LA CRISI CINESE È UN ERRORE USA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA CRISI CINESE È UN ERRORE USA da IL FATTO

La crisi cinese è un errore Usa

LA SFIDA PER L’EGEMONIA – Contro le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, Obama, Trump e ora Biden hanno provato a isolare il Dragone. Una tecnica già adoperata con Urss e Giappone

 JEFFREY D. SACHS  9 SETTEMBRE 2023

L’economia cinese sta rallentando. Secondo le previsioni, la crescita del Pil cinese nel 2023 sarà inferiore al 5%, al di sotto delle stime dello scorso anno e molto al di sotto dei tassi di crescita di cui Pechino ha goduto fino alla fine degli anni 10.

La stampa occidentale pubblica costantemente notizie di presunti misfatti cinesi, dalla crisi finanziaria del mercato immobiliare al debito eccessivo e via dicendo, ma la verità è che gran parte di questa frenata è il risultato di misure economiche adottate dagli Stati Uniti proprio con l’obiettivo di rallentare la crescita del Dragone. Queste misure economiche violano le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e sono un pericolo per la prosperità globale. Dovrebbero essere fermate.

Le odierne politiche anti-cinesi di Washington sono la riproposizione di un modus operandi tipico degli Usa. L’obiettivo è sempre impedire la concorrenza economica e tecnologica di un grande rivale. La prima e più potente applicazione di questo manuale di guerra economica è stato il blocco tecnologico imposto dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda: l’Unione Sovietica era il nemico dichiarato dell’America e quindi bisognava impedire che Mosca accedesse a tecnologie avanzate.

La seconda volta, questa strategia è stata applicata in modo meno palese, tanto che ancora oggi anche gli osservatori più esperti trascurano il fenomeno. Tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, Washington ha deliberatamente cercato di rallentare la crescita economica del Giappone. Può sembrare sorprendente, dato che il Giappone era ed è un alleato degli Stati Uniti, ma il fatto è che stava diventando “troppo vincente”: le imprese giapponesi superavano quelle statunitensi in settori chiave come i semiconduttori, l’elettronica di consumo e le automobili. Un successo che è stato ampiamente celebrato nel best-seller Japan as Number One: Lessons for America scritto dal mio grande e compianto collega Ezra Vogel, sociologo di Harvard.

Verso la metà degli anni 80, i politici statunitensi iniziarono a chiudere i mercati americani alle esportazioni nipponiche, attraverso i cosiddetti limiti “volontari” concordati con il governo di Tokyo. Così facendo spinsero il Giappone a una rivalutazione della sua moneta. Il tasso di cambio con lo yen giapponese passò da un valore di circa 240 yen per 1 dollaro nel 1985 a 128 yen per dollaro nel 1988, fino a 94 yen per dollaro nel 1995. Questo ha determinato l’esclusione dei prodotti giapponesi dal mercato statunitense, e il crollo dell’export verso gli Usa ha mandato in crisi il Giappone. Tra il 1980 e il 1985 l’export di Tokyo era aumentato del 7,9% annuo di media, tra il 1985 e il 1990 l’incremento scese al 3,5% annuo e poi al 3,3% tra il 1990 e il 1995. Questo netto rallentamento mandò in difficoltà molte aziende nipponiche andarono, ponendo la basi per il crac finanziario dell’inizio degli anni 90. A metà di quello stesso decennio chiesi a uno dei più potenti funzionari governativi di Tokyo perché il Giappone non svalutasse la moneta per far ripartire la crescita. Mi rispose che Washington non lo avrebbe permesso.

Adesso gli Stati Uniti hanno spostato il mirino sulla Cina, percepita ormai come una minaccia e non più come un partner commerciale. Questo cambiamento di visione è dovuto al successo economico di Pechino, che ha iniziato ad allarmare gli strateghi statunitensi a partire dal 2015, quando è stato annunciato il piano Made in China 2025 per promuovere il primato del Paese nel campo della robotica, dell’informatica, delle energie rinnovabili e altre tecnologie avanzate e, contemporaneamente, Pechino ha lanciato la Belt and Road Initiative, per contribuire alla costruzione di infrastrutture moderne in Asia, Africa e non solo, utilizzando in gran parte finanziamenti, aziende e tecnologie cinesi.

