“IL GOVERNO È IN CONFUSIONE PERCHÈ HA BISOGNO DI SOLDI” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“IL GOVERNO È IN CONFUSIONE PERCHÈ HA BISOGNO DI SOLDI” da IL FATTO

“Il governo è in confusione perché ha bisogno di soldi”

ECONOMISTA ED EX MINISTRO – “La destra non ha capito la dimensione politica di certe misure. Bersani diceva che agli italiani non interessa se si alzano le tasse, ma odiano chi gliele fa pagare”

 ANTONELLO CAPORALE  30 OTTOBRE 2023

Per un attimo è parso che Vincenzo Visco avesse fatto irruzione al ministero dell’Economia, tolto dalle mani di Giorgetti la manovra finanziaria. Ricordate come lo appellava il centrodestra? Il Dracula che succhiava sangue al contribuente italiano.

Lei lo pensa per via di quella norma, che mi pare abbiano già ritirato, che avrebbe permesso all’Agenzia delle entrate di puntare al conto corrente dell’evasore?

È parsa una trasfigurazione politica, un sommovimento culturale. È come se la destra si fosse presa un coccolone: i suoi cavalli di battaglia, casa, pensioni e tasse, riavvolti nel verso sbagliato.

Perché, cos’hanno combinato sulla casa?

Aumento della cedolare secca per gli affitti brevi.

Ma quello è un favore agli albergatori! Troppe le abitazioni adibite in pratica ad hotel. Un fenomeno che ha tolto dal mercato metri quadrati che prima erano destinati agli studenti universitari fuori sede.

E il favore all’Agenzia delle entrate chi lo avrebbe fatto?

Hanno bisogno di racimolare soldi e magari qualche tecnico dell’agenzia ha spiegato che, dopo la mole di rottamazioni delle cartelle esattoriali, fosse logico semplificare la riscossione per evitare azioni più gravose come l’ipoteca sui beni immobili del debitore moroso..

L’esattore cattivo e avido che fruga nelle tasche del cittadino devoto e perbene. Prima la legge Fornero riveduta e resa più severa, poi i conti correnti aperti alla tributaria. Matteo Salvini si sarebbe buttato giù dal ponte sullo Stretto.

Ogni tassa è ingiusta, vessatoria, impraticabile. Lo stereotipo del linguaggio e della propaganda della destra.

Con lei era guerra aperta.

Mi accusavano anche quando riducevo le tasse! La ragione era chiara a Pierluigi Bersani che diceva: agli italiani non frega nulla se si aumentano le tasse. Loro piangono se c’è qualcuno che le fa pagare! (E io, modestamente, le facevo pagare).

Per tre giorni il governo Meloni è parso senza bussola: prima l’annuncio della manovra inemendabile, poi la scoperta delle novità su tasse, pensioni, casa. Quindi il dietrofront della presidente del Consiglio: non è vero niente. Tanta confusione era prevedibile?

Hanno bisogno di soldi. Quando hai da metterli sul piatto e sono pochi in circolazione non stai a vedere il capello. Poi certo si sono distratti e non hanno capito la dimensione politica di misure che gli avrebbero fatto tanto male.

Ma la riduzione strutturale del cuneo fiscale per i redditi bassi che è la gran parte della manovra finanziaria porterà consensi al governo?

Nessuno se ne accorgerà, ma non potevano fare diversamente. Se non avessero confermato il taglio milioni di lavoratori si sarebbero visti ridurre la loro busta paga. Un guaio grosso quanto una casa.

L’anno prossimo avranno gli stessi problemi finanziari?

Il Pil si riduce rispetto alle previsioni e ci sarà ancora meno danaro da distribuire. Non la vedo facile.

Si dice che Giorgia Meloni debba dire grazie alla guerra anzi alle guerre se è così salda al governo. La politica estera ha coperto le défaillance della politica interna. Lei condivide?

