IL NAZIONALISMO DI MERCATO DEL GOVERNO MELONI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL NAZIONALISMO DI MERCATO DEL GOVERNO MELONI da IL MANIFESTO

Il nazionalismo di mercato del governo Meloni

ECONOMIA. Sarebbe sbagliato pensare che la manovra di finanza pubblica per il 2024 del governo Meloni sia priva di una logica complessiva. A tentarne una valutazione d’insieme, oltre quella delle sue […]

Laura Pennacchi  16/11/2023

Sarebbe sbagliato pensare che la manovra di finanza pubblica per il 2024 del governo Meloni sia priva di una logica complessiva. A tentarne una valutazione d’insieme, oltre quella delle sue specifiche – criticabilissime – parti, colpiscono due macro-elementi correlati. Il primo è che una mobilitazione totale di circa 30 miliardi di euro produrrà un impatto complessivo sul Pil di appena lo 0,2%, il secondo è che la gran parte delle singole misure di cui è fatta la manovra è costituita da riduzioni di tasse (a partire dalla decontribuzione del costo del lavoro per arrivare alla miriade di bonus e benefici fiscali).

Quale interpretazione darne? La modestia della crescita aggiuntiva si deve proprio al fatto che le riduzioni delle tasse di cui la manovra abbonda hanno un limitatissimo moltiplicatore sul Pil (0,5 punti), mentre le misure che hanno un più elevato moltiplicatore (fino a 3 punti), e cioè quelle di spesa pubblica diretta specie in investimenti, sono pressocché assenti. Si pensi alla sanità, all’istruzione, alla cultura, alla Ricerca e Sviluppo.
A ciò vanno aggiunti altri due elementi. Da una parte vi sono in manovra 20 miliardi di privatizzazioni. Dall’altra le politiche per i lavoratori e per i ceti medi – pur presenti nella manovra – trattano il lavoro solo in termini “residuali”, per sanzionarne la frammentarietà e la precarietà e come fatto punitivo e coercitivo per i soggetti, una visione ben lontana dalla concezione del lavoro come veicolo di identità antropologicamente ricca che ha sempre animato, dall’Ottocento in poi, le istanze tanto del socialismo quanto del cattolicesimo democratico. A questo punto risulta un quadro abbastanza eloquente: la politica economica della destra affida la crescita ancora una volta al mercato, non agli impulsi che dovrebbero essere impressi dall’operatore pubblico.

Né questa ininterrotta attribuzione del primato al mercato è in contraddizione con il nazionalismo della destra, la quale, tra le forme di ibridazione tra nazionalismo populista e neoliberismo che si stanno verificando, sceglie un “nazionalismo mercatista” che lascia spazi per una direzionalità nazionalistica “opaca” (tipica quella esercitabile attraverso la Cassa Depositi e Prestiti), ma mantiene sostanzialmente intatti i dogmi del neoliberismo, tra cui la svalutazione del lavoro e l’enfasi sulle privatizzazioni, incurante dei risultati ottenuti su questo terreno nel passato.

In Italia è stato documentato che addirittura due terzi dello spettacolare incremento della TFP (total factor productivity) italiana – che pose l’Italia in cima alle classifiche internazionali – realizzatosi nei primi cinquanta anni del dopoguerra, si deve al contributo dell’IRI, così come si deve alla sua scomparsa, a seguito delle privatizzazioni della seconda metà degli anni ’90, il crollo negli indicatori italiani di crescita e di produttività.

La quasi scomparsa dell’impresa pubblica è venuta a coincidere con: a) la pressocché totale scomparsa della grande impresa tout court; b) la riduzione drastica delle spese in Ricerca e Sviluppo (in precedenza effettuate soprattutto dalle grandi imprese pubbliche); c) i processi di deindustrializzazione massiccia in alcune aree e di desertificazione dello sviluppo per quasi tutto il Sud d’Italia.

Più complessivamente è stato argomentato quanto fosse infondata la convinzione che le privatizzazioni «avrebbero risvegliato capacità innovative soffocate nelle imprese pubbliche», essendo spesso vero il contrario.

Ad esempio, gli ingredienti del passaggio dall’analogico al digitale nella commutazione della telefonia fissa erano già stati adottati dalle imprese pubbliche di telecomunicazioni molto prima della stagione delle privatizzazioni. Per di più con retribuzioni molto più ragionevoli di quelle che prevalgono oggi, tant’è che l’amministratore delegato dell’Eni nel 1991 aveva una retribuzione pari all’equivalente di 300.000 euro l’anno, 6/7 volte quella di un funzionario, mentre, dopo la privatizzazione, ha una retribuzione pari a 4 milioni di euro l’anno, 83 volte rispetto ai funzionari.

