“ITALIA RASSEGNATA: SI INDIGNA MA NON SCENDE PIÙ IN PIAZZA” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“ITALIA RASSEGNATA: SI INDIGNA MA NON SCENDE PIÙ IN PIAZZA” da IL FATTO

“Italia rassegnata: si indigna, ma non scende più in piazza”

SOCIOLOGO FORUM DISEGUAGLIANZE – “Non abbiamo più il motore in grado di guidare le proteste”. “Schelin dovrebbe fare un congresso permanente, stare tra la gente. E al Movimento servono i meet up”

 ANTONELLO CAPORALE  7 AGOSTO 2023

Primo indizio: un sms del governo ti toglie il sussidio, definito dalla premier “metadone di Stato”.

La decisione di revocare il reddito di cittadinanza è accompagnata dal claim “la pacchia è finita”. Qualcuno mormora, e poco altro.

Secondo indizio: chi non paga le tasse – dice la premier – non è un evasore ma piuttosto un cittadino in difficoltà che si ribella al “pizzo di Stato”. Il fisco equiparato al pizzo, l’evasore al resistente. Proteste? Qualche mormorio dalle ultime file della società, e niente più.

Terzo indizio: il Pnrr che negli annunci doveva far rinascere l’Italia, rigenerare le città, dare nuovo lavoro e centinaia di migliaia di giovani competenze oggi è divenuta una pratica quotidiana di concertazioni infruttuose. Tante parole, nessun fatto. Ma di proteste sociali neanche l’ombra.

Tre indizi sono una prova. E su questa prova Filippo Barbera firma per Laterza il libro Le piazze vuote. Quali sono i motivi di questa crescente narcotizzazione sociale?

Gli italiani hanno sempre avuto bisogno di un motore organizzato, di un partito o movimento che sapesse condurli in piazza. I francesi hanno una grande tradizione di civismo, una capacità di autonoma mobilitazione, un senso comunitario dei diritti. Noi italiani abbiamo bisogno dell’intermediazione politica e sindacale. Se manca, plof. Tutto si affloscia.

Dobbiamo essere trascinati in piazza.

L’ultimo leader è stato Beppe Grillo, poi il movimento si è andato infiacchendo per propria incapacità e quella fiammata sociale si è presto spenta.

Nessuno chiama più alla piazza.

Manca la reputazione, manca la fiducia in una leadership e poi nella società si fa strada un atteggiamento sempre più disponibile verso il potere. Ha visto il video che gira in queste ore di una comunità romagnola che chiede alle autorità di riaprire la strada che porta al proprio paese già devastato dall’alluvione?

Chiedono il permesso di sostituirsi allo Stato. Invece che indignarsi per un diritto negato, per una promessa non mantenuta, avanzano, nella sottomissione più plateale, la richiesta di avere il permesso di fare al posto dello Stato inadempiente.

Altro che conflitto sociale, qua siamo al corteo nuziale che accompagna il potere.

Ma a cinquecentomila persone hanno tagliato o taglieranno l’indennità, l’unica entrata economica per tantissimi. Ci sarebbe da incavolarsi e anche parecchio.

Negli strati più deboli della società l’ulteriore indebolimento non porta, come sarebbe logico immaginarsi, a una dura contestazione ma declina verso il piano della rassegnazione.

Impoverire i già poveri non produce nessun costo sociale?

No. E mi sento di affermare che Giorgia Meloni ha un decennio davanti a sé di tranquillità politica e sociale.

Se cadrà è perché sarà inciampata da sola?

L’opposizione non è riconosciuta dai cittadini come capace di governare il cambiamento. Le piazze delle città sono vuote ma sono piene le piazzette dei paesi, i luoghi di incontro delle comunità locali sono sempre più affollati. Questo è un altro dato macroscopico della sfiducia nei confronti dei partiti: tanti si industriano, si mobilitano, destinano il loro tempo ma dentro la cornice locale. Non vogliono avanzare di grado, non ritengono che la propria competenza debba avere sbocchi nazionali.

Cosa dovrebbe fare Elly Schlein?

L’unica cosa che sa fare: andare tra la gente. Lei sa stare in mezzo, guarda negli occhi, ascolta e si ricorda di quel che hai detto. Deve fare un eterno congresso, non stare mai a Roma.

E Giuseppe Conte?

Rifare i meet up. Erano una speranza, hanno dato frutti grandiosi, poi il flop.

I suoi studenti dell’università di Torino avranno come materia di esame l’ecoansia.

È una questione approfondita da tempo dall’accademia, non è figlia, come ho letto, delle lacrime della studentessa che al Giffoni Film Festival si è commossa per la gravità dei cambiamenti climatici.

Cos’è invece?

La consapevolezza che si è soli. Non c’è lo Stato, non c’è la comunità organizzata. C’è la solitudine. E quindi la paura.

E l’ansia.

Il clima che cambia produce collassi economici e a cascata collassi sociali e infine politici. Non c’è che dire: per essere disperati basta e avanza.

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