Beh, all’estero si è saputa muovere. Ed è vero che è stata attiva, propositiva, naturalmente nella cornice di un mero atlantismo e un fideistico impegno a seguire ogni indicazione della casa madre: gli Usa. Politicamente è stata una mossa rinvigorente. Un po’ come quegli integratori che restituiscono un minimo di vitalità a un fisico affaticato.

Sanità, non solo attese infinite: ora le liste sono proprio chiuse

VISITE MEDICHE E PRESTAZIONI – Il collasso dei sistemi di prenotazione delle Regioni. I Nas hanno controllato le aziende sanitarie pubbliche: su 3.884 agende dei centri regionali, 195 erano sospese o bloccate come in Emilia

 ALESSANDRO MANTOVANI E NATASCIA RONCHETTI  29 OTTOBRE 2023

ABologna, dove la sanità pubblica funziona meglio che altrove, il Servizio sanitario nazionale non consentiva nei giorni scorsi di prenotare una risonanza magnetica del rachide lombosacrale, un ciclo di fisioterapia, una visita specialistica fisiatrica. Appuntamento non disponibile. Non è una questione di attese infinite, ma di agende o liste chiuse, non prenotabili. Sarebbe vietato (legge 266/2005) ma succede. A Roma, ai primi di ottobre, tre Asl su sei non offrivano l’elettrocardiogramma sotto sforzo, due lo proponevano a settembre 2024 e una ad aprile ma a Tivoli: il ReCup del Lazio la prenotava anche per l’indomani nei migliori ospedali pubblici, in intramoenia, pagando tra i 120 e i 200 euro invece del ticket (se dovuto) di 55,78. A Salerno abbiamo trovato un’agenda chiusa anche per una visita cardiologica.

Delle liste chiuse si parla, poco, da anni. È il corollario delle liste d’attesa interminabili di cui tutti parlano ma intanto si allungano: il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha promesso un po’ di soldi per gli straordinari di medici e infermieri pubblici e per le aziende del privato accreditato. Li aveva già messi Roberto Speranza, ma solo in Toscana le prestazioni ambulatoriali sono tornate ai livelli del 2019, alcune Regioni sono sotto del 30/40%. In Emilia-Romagna le liste chiuse le puoi vedere dal Fascicolo sanitario elettronico, nelle altre Regioni il Fse o non c’è o non sempre consente di vedere le prestazioni non prenotabili. È così, per esempio, in Lombardia, dove ancora manca il Cup previsto dal 2017. Intanto, si usa un simpatico escamotage: si registra una prenotazione a una data ravvicinata, poi si chiama l’interessato per spostarla. In Veneto c’è un sistema simile: le chiamano liste di galleggiamento: tutto prenotato, ma senza data. L’assessore regionale della Lombardia Bertolaso ha annunciato tempi relativamente rapidi, ma comunque oltre i limiti, per dieci esami considerati critici (endocrinologia e neurochirurgia), ma secondo i test di corriere.it si va incontro ad attese ben oltre i limiti anche per visite più “ordinarie”.

Le Regioni pubblicano dati a macchia di leopardo o nulla, l’Osservatorio del ministero della Salute se osserva tace, almeno con noi del Fatto che abbiamo chiesto per settimane dati aggiornati. Certo però non era possibile nascondere le liste bloccate ai Nas che la scorsa estate sono andati a controllare in giro per le aziende sanitarie pubbliche del Paese. Su 3.884 agende controllate ben 195 erano chiuse o sospese e 761 con irregolarità varie, più una ventina di presunte infrazioni penali: per esempio medici impegnati in extramoenia a fare quello che non facevano per il pubblico. C’erano 77 agende chiuse o sospese in Abruzzo, 34 in Calabria, 31 in Sicilia, 18 in Lombardia e in Toscana per stare ai risultati a due cifre. Dati che non hanno valenza statistica, ma comunque utili per farsi un’idea. Non siamo riusciti a farci dire dal ministero se le scoperte del Nas hanno dato luogo a qualche intervento, richieste di chiarimenti o spiegazioni, qualcosa che giustifichi l’esistenza di un ministero della Salute. A quanto risulta al Fatto però molte liste sospese o chiuse sono state magicamente riaperte dopo i controlli. Le aprono e le chiudono. Nel rapporto 2023 della Sezione di controllo della Toscana sulle liste d’attesa si legge che “il fenomeno ‘blocco delle liste’, pur vietato e sanzionato dalla legge, sembra ‘sfuggire’ a ogni rilevazione da parte delle regioni che, viceversa, appaiono beneficiarne agli effetti del rispetto dei tempi massimi di attesa riferibili a un numero più ristretto di richieste di prenotazioni”. Insomma, chiudono le liste per non accumulare ritardi.

