IL RINVIO DEL PIANO SUL CLIMA È UN’OPPORTUNITÀ PER CAMBIARLO da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL RINVIO DEL PIANO SUL CLIMA È UN’OPPORTUNITÀ PER CAMBIARLO da IL MANIFESTO e IL FATTO

Il rinvio del Piano sul clima è un’opportunità per cambiarlo

La scelta del governo di non inviare a Bruxelles la versione aggiornata del Piano Integrato Energia e Clima, facendo slittare la consegna alla fine di luglio non è un buon […]

Livio De Santoli  13/07/2023

La scelta del governo di non inviare a Bruxelles la versione aggiornata del Piano Integrato Energia e Clima, facendo slittare la consegna alla fine di luglio non è un buon segnale per il nostro Paese, anche se ciò potrebbe rappresentare un’opportunità per cambiare quanto riportato in quella bozza. Nell’articolo «L’antistorica caparbietà di un governo a tutto gas» su ET del 6 luglio scorso criticavamo la bozza del PNIEC, apparso fin troppo timido negli obiettivi e sfasato con quanto richiesto dall’Europa su alcuni temi fondamentali per il processo di decarbonizzazione, che vede al 2030 un importante step programmatico. Le preoccupazioni non sono solo relative alla struttura del PNIEC, ma a una strategia energetica del Paese che di fatto frenerebbe la decarbonizzazione. Innanzitutto gli obiettivi per la riduzione delle emissioni, per la quota delle rinnovabili, per l’efficienza energetica sono tutti inferiori a quanto indicato dai due documenti europei FitFor55 e RepowerEU, fatto grave perché esporrebbe l’Italia a forti critiche. I punti essenziali che dovrebbero essere rivisti riguardano quindi gli obiettivi presentati al ribasso al 2030 per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica (la diminuzione delle emissioni dei settori non obbligati fissata al 37%, invece che al valore vincolato del 43%, con giustificazioni generiche che fanno appello a misure ancora da definire, è un errore), l’elettrificazione dei consumi prevista con una quota troppo bassa e contraddittoria, un uso – leggasi: finanziamenti – ancora molto significativo del gas fossile.

La crescente elettrificazione del sistema energetico è una scelta obbligata in presenza di crescita delle fonti rinnovabili per garantire livelli di efficienza che consentano di rispettare la traiettoria di decarbonizzazione programmata dalla Ue. La principale sfida che abbiamo davanti, anche occasione di sviluppo industriale, è l’adeguamento delle reti elettriche attraverso una vera e propria rivoluzione. Inoltre la modifica delle abitudini in termini di usi finali deve essere coerente con il resto, nonostante la contrarietà che il Paese ha nei mesi scorsi annunciato sulle politiche europee per l’efficienza energetica e la classificazione energetica degli edifici e il passaggio alla mobilità elettrica. Questo Piano dovrebbe poi giustificare il quantitativo di gas di cui abbiamo bisogno per una transizione reale. Invece il rischio è quello di avere investimenti sul gas che penalizzano le rinnovabili, con il rilancio del capacity market, la ripresa delle esplorazioni, la realizzazione dell’hub del gas. Ci auguriamo un cambio di rotta. A partire da una narrazione del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica che predica scelte non ideologiche ma realistiche e non velleitarie. Ma cosa c’è di più ideologico di una presa di posizione antistorica che ha la funzione, lontana da ogni riscontro scientifico, di proteggere interessi particolari dietro l’apparente volontà di perseguire l’interesse generale?

Prorettore per la Sostenibilità, Sapienza Università di Roma

Neutralità climatica: l’Italia non sa ancora dare risposte

SOTTOSOPRA 13 LUGLIO 2023

Piove, governo laico. E anche realista, non velleitario, pragmatico. Così pragmatico da risparmiare tempo e sforzi e ripiegare sul copia e incolla: vedi alla voce “Dimensione del mercato interno” del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec), il documento programmatico con cui l’Italia, e ogni altra nazione europea, è chiamata a spiegare come intende realizzare l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. Sulla carta è un’occasione d’oro per spingere le imprese migliori del Paese, assegnare missioni strategiche ai colossi di Stato e convogliare la crescita mentre si assicura la transizione. Ma se non ne avete sentito parlare non stupitevi: il testo non è passato per il consiglio dei Ministri né tantomeno per il parlamento (e quando mai). Del resto, non ne esiste ancora una versione estesa ufficiale – la scadenza per l’invio era il 30 giugno – e la sintesi spedita a Bruxelles, in attesa di completamento, enuncia principi generici più che declinazioni pratiche: tutto in nome del famigerato rifiuto dell’ideologismo ambientale. Che è poi soprattutto rigetto di quello che la transizione dovrebbe portare con sé: giustizia sociale, coinvolgimento della cittadinanza nei processi decisionali, lotta alle disuguaglianze e riduzione della dipendenza dalle grandi compagnie del fossile. Piuttosto il nuovo Pniec, che aggiorna quello consegnato nel 2020 copia-incollando dal vecchio documento proprio le righe che riguardano il fenomeno della “povertà energetica”, a riprova di quanto poco gli ultimi interessino davvero, si concentra sul ridimensionare alcuni obiettivi, ratificando una sconfinata fede nel gas: la trappola per cambiare tutto senza cambiare davvero niente. Il piano fissa per il 2030 un target complessivo per le rinnovabili pari al 40,5% del consumo totale di energia, inferiore al 42,5% indicato dal RepowerEU; ritocca minimamente al rialzo gli obiettivi per i veicoli elettrici – da 6 milioni a 6,6 nel 2030 – e menziona come possibili soluzioni per cambiare i sistemi di mobilità lo smartworking e la settimana corta, come se non fossero idee che richiedono cambiamenti culturali, sociali e produttivi profondissimi. Soprattutto, però, in nome della “neutralità tecnologica”, il testo punta sulla cattura e sullo stoccaggio dell’anidride carbonica: una trovata glamour per rallentare le rinnovabili, garantire lunga vita alle fonti fossili e aprire la strada all’idrogeno blu, prodotto con idrocarburi, al posto di quello verde, ottenuto con le rinnovabili. In parole povere, per garantire ai colossi energetici di preservare la propria egemonia con nuove tecnologie, al posto di proporre una reale trasformazione: c’è chi ricorderà che il progetto di Eni per la cattura di CO2 al largo di Ravenna è già stato bocciato dalla Commissione, che lo ha escluso dai quelli meritevoli per il Fondo europeo per l’Innovazione. Memorabile flop da emendare. La laicità sbandierata dal governo Meloni d’altronde implica non formalizzarsi troppo sui dettagli, salvo quelli fantasmagorici del reticolato di tubi che – questo è certo – dovrà rendere l’Italia l’hub energetico del Mediterraneo, perché Putin è un fornitore inaccettabile, ma siamo risolutamente a caccia di nuovi amici con cui stringere alleanze non troppo diverse. E se le contraddizioni sono l’anima di una maggioranza che dice di pensare ai deboli ma si preoccupa invece di garantire i potenti, nel Pniec ne emerge una che vale la pena sottolineare. L’esecutivo dichiara infatti che i risultati ottenuti dai bonus edilizi per l’efficientamento energetico “sono stati notevoli” e che bisogna aumentare il ritmo delle riqualificazioni: peccato che abbia prima condotto una guerra feroce al Superbonus, fino a cancellarlo. Rallentando la transizione, e l’economia. Recentemente è spuntata una proposta di legge per riproporlo – cambiato – in legge di bilancio: ovviamente in nome del pragmatismo, specie quando si sposa con la propaganda.

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