IL SUDAFRICA HA CORAGGIO. L’OCCIDENTE INVECE MENTE da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL SUDAFRICA HA CORAGGIO. L’OCCIDENTE INVECE MENTE da IL FATTO e IL MANIFESTO

Il Sudafrica ha coraggio. L’Occidente invece mente

ELENA BASILE   24 GENNAIO 2024

Una delle poche buone notizie che abbiamo avuto in questi mesi di oscurantismo politico ed etico è costituita dall’azione intrapresa dal Sudafrica per rianimare una istituzione dell’Onu, la Corte Internazionale di Giustizia, affinché giudici indipendenti valutino l’azione criminale del governo di Netanyahu a Gaza e denuncino, se del caso, l’intento genocida. Il Sudafrica è consapevole che l’eroica storia di liberazione dal regime di apartheid è stata possibile grazie alla solidarietà internazionale. Combattere l’apartheid in ogni sua forma è nei cromosomi del popolo sudafricano. Capetown non dimentica l’appoggio dato da Tel Aviv al regime sudafricano con cui ha condiviso la tecnologia, anche nucleare.

Abbiamo ascoltato le arringhe degli avvocati sudafricani con l’incredulità di chi ogni giorno vede il diritto, l’etica e la verità seppelliti dallo spazio politico-mediatico occidentale e ha perso la speranza in una politica in grado di perseguire la composizione degli interessi per il bene comune. Il ministro degli Esteri Tajani, scimmiottando Blinken, si è sostituito ai giudici della Corte, ne ha usurpato titolo e ruolo, per assicurare che Israele è innocente. Ha poi rivolto un appello a Tel Aviv affinché faccia attenzione e non massacri troppi civili. Questo è lo spettacolo surreale a cui abbiamo fatto l’abitudine.

Qualcosa tuttavia sta cambiando con Gaza. Il risveglio della società civile, la pietas e l’indignazione di fronte alle stragi di innocenti non possono essere a lungo ignorate, purché la mobilitazione per il cessate il fuoco continui. Gli anglo-americani, pur sapendo che l’operazione militare è inefficace in quanto gli Houthi sono un gruppo di resistenza armata sopravvissuto ad anni di bombardamenti sauditi, paragonato per la resilienza da alcuni ai Vietcong, alimentano le tensioni, sperando che infine vi sia l’opportunità di una guerra all’Iran. La difesa della libertà di commercio non è l’obiettivo dei bombardamenti (contro il diritto internazionale) dello Yemen, ma lo è l’escalation le cui conseguenze negative di breve periodo sono state già tenute in conto. I popoli europei e il loro benessere economico sono allegramente sacrificati per strategie che ci trascendono, essendo a vantaggio delle oligarchie delle armi e dell’energia. Non sarei sorpresa se si stesse tentando contro l’Iran quel che è fallito contro la Russia.

Zelensky, personaggio tragicomico, che incarna il grottesco di un Occidente che ha perso l’anima, si aggira per Davos distribuendo abbracci ai suoi aguzzini, i leader dei Paesi Nato che, dopo averlo spinto a una guerra insensata contro l’invasore russo, al fallimento del Paese e alla decimazione di una generazione, lo guardano con malcelata compassione, convinti che verrà presto il momento di abbandonarlo. Per ora l’Europa continua a inviare armi e finanziamenti, mai sazia di sangue. Non si può perdere la faccia e bisogna salvare il soldato Biden. I politici e i commentatori che hanno sbagliato tutti i calcoli in relazione alla resistenza del regime di Putin e alle risorse economiche e di potenza della Russia, invece di chiedere scusa all’opinione pubblica occidentale e a inginocchiarsi di fronte alle madri ucraine che hanno perso i figli, continuano a pontificare. Stoltenberg ci spiega che possiamo vincere e che siamo riusciti a evitare la marcia di Putin su Kiev. Una nuova propaganda è alimentata sui giornali principali: la Russia mirerebbe ai Baltici e perché no, alla Svezia. Non esiste alcuna prova di queste intenzioni attribuite a Mosca: al contrario i politologi e gli analisti seri, da Baud a Mearsheimer e a Sachs, hanno illustrato come la Russia non abbia mobilitato nel 2022 le forze che avrebbero potuto giustificare l’intenzione di prendere Kiev. L’unico obiettivo era il Donbass, regione ricca di risorse naturali e la cui popolazione è filorussa. Oggi, dopo due anni di guerra, dato che le proposte di mediazione russe sono state respinte dall’Occidente, Putin punta a Odessa.

La Russia non costituisce una minaccia all’Europa, a meno che la nostra espansione strategica non minacci direttamente la sua stessa sopravvivenza. In tal caso, secondo la dottrina militare russa, Mosca potrebbe utilizzare le armi nucleari come estrema difesa. Di fatto Putin giudica e condanna le discriminazioni oggettive cui vanno incontro i russofoni nei Paesi baltici, in particolare in Lettonia. I principi basilari di protezione delle minoranze linguistiche sono da anni violati contro le popolazioni filorusse, con la piena complicità delle classi dirigenti europee.

Si mente come si mentiva sul Vietnam. La propaganda di guerra sarà nota alla prossima generazione come oggi si conoscono le stragi di civili, i 20 milioni di morti causati dal 1945 in poi dagli Stati Uniti, nell’èra chiamata paradossalmente “dopoguerra”, come lo studio di James A. Lucas ha dimostrato.

Yemen e Occidente, un Mare rosso di vergogna

LO STRETTO NECESSARIO. «Bisogna garantire la libertà della navigazione e la sicurezza dei commerci nel Mar Rosso». Così il ministro degli esteri Tajani spiega la volontà del governo Meloni di partecipare all’intervento militare […]

Emiliano Brancaccio  24/01/2024

«Bisogna garantire la libertà della navigazione e la sicurezza dei commerci nel Mar Rosso». Così il ministro degli esteri Tajani spiega la volontà del governo Meloni di partecipare all’intervento militare anglo-americano per proteggere i mercantili dagli attacchi degli Houthi.

Le parole di Tajani non giungono nuove. Di fatto, rappresentano un copia e incolla dei comunicati delle diplomazie statunitensi e britanniche per giustificare i bombardamenti contro gli Houthi. Di analogo tenore sono anche le dichiarazioni dei responsabili della politica estera tedesca e francese, a perorare un’ampia partecipazione europea all’azione militare guidata dagli americani.

L’apertura dell’ennesimo fronte bellico viene insomma motivata ricorrendo al vecchio ideale della globalizzazione: se l’Iran e i suoi alleati usano la forza per bloccare la fondamentale via commerciale che passa per Suez, è giusto che l’alleanza occidentale intervenga militarmente per preservare il libero scambio tra ovest ed est del mondo. Nel parlamento britannico c’è chi ha persino affermato che aprire il nuovo teatro di guerra nel Mar Rosso è necessario per tutelare il libero commercio internazionale, il quale a sua volta è ritenuto indispensabile per assicurare la pace perpetua nel mondo. Un’interpretazione creativa di Kant come antesignano di Rambo che proveranno a diffondere anche nelle nostre aule parlamentari, quando il governo italiano si degnerà di informare le camere sull’intervento militare.

Dalle veline di guerra, come è noto, sarebbe ingenuo attendersi coerenza. C’è però un aspetto in questa narrazione bellica che risulta proprio indigesto alla logica più elementare. L’assurdità risiede nel tentativo di giustificare l’invasione militare del Mar Rosso con l’esigenza di difendere la libertà degli scambi commerciali. Un alibi che rasenta il ridicolo, dal momento che proprio gli americani e i loro alleati occidentali sono da anni fautori di un ritorno del protezionismo a livello mondiale.

Da tempo gli Stati Uniti pretendono di affrontare i loro problemi di competitività e di debito estero con un ricorso sempre più sfacciato alle barriere commerciali e finanziarie. Specialmente verso la Cina, con dazi doganali cresciuti in pochi anni fino a sette volte, ma in generale verso tutti i competitori non allineati al Patto atlantico. È la cosiddetta dottrina del “friend shoring”, con cui gli americani puntano apertamente a dividere l’economia mondiale in due blocchi: i «nemici» contro i quali alzare muri e gli «amici» con cui proseguire gli affari. L’Italia e gli altri paesi europei, inquadrati nel blocco degli «amici», si sono finora passivamente accodati al progetto di segregazione dei commerci portato avanti da Washington.

Il problema è che una tale svolta protezionista non può affermarsi in modo indolore. La storia insegna che questo tipo di rivolgimenti attiva una catena di azioni e reazioni, economiche e in ultima istanza militari.

I ribelli yemeniti Houthi presentano gli attacchi ai mercantili occidentali come una risposta alla mancata condanna del massacro israeliano a Gaza. Ma a ben vedere, sotto l’intenzione dichiarata, cova un risiko economico più profondo. La grande questione sotterranea sta nel capire se anche nei prossimi anni gli americani e i loro alleati manterranno il controllo militare del Mar Rosso. Se così fosse, anche la linea commerciale che va dal canale di Suez allo stretto di Baab el-Mandeb finirebbe soggetta al protezionismo americano del “friend shoring”: in sostanza, mentre i mercantili occidentali avrebbero via libera, i cargo dei paesi «nemici» potrebbero pagare alti pedaggi o addirittura trovare semaforo rosso.
Ispirati dall’Iran, gli Houthi guarda caso stanno servendo un progetto esattamente opposto a quello statunitense: lasciano passare i mercantili russi e cinesi mentre attaccano le navi battenti bandiere americane e britanniche.

Una micidiale sequenza di barriere commerciali, controllo delle vie di scambio e guerra militare è ormai in pieno svolgimento nel mondo. Anziché ripetere la gag dei protezionisti che vogliono difendere il libero scambio, l’Italia farebbe bene a interrogarsi sul ruolo che intende assumere in questa annunciata tenaglia di massacri.

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