Chissà poi se è meglio la lista chiusa o leggere sul sito della Regione Lazio che oltre metà delle Tac con prescrizione B (breve, entro 10 giorni, quasi urgente) non sono fatte nei tempi previsti: anche quelle al cervello o all’addome che servono a diagnosticare cose serie. Chi ne ha bisogno va dai privati o in intramoenia.

Infatti nel prossimo rapporto Oasi del Cergas della Bocconi, che sarà presentato il 28 novembre, leggeremo che nel 2021 le visite pagate privatamente sono state il 50% contro il 42 del 2019; per gli esami diagnostici siamo passati dal 27 al 32%. L’alternativa è lasciar perdere, come conferma la progressione dei numeri sulla rinuncia alle cure: nel 2023, secondo Eurispes, potrebbe riguardare il 33 per cento degli italiani, uno su tre.

Nel frattempo, sulle liste d’attesa il quadro peggiora. Ancora nel Lazio, dove non siamo riusciti a farci dare dati completi al di là delle tabelline sulle ultime settimane pubblicate sul sito, la Cgil fa un monitoraggio delle prestazioni B: tra il 2022 e il 2023, quindi dopo l’emergenza Covid, le percentuali di rispetto dei tempi sono scese tra il 10 e il 20% a fronte di un’analoga riduzione dei volumi; cioè si fa di meno in tempi più lunghi. In Campania a volte l’intramoenia supera, in termini quantitativi, quelle del Ssn. In Calabria CittadinanzAttiva ha ottenuto solo con l’accesso agli atti i tempi medi di attesa, che a volte raggiungono i 12 mesi. Ma soffre anche l’Emilia-Romagna: confrontando il 2023 con il 2019, sono diminuite fra il 10 e il 30% le ecografie della mammella e quelle ostetrico/ginecologiche, gli elettrocardiogrammi, le risonanze della colonna e le colonscopie. Nella ricca Bologna il 50% delle visite urologiche va oltre i 215 giorni, non si rispettano i tempi in quasi metà delle visite ginecologiche (attesa media 207), nel 35% di quelle ortopediche (290) e, il 25 di quelle endocrinologiche (oltre 290). Alla Ulss 4 del Veneto, la mammografia bilaterale ad agosto 2023 la facevano in 135 giorni anziché i 90 della prescrizione P contro i 64 del gennaio 2023, la colonscopia in 163 giorni contro i 32 dell’agosto 2022, la visita urologica con prescrizione D (30 giorni) in 55 contro i 32 dell’anno precedente.

Fin qui pompare soldi nelle casse regionali non è bastato, anche perché non sempre spendono bene, a volte neppure spendono. Lo dice il rapporto della Corte dei Conti sui 500 milioni straordinari per il recupero delle prestazioni saltate a causa della pandemia: oltre il 30% delle somme non è stato utilizzato, la percentuale scende sotto il 10 al Nord ma sale al 37 al Centro nonostante le più virtuose Toscana e Umbria e quasi al 60 al Sud e nelle Isole, con le positive eccezioni di Puglia e Basilicata.

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