A quel punto la Casa Bianca ha rispolverato il vecchio manuale di guerra economica con l’obiettivo di rallentare la crescita vertiginosa della Cina. Per primo è intervenuto Barack Obama, con la proposta di creare un nuovo gruppo commerciale tra Usa e Paesi asiatici che escludesse la Cina.

Il suo successore Donald Trump è andato oltre, adottando vere e proprie politiche protezioniste. Dopo aver vinto le elezioni del 2016 con un programma anti-cinese, Trump ha imposto dazi unilaterali alla Cina che violavano chiaramente le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Poi, per garantire che l’OMC non si pronunciasse contro le sue misure, Washington ha neutralizzato la Corte d’appello dell’Organizzazione bloccando le nuove nomine. L’Amministrazione Trump ha messo anche al bando i prodotti delle principali aziende tecnologiche cinesi come ZTE e Huawei, e ha esortato gli alleati statunitensi a fare lo stesso.

Con l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca, molti (me compreso) si aspettavano un dietrofront o almeno un ammorbidimento delle politiche anticinesi americane. Invece è successo il contrario: Biden ha rafforzato la stretta mantenendo i dazi imposti da Trump e firmando anche nuovi ordini esecutivi per limitare l’accesso della Cina alle tecnologie avanzate dei semiconduttori e agli investimenti statunitensi. Alle imprese americane è stato consigliato in modo informale di spostare le loro catene di fornitura in altri Paesi, processo definito friend-shoring in contrapposizione all’offshoring. Nell’attuare queste misure, gli Usa hanno completamente ignorato i principi e le procedure dell’OMC.

Oggi Washington nega fermamente di essere in guerra economica con la Cina, ma a questo punto vale il vecchio test dell’anatra: “Se sembra un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra”. Gli Stati Uniti stanno usando una strategia codificata, che i politici stanno rispettando e riverberando a pieno dipingendo la Cina come di un nemico da contenere o sconfiggere. Il risultato di questa offensiva è stata l’inversione di tendenza delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti. Quando Trump è entrato in carica, a gennaio 2017, la Cina rappresentava il 22% delle importazioni di merci statunitensi. A gennaio 2021, mese dell’insediamento di Biden, la quota cinese delle importazioni statunitensi era scesa al 19%. A giugno 2023 la quota cinese delle importazioni statunitensi era scesa al 13%. Tra il giugno 2022 e il giugno 2023, le importazioni statunitensi dalla Cina sono diminuite di ben il 29%.

Naturalmente, le dinamiche dell’economia cinese sono complesse e non sono guidate soltanto dal commercio con gli Stati Uniti. Va detto che l’export verso gli Usa potrebbe parzialmente riprendersi nei prossimi tempi, ma è improbabile che Biden allenti le barriere commerciali contro la Cina prima delle elezioni del 2024.

A differenza del Giappone degli anni 90, che dipendeva dagli Stati Uniti per la sua sicurezza e quindi seguiva docilmente le richieste americane, la Cina ha un maggiore margine di manovra di fronte al protezionismo statunitense. Soprattutto, credo che la Cina possa aumentare in modo sostanziale le sue esportazioni verso il resto dell’Asia, l’Africa e l’America Latina attraverso politiche come la Belt and Road Initiative. La mia valutazione è che il tentativo americano di contenere Pechino non solo è sbagliato in linea di principio, ma è anche destinato a
fallire in pratica. La Cina troverà partner in tutta l’economia mondiale per sostenere una continua espansione del commercio e del progresso tecnologico.

Traduzione di Riccardo Antoniucci * Originariamente uscito sul Korea Herald e altre pubblicazioni

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