IL DELIRIO IRREALIZZABILE DELL’IMPERO: SPEGNERE UNA CIVILTÀ da ANTIDIPLOMATICO
IL DELIRIO IRREALIZZABILE DELL’IMPERO: SPEGNERE UNA CIVILTÀ
Pasquale Liguori 01/03/2026
Quello a cui il mondo assiste non è l’ennesimo sussulto di una tensione regionale mai risolta, né un’escalation calcolata tra potenze rivali che si confrontano da decenni. È qualcosa di radicalmente diverso: l’assurdo disegno di cancellare uno Stato dalla mappa della storia. Definire l’offensiva lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran una “guerra esistenziale” è ormai un eufemismo che non rende neppure lontanamente giustizia alla realtà dei fatti, perché ciò che si sta consumando sotto i nostri occhi è una campagna di tentato annichilimento statale condotta alla luce del sole, mentre gran parte del mondo finge di non vedere.
L’obiettivo, del resto, non è più il contenimento nucleare, né il dichiarato cambio di regime spacciato per “democratizzazione”. Le parole di Trump sulla “demilitarizzazione totale” e le dichiarazioni dei vertici sionisti che promettono, con la disinvoltura di chi sa di non dover rendere conto a nessuno, di colpire la leadership iraniana “passata, presente e futura”, svelano un’agenda che trascende la politica: all’Iran non si chiede di smettere di essere una Repubblica Islamica, ma di smettere, semplicemente, di esistere come Stato.
Privare uno stato di ogni capacità di sviluppo tecnologico e difensiva significa molto più che neutralizzarlo, perché equivale a condannarlo alla precarietà, negandogli la possibilità stessa di ricostituirsi come entità sovrana in futuro. È una pretesa di sottomissione totale che va oltre la resa incondizionata, l’intimazione a non esistere più come soggetto politico della storia.
Basterebbe ascoltare il linguaggio di chi conduce questa operazione per comprenderne la natura. Pete Hegseth – che gli Stati Uniti, con coerenza rivelatrice, intitolano “Segretario della Guerra” – annuncia in tono trionfale la Operation Epic Fury, “l’operazione aerea più letale, più complessa e più precisa della storia” e prosegue proclamando che “se uccidete o minacciate americani in qualsiasi parte del mondo, vi daremo la caccia e vi uccideremo”. Sono parole che non appartengono alla diplomazia né alla difesa, ma al registro della vendetta imperiale elevata a dottrina, pronunciate da un alto esponente di quella che si autodefinisce la più grande democrazia del mondo, col piglio dello sbronzo di un saloon da spaghetti western più che di un uomo di Stato. Una democrazia il cui capo – un rozzo e miliardario gangster corrotto, pregiudicato e passibile di altri processi, coinvolto fino al collo negli scandali di Epstein – ordina l’assassinio di un capo di Stato sovrano in nome della libertà, mentre il suo alter ego dominante, Netanyahu, è il genocida responsabile dello sterminio di Gaza e dei palestinesi.
Ed è questa la civiltà che pretende di esportare diritti e libertà, che si erge a giudice dell’hijab e del chador, che stigmatizza il velo come simbolo di oppressione mentre bombarda inermi bambine. Una civiltà che chiama il proprio ministro della difesa “Segretario della Guerra”, che ha per presidente un mafioso e per alleato privilegiato un criminale contro l’umanità e che chiede al resto del mondo di inchinarsi a quest’orrore chiamandolo democrazia. La verità è che ciò che in Occidente siamo disposti a tollerare e persino a celebrare come superiorità di civiltà – il suprematismo mascherato da universalismo, il fascismo assurto a broker di diritti – è la rappresentazione più scadente e crudele della decadenza umana, ed è in nome di questa decadenza che guardiamo dall’alto in basso valori, fede e culture millenarie che non abbiamo neppure la dignità intellettuale di comprendere.
La Guida Suprema Khamenei è stata uccisa: lo hanno confermato i media di Stato iraniani, dichiarando un lungo lutto nazionale. Ci troviamo di fronte a un atto