Il mondo sta cambiando vertiginosamente intorno a noi (basti solo ricordare che la Cina rappresenta oggi il 50% dei nuovi brevetti nelle tecnologie energetiche) e non possiamo accomodare l’inflazione in un equilibrio di bassa crescita, come spiega Francesco Saraceno in “Oltre le banche centrali” (Luiss): urge dare la priorità alle nuove esigenze di investimento e a politiche economiche ad esse adeguate. In verità,
la trasformazione complessiva di cui l’Italia ha bisogno richiede ben altro che tagli delle tasse, sussidi, rimozione della regolazione. La sfida posta al nostro modello di sviluppo è multidimensionale, dalla transizione energetica e ambientale a quella sociale e tecnologica, e reclama un paradigma nuovo, profondamente motivato sul piano del pensiero e dell’ispirazione ideale.

Rinascita del movimento operaio e ritorno della lotta di classe

MOVIMENTI. I fondamenti dell’agire sociale. Un convegno a Firenze oggi e domani per recuperare il contributo di Alessandro Pizzorno all’analisi delle ondate di protesta

Donatella della Porta  16/11/2023

Da tempo, il movimento operaio è stato proclamato moribondo e di lotta di classe si è smesso di parlare. La pandemia sembrava avere ulteriormente indebolito i lavoratori rispetto alle imprese. In realtà dalla Gkn a Firenze al settore automobilistico negli Stati uniti, passando attraverso i lavoratori dei servizi (dai riders a Mondo Convenienza) diverse realtà hanno visto mobilitazioni massicce e durature, spesso capaci di raggiungere inattese vittorie. Già durante la crisi finanziaria all’inizio della scorso decennio, del resto, era stata notata, soprattutto in alcuni paesi, un revival delle proteste dei lavoratori, in parte di difesa contro le politiche di austerità e in parte, comunque, anche più offensive, capaci di innovare nel repertorio e nelle forme d’azioni.

Nella ricerca sociologica sul movimento operaio, e sui movimenti sociali in generale, queste ondate di protesta sembrano caratterizzate dall’emergere come attori collettivi di nuovi soggetti sociali, con forme d’azione e rivendicazioni che ricordano, almeno in parte, quelle che hanno caratterizzato il ciclo di protesta operaia in Europa a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta.

Per analizzare le potenziali somiglianze nelle mobilitazioni appena ricordate, particolarmente utile sembra rivisitare il contributo di Alessandro Pizzorno all’analisi sociologica del movimento operaio.

Riflettendo sui fondamenti dell’agire sociale, Pizzorno ha focalizzato l’attenzione sulle incertezze degli attori nel relazionarsi con circostanze complesse. Mentre l’analisi della struttura di classe si è concentrata sulla stratificazione sociale, riflettere su ondate di intenso conflitto è stato importante per individuare come le risorse organizzative e i processi di identificazione possano effettivamente svilupparsi in azioni collettive, a partire dalla mobilitazione stessa, invece che essere una precondizione per essa. Mentre gran parte della ricerca sulla stratificazione sociale sembra aver dimenticato la complessità della concettualizzazione di classe il lavoro di Alessandro Pizzorno aiuta a focalizzare nuovamente l’attenzione sui modi in cui la solidarietà di classe emerge durante le lotte operaie. In questo senso, quella analisi si confronta con le recenti riflessioni su un ritorno non solo dell’azione operaia ma anche delle classi come motori della storia.

Come ha osservato Mike Savage, infatti, «all’interno del pedigree eroico della politica socialista e dell’analisi marxista, alla classe sociale è stato assegnato un ruolo preminente, non semplicemente come strumento tecnico di misurazione ma nel plasmare il corso della storia stessa … La classe chiaramente non è una vecchia reliquia industriale … ma è viva e vegeta, genera rabbia e risentimento ed è sintomatica di una serie di problemi distopici».

Applicata originariamente al movimento operaio in Europa tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, l’analisi di Pizzorno sull’emergere e il riemergere delle lotte per il riconoscimento può contribuire alla comprensione di quella che è stata definita una “rinascita” del movimento operaio. Le lotte per il riconoscimento delle gruppi sociali emergenti erano considerate da Pizzorno un passo preliminare alle lotte sugli interessi specifici, dato che questi possono essere valutati solo una volta formatesi le identità collettive senza le quali ogni definizione di interesse è impossibile. Il riconoscimento è quindi considerato un obiettivo centrale delle lotte dei gruppi emergenti.

Le lotte per il riconoscimento esprimono il bisogno di costruire un’identità collettiva attorno alla quale valutare i vantaggi futuri. Costruendo circoli di riconoscimento, l’azione collettiva costruisce solidarietà, trasformando l’obiettivo particolare in uno generale. In questo modo, le organizzazioni dei movimenti sociali consentono la formazione di un’identità collettiva che consente agli individui di integrarsi nelle collettività.

