagli eventi, piuttosto che colui che li governa.

In questo continuo avvitamento, nel quale ovviamente trascina con sé un paese che – peraltro – al di là dei suoi errori, largamente si identifica col suo pensiero di fondo, ogni giorno viene fatto un passo in più verso una nuova guerra, forse più rapida di quella ucraina, ma di sicuro molto più feroce, e molto più destabilizzante.

In un certo senso, Israele sembra condannato alla coazione a ripetere.

Ovviamente, al di là della personalità di Netanyahu, c’è un problema di fondo, che va ben oltre lui e il suo governo, ed è l’ideologia sionista. Non è questa la sede per analizzarla, e sviscerarne le enormi contraddizioni che la caratterizzano, ma non si può non farne menzione poiché è su di essa che si fonda – letteralmente e in ogni senso – lo stato israeliano. Questo imprinting fondativo non può pertanto essere rimosso, e si riflette nelle scelte operate dalle varie leadership israeliane, dal ‘48 a oggi. Israele, semplicemente, non può cessare di essere ciò che è, non può diventare altro da sé.

Ma se l’esistenza di uno stato sionista è stata possibile – giocando per un verso sul senso di colpa degli europei, e per un altro sull’interesse strategico statunitense – nel mondo formatosi dopo la seconda guerra mondiale (e dalla seconda guerra mondiale…), nel mondo nuovo che si sta delineando le sue chance di sopravvivenza si stanno assottigliando.

Israele – il suo destino – si trova su un piano inclinato, e non c’è praticamente modo di raddrizzarlo; tutto ciò che è possibile fare è regolare la velocità di caduta, cercare di attutirne le conseguenze il più possibile. Ma, e qui interviene la personalità del leader, la sua (e non solo sua…) irragionevolezza; lo stato ebraico sta infatti facendo apparentemente di tutto per rendersi le cose più difficili e dolorose. Non si tratta tanto dello sterminio sistematico della popolazione civile della Striscia di Gaza – questo, ahimé, si inscrive perfettamente in una storia iniziata non a caso con la Nakba – quanto piuttosto del passaggio da un pensiero politico-strategico razionale (che può essere anche terribilmente feroce, ma con una sua lucidità) a un pensiero messianico, che per definizione è assolutamente privo di qualsiasi connessione con la realtà.

In questa forma di delirio politico possono essere ricompresi due elementi chiave della condotta strategica israeliana. L’illusione di poter distrugger militarmente e politicamente Hamas e la Resistenza palestinese, e l’ossessione di liberarsi di Hezbollah.

Sul primo dei due non vale neanche la pena soffermarsi: non soltanto qualsiasi studio di storia politico-militare, ma anche e soprattutto la stessa storia di Israele, dovrebbe insegnare che questo è un obiettivo irrealistico, assolutamente non conseguibile. E non perché ci sia un deficit di volontà politica, di capacità militare o di adeguatezza dei mezzi. Ma per una precisa e ineludibile ragione politica.

Obliterare questa considerazione, ridurre tutto a una mera questione militare, di puro esercizio della forza, è un errore colossale, che dovrebbe essere evidente agli occhi della leadership israeliana. Se non fosse appunto accecata dal suo delirio messianico.

La guerra, come insegna von Clausewitz, non è semplicemente (come la sua citatissima frase spesso induce a pensare) il passaggio dalla politica ad “altri mezzi”, ma il suo “proseguimento” con altri mezzi. Ciò significa che la guerra è, in ogni suo più minimo atto, una questione politica; non soltanto negli obiettivi ultimi, ma letteralmente nel suo continuo dispiegarsi. Porsi degli obiettivi non conseguibili, pertanto, significa minare in nuce qualsiasi possibilità di successo. Una guerra che si proponga di raggiungere risultati impossibili, è una guerra persa in partenza.

Ma è piuttosto sul secondo che vale la pena di soffermare l’attenzione, perché tutto sembra indicare che il delirio psicotico che si è impadronito della leadership israeliana la stia portando verso la guerra con il Libano.

Merita qui di essere sottolineato come, ancora una volta, un approccio irrazionale, non politico, allo strumento bellico, sia già di per sé fattore inficiante del possibile successo. Appare abbastanza evidente che la scelta di andare allo scontro aperto e diretto con Hezbollah non nasce da una valutazione strategica ponderata e condivisa, quanto piuttosto dal calcolo: la leadership israeliana – consapevole di essersi impantanata a Gaza – ha bisogno di guadagnare tempo (per rinviare la resa dei conti interna) e di un diversivo, che distolga l’attenzione dal disastro nella Striscia, e al tempo stesso risponda a una domanda di vendetta e sicurezza che attraversa la società ebraica.

Peraltro, anche questo calcolo – e non è il solo – è in qualche misura incompiuto. È infatti altrettanto evidente che non c’è ancora una scelta definitiva in tal senso, poiché poi Netanyahu e i suoi sono ben consapevoli dei rischi, ma ciò nonostante continuano a comportarsi come se volessero che accada. Al calcolo quindi si aggiunge una sorta di fatalismo. Tutto questo però produce un progressivo slittamento verso la guerra, senza una vera determinazione a farla, e soprattutto senza una vera strategia per vincerla. Alla fine, infatti, al piccolo calcolo di cui s’è detto, fa eco il grande calcolo, la scommessa che gli Stati Uniti interverranno per salvare capra e cavoli.

Quest’altro calcolo si fonda ovviamente sulla convinzione che Washington non potrebbe permettere una radicale sconfitta del suo partner strategico in Medio Oriente, oltre che sulla consapevolezza che gli USA certamente vedrebbero con piacere la distruzione di Hezbollah, dell’Asse della Resistenza e dell’Iran.

All’opposto, Tel Aviv sa anche che gli Stati Uniti non vogliono un conflitto allargato in Medio Oriente, che rischierebbe di destabilizzarlo in modo sfavorevole, e che soprattutto non lo vogliono in questo momento, perché si trovano in una complicata fase di transizione (interna e internazionale), in cui devono gestire il disimpegno dal fronte ucraino, assicurandosi però che venga coperto dagli europei, e costruire le basi per il confronto con la Cina nell’Indo-Pacifico.

Peraltro, parlando in termini strategici, quand’anche gli USA fossero trascinati per i capelli in un conflitto israelo-libanese, avrebbero comunque due possibilità di intervento, una delle quali non particolarmente favorevole a Netanyahu e soci.

La prima possibilità, ovviamente, è farsi coinvolgere a fondo nel conflitto. Questo avrebbe come immediata conseguenza il suo veloce allargamento: le basi USA in Siria, Iraq e Giordania diventerebbero immediatamente bersaglio di attacchi ben più pesanti e precisi delle punture di spillo di questi mesi, per non parlare della flotta nel Golfo di Aden. Tutto ciò che Washington potrebbe comunque mettere in campo è la sua aviazione (e probabilmente quella di alcuni paesi amici: UK, Giordania, Arabia Saudita…), la cui efficacia è comunque limitata, e andrebbe in ogni caso seguita da una azione sul terreno. Cosa che, se abbiamo in mente il tipo di sforzo necessario per la seconda guerra contro l’Iraq (oltre 300.000 uomini), e soprattutto si tiene presente il quadro attuale (Hezbollah + Amal + esercito libanese + Resistenza Irachena + Resistenza Yemenita + IRGC + esercito iraniano + esercito siriano…) appare francamente impossibile. Sarebbero necessari almeno due milioni di uomini, per una guerra (limitata) contro uno schieramento regionale così vasto, e guidato dall’Iran. Per non parlare della presenza russa in Siria…

Una guerra israelo-americana contro l’Iran e i suoi alleati regionali, insomma, è fuori dalla realtà. Men che meno nel contesto attuale.

La seconda opzione, quella praticabile, verrebbe ritagliata sul modello della precedente crisi del 2006. Dopo una breve fase di scontro al confine, con pesanti interventi dell’aviazione statunitense sul Libano (e badando bene di non allargare il conflitto), si attiverebbe velocemente una mediazione internazionale per arrivare a una composizione della crisi. Gli USA pagherebbero un prezzo per l’intensificarsi degli attacchi contro i loro obiettivi nell’area, ma sarebbe un prezzo accettabile. Molto più pesante sarebbe il bilancio per Israele, che ancora una volta dovrebbe affrontare una sconfitta sul campo, si vedrebbe costretta ad accettare un cessate il fuoco in condizioni svantaggiate, e con la patata bollente di Gaza ancora tra le mani.

Il destino di Netanyahu (& co) sarebbe comunque segnato.

Se questo è il quadro generale, sotto il profilo strategico e geopolitico, ciò però non esclude affatto che, essendo la leadership israeliana sul piano inclinato del suo pensiero messianico, passo dopo passo, senza neanche una vera convinzione, alla guerra con Hezbollah si arrivi davvero.

Cosa accadrebbe, in tal caso?

La prima mossa israeliana sarebbe molto probabilmente quella di intensificare i bombardamenti sul sud del Libano, e sui quartieri sciiti di Beirut. È possibile che in questa fase Hezbollah metta in campo i suoi sistemi antiaerei in modo più massiccio, e l’aviazione israeliana registri alcune perdite. Immediatamente dopo, l’IDF avanzerebbe oltre confine, cercando di occupare degli snodi strategici. Il confine israelo-libanese è comunque una zona ricca di rilievi e di aree forestali, che riducono la mobilità delle forze corazzate. Per conseguire gli obiettivi tattici – respingere Hezbollah oltre il fiume Litani, che dista tra i 10 e i 30 km circa dal confine – l’IDF deve quindi avanzare in profondità, lungo l’intera linea di contatto [1], avendo cura di ripulire l’area man mano che avanza.

La reazione di Hezbollah a un attacco di tal genere (non esamineremo qui le azioni di supporto dell’intero Asse della Resistenza) si articolerebbe presumibilmente su più livelli. Innanzi tutto, utilizzando la propria ampia disponibilità missilistica, riverserebbe su Israele un massiccio attacco; gli obiettivi sarebbero probabilmente in prevalenza militari, in particolare gli aeroporti, le stazioni radar, i sistemi di difesa anti-missile. Ma è altamente probabile che verrebbero colpite anche le città, come Haifa e Tel Aviv.

Sul terreno, sfruttando sia la configurazione orografica, sia la rete di rifugi sotterranei, sia la migliore conoscenza del territorio, Hezbollah probabilmente adotterà una tattica di resistenza flessibile, cercando di far avanzare il nemico in luoghi più adatti per imboscate, fargli allungare le linee di rifornimento, e martellando sulle immediate retrovie dell’IDF.

Ciò significa che l’esercito israeliano riuscirebbe ad avanzare limitatamente in territorio libanese, ma a prezzo di pesanti perdite in uomini e mezzi, mentre l’impatto sui suoi sistemi di difesa e sulle sue infrastrutture, per non parlare di quello psicologico sulla popolazione, sarebbe pesantissimo. La capacità di deterrenza delle forze armate ebraiche, già fortemente intaccata dall’operazione Al-Aqsa Flood, ne uscirebbe a pezzi, sferrando un ulteriore, forse definitivo colpo al progetto politico sionista.

L’onda d’urto di un conflitto del genere, anche nella sua versione limitata, sarebbe enorme, e si riverberebbe su un’area vastissima, che va dalla Turchia alla Somalia, e dalla Libia all’Iran, mettendo in ulteriore difficoltà la NATO, in un quadrante strategico fondamentale. Se Israele si risolverà a fare una mossa del genere, questo gli alienerà molte più simpatie – tra i suoi amici occidentali – di quante non gliene abbia alienate il genocidio palestinese. E anche per questo, potrebbe rivelarsi l’errore fatale.


Note

1 – Molto probabilmente l’attacco israeliano partirebbe da est, dal saliente costituito dalle fattorie Sheeba e dalle alture del Golan (territori occupati libanesi e siriani), che si insinua tra Libano e Siria, ma non potrebbe eludere la necessità di puntare a ovest, sino al mare, con un fronte largo una cinquantina di chilometri.

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