ISRAELE, SARAH DAOUD; “QUALUNQUE COSA ACCADA, HAMAS NON PUÒ SCOMPARIRE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
14467
post-template-default,single,single-post,postid-14467,single-format-standard,stockholm-core-2.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.6,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.13.0,vc_responsive

ISRAELE, SARAH DAOUD; “QUALUNQUE COSA ACCADA, HAMAS NON PUÒ SCOMPARIRE” da IL FATTO

Israele, Sarah Daoud (Sciences Po): “Qualunque cosa accada, Hamas non può scomparire”

MEDIO ORIENTE IN FIAMME – “Chi oggi ha dieci anni e crescerà nell’odio dopo questa distruzione probabilmente aderirà al movimento, persone che non hanno mai combattuto e hanno perso tutto, magari stanno già decidendo di farlo ora”

JOSEPH CONFAVREUX  4 DICEMBRE 2023

Sarah Daoud – ricercatrice al Centro internazionale per le ricerche a Sciences Po – l’Egitto sarebbe intervenuto il 25 novembre scorso per fare pressione su Hamas che ritardava la liberazione degli ostaggi israeliani. Che ruolo svolge il Paese nei negoziati? È stato soppiantato dal Qatar?

Nelle precedenti guerre tra Israele e Hamas, i servizi segreti egiziani sono sempre stati i principali interlocutori dei due campi avversi. In questa guerra, dal 7 ottobre scorso, gli egiziani sono stati accantonati ed è il Qatar ad essersi trovato in prima linea nella trattativa per la liberazione degli ostaggi. Ma l’Egitto resta fondamentale per tutto ciò che riguarda gli aiuti umanitari. Nessuno conosce i leader di Hamas a Gaza meglio degli 007 egiziani. Ed a Gaza che si trovano i veri decisori di questo conflitto, non a Doha.

Quale era il ruolo svolto dai servizi segreti egiziani a Gaza prima del 7 ottobre?

Dallo scoppio della seconda Intifada, la “questione palestinese” è stata affidata ai servizi egiziani, all’epoca guidati dal potente Omar Souleiman. Si trattava da un lato di occuparsi della riconciliazione tra Hamas e Fatah, dall’altro di instaurare un duraturo cessate il fuoco tra Hamas e Israele. Ma negli ultimi anni il processo di riconciliazione interpalestinese era ad un punto morto. Gli egiziani si sono concentrati soprattutto sulla questione del cessate il fuoco, anche per motivi di sicurezza nazionale, data la vicinanza geografica con la Striscia.

Come definire la diplomazia del Cairo nei confronti di Gaza?

È una diplomazia ibrida. L’Egitto ha due leve principali per fare pressione: l’arresto dei dirigenti di Hamas in Egitto e l’apertura o chiusura del valico di frontiera di Rafah. Ma la sua diplomazia è fatta anche di metodi più classici, di viaggi a Ramallah, Tel Aviv e in altre località della regione. L’obiettivo principale è di evitare di importare in Egitto le tensioni tra Israele e Hamas. Durante la presidenza di Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, i rapporti con Hamas erano buoni. Le cose sono profondamente cambiate nel 2014, con l’arrivo al potere di Al-Sisi, molto ostile ai Fratelli Musulmani.

Il presidente egiziano ha proposto il “riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della comunità internazionale” senza ulteriori negoziati tra israeliani e palestinesi e negli attuali confini di Gaza e Cisgiordania. Come interpreta questo appello?

È in continuità con la posizione del Cairo che rifiuta ogni allargamento del territorio di Gaza verso il Sinai. La questione era già emersa all’epoca di Mubarak, quando si era presa in conto la possibilità di uno scambio di terre con il Negev, il deserto situato nel sud di Israele. Anche l’“accordo del secolo” di Donald Trump, nel 2016, immaginava di sviluppare delle zone industriali nel nord del Sinai, che sarebbero potuto servire come bacino occupazionale per i palestinesi di Gaza. L’Egitto vuole, ad ogni costo, proteggere l’integrità del suo territorio e garantire la sicurezza militare della regione. Per Al-Sisi è inconcepibile che anche solo parte del Sinai diventi un luogo di accoglienza per i rifugiati provenienti da Gaza. Il Nord Sinai è in stato di emergenza dal 2014 e la lotta contro i gruppi salafiti jihadisti è stata feroce. La riapertura del valico di Rafah nel 2017, dopo due anni di chiusura, è stata possibile nell’ambito di una trattativa con Hamas, che si è impegnato a reprimere questi gruppi salafiti jihadisti e ad accettare che buona parte dei tunnel che collegavano Gaza all’Egitto venisse distrutta. Ma la riapertura del valico di Rafah è legata anche agli accordi con Mohamed Dahlan, ex uomo forte di Fatah a Gaza.

Dahlan ha ancora influenza su Gaza?

Sì, anche se, da quando è stato escluso da Fatah, è in esilio negli Emirati. Dopo il 2006 la Striscia di Gaza ha vissuto un susseguirsi di linciaggi, vendette e scontri armati in cui era coinvolto Dahlan, capo della sicurezza preventiva. Dahlan e Hamas si odiavano. Ma ciò non gli ha impedito, nel 2017, di fare il mediatore tra Hamas e Egitto.

Cosa sappiamo del sostegno della popolazione di Gaza a Hamas? C’è una reale adesione o è obbedienza a un potere dittatoriale?

La popolarità di Hamas nella Striscia di Gaza è andata declinando nel tempo. Ma ogni episodio di guerra rafforza puntualmente il sostegno al movimento, che i palestinesi identificano con la resistenza armata, mentre l’Autorità palestinese, in Cisgiordania, è percepita come collaboratrice di Israele a tutti gli effetti. La propaganda di Hamas funziona bene nei campi di rifugiati all’estero e in Cisgiordania, dove, come si sta vedendo in questi giorni, il rilascio dei prigionieri palestinesi viene festeggiato sventolando le bandiere di Hamas. Ma a Gaza, dove Hamas non è risultato efficace nella gestione della politica e dell’economica, la situazione è diversa. Se le elezioni si fossero svolte come previsto nel 2021, sono sicura che il movimento sarebbe uscito indebolito dalle urne. Ecco perché il solo strumento di legittimazione che gli resta è la lotta armata. Ma dubito che questa guerra, a differenza delle precedenti, e data la vastità delle distruzioni, confermerà il sostegno degli abitanti di Gaza a Hamas. Penso che la rabbia sia troppo forte. Ma è difficile fare valutazioni: a Gaza, se parli in pubblico contro Hamas e qualcuno ti denuncia, rischi l’esecuzione.

L’autoritarismo politico di Hamas a Gaza è paragonabile a quello dell’Anp in Cisgiordania?

Non sono sicura che abbia un senso stilare una gerarchia. Organizzare una manifestazione contro il governo a Ramallah non è molto più facile che a Gaza. Ci sono stati diversi casi di oppositori politici di Abu Mazen che sono stati imprigionati o assassinati, anche se non è chiaro da chi. La vera differenza è sul piano umanitario. Contrariamente a quanto a volte si sente dire, non c’è stata una vera “ricostruzione” dopo la guerra. Molte famiglie, le cui case sono state distrutte durante la guerra del 2014, stanno ancora aspettando gli aiuti promessi.

L’Anp può tornare davvero, come molti sperano, a Gaza?

L’Anp non ha alcuna influenza su Gaza. È inesistente. È tragico e ironico vedere la comunità internazionale che dal 7 ottobre chiede ad Abu Mazen di intervenire. Immaginare un qualunque ruolo dell’Anp a Gaza in un prossimo futuro, anche senza tenere conto del rifiuto di principio di Netanyahu, mi sembra irrealistico. Abu Mazen non ha mai espresso nessuna empatia per i gazawi, che lo ritengono corresponsabile delle loro difficili condizioni di vita. Fu lui, nel 2017, a rifiutare di trasferire parte delle tasse riscosse dall’Anp e che erano dovute a Gaza. Si potrebbe immaginare che un vice o un successore possa svolgere un ruolo a Gaza in futuro. Ma chi? Majed Farraj, considerato l’erede di Abu Mazen, è della sua stessa generazione e ha una salute fragile. Hussein al-Sheikh, responsabile della cooperazione con Israele, è molto impopolare. È tutto molto incerto. Non sappiamo neanche come sarà Gaza dopo la guerra. Se ci saranno zone cuscinetto o territori occupati. In ogni caso, non vedo come gli attuali responsabili dell’Anp possano imporsi a Gaza, fintanto che esisterà Hamas.

Ma il progetto di Israele è di sradicare Hamas…

Di questo passo, e anche se gli attuali leader venissero abbattuti, Hamas non potrà scomparire. Ci saranno sempre bambini che oggi hanno dieci anni e che tra dieci anni riprenderanno la lotta armata. Molte persone che oggi non sono combattenti di Hamas, lo diventeranno di fronte alle distruzioni della loro città o alla perdita della loro famiglia. Hamas continua ad organizzarsi politicamente fuori Gaza. Molti dei suoi leader sono in esilio in Qatar e Turchia. I membri di Hamas hanno recentemente incontrato il braccio destro di Mohammed Dahlan, Samir al-Mashharawi. Hanno colloqui con Nasser al-Qidwa, l’ex ministro degli Esteri dell’Anp, nipote di Yasser Arafat, che fu escluso da Fatah per aver voluto presentare una lista dissidente contro Abu Mazen. Qualunque cosa accada, Hamas non scomparirà dalla scena politica palestinese.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.