Il periodico riemergere di lotte per il riconoscimento mette in guardia contro visioni di pacificazione del conflitto sindacale e di «estinzione» degli scioperi come tendenza inevitabile, sottolineando piuttosto la natura ciclica della storia degli scioperi. Teorizzando le variazioni nel tempo legate all’emergere di nuovi gruppi sociali, forme di lotta e coscienza di classe, Pizzorno ha suggerito infatti che «bisogna prestare attenzione alle variazioni periodiche di certi fenomeni. Altrimenti, ad ogni nuovo scoppio di un’ondata di conflitto noi saremo indotti a pensare che siamo sull’orlo di una rivoluzione; e quando apparirà la recessione, prediremo la fine del conflitto di classe».

Cinquant’anni dopo il cosiddetto “autunno caldo” del 1969, che segna il periodo più intenso di mobilitazione dei lavoratori in Italia, i contributi teorici ed empirici di Alessandro Pizzorno alla ricerca sui conflitti lavorativi (e altri) ci aiutano a comprendere il periodico aumento, picco e declino dei conflitti lavorativi. conflitti di classe.

DI QUESTO SI PARLERÀ in un convegno organizzato a Firenze da chi scrive e da Guglielmo Meardi presso la facoltà di Scienze politiche e sociali della Scuola Normale Superiore, oggi e domani.

Arci in difesa del diritto di sciopero

PRECETTO LA QUALUNQUE. «In un Paese sempre più diseguale, questo governo ha la pretesa di voler decidere chi può stare male e chi può ribellarsi»

Walter Massa*  16/11/2023

È scioccante dover commentare le notizie secondo cui il 41% delle cittadine e dei cittadini italiani sta peggio rispetto ad un solo anno fa e, contestualmente, leggere che non esisterebbero le ragioni per uno sciopero generale.

Ma a leggere bene è lo specchio di questi tempi, ed è soprattutto la modalità a cui ci aveva già abituato la cosiddetta “bestia” salviniana dove ogni cosa è pretesto per buttare fumo negli occhi e attaccare frontalmente i dissidenti.

Come cittadine e cittadini iscritti all’Arci, socie e soci e dirigenti sosteniamo le ragioni dello sciopero perché la legge di bilancio appena varata tenderà ad aumentare le diseguaglianze già significative nel nostro Paese.

Una manovra che mette a rischio anche il fragilissimo equilibrio che teneva sotto controllo il nostro debito, in un Paese con un’inflazione acquisita per il 2023 al 5,7% e isolato nel contesto europeo, con un welfare sempre più debole, che ha dimenticato nei fatti le politiche d’intervento adeguate alla fase che stiamo vivendo, e con una sanità sempre più in mano ai privati, che impedisce l’accesso alle cure per milioni di cittadine e cittadini. Un Paese senza visione, senza investimenti, senza una politica industriale capace di generare riconversione ecologica, lavoro e occupazione sana, e dunque senza futuro.

In questo quadro, riassunto brevemente per ragioni di spazio, il nostro governo e il consiglio dei ministri cosa fanno? Si dilettano a giocare con la pistola, colpendo di volta in volta una cittadinanza e le sue rappresentanze sociali colpevoli di lesa maestà.

Non solo, dopo aver avanzato proposte costituzionali con lo scopo di premiare il nord contro il sud in una autonomia differenziata fondata sulle diseguaglianze, non contenti, ne avanzano una seconda con l’intento di aumentare i poteri dell’esecutivo in modo indiscriminato, demolendo ulteriormente il sistema parlamentare e la Presidenza della Repubblica, per non parlare del ruolo delle organizzazioni sociali che a quanto pare sono il problema per qualsiasi governo, questo in particolare.

Non contento, questo irresponsabile esecutivo vuole anche decidere quando e se scioperare perché ha la pretesa di voler decidere chi può stare male e chi può ribellarsi.

È il paradosso del nostro tempo ma al tempo stesso è lo specchio della già fragile democrazia che stiamo ulteriormente picconando. Del resto chiedere ad una forza politica che non ha contribuito a costruire la Costituzione, ma anzi l’ha osteggiata fino a quando ha potuto, rischia di rimanere un pericolosissimo esercizio di vuota retorica.

Lo abbiamo già fatto e lo rifaremo, scenderemo in strada come lavoratori, lavoratrici, pensionate e pensionati, perché siamo la maggioranza in questo Paese che lavora, ha lavorato e continua a pagare ogni mese le tasse per garantirsi e garantire a tutte e tutti un futuro migliore.

Così facendo ogni giorno, almeno noi, mettiamo in pratica la nostra Costituzione.

*Presidente nazionale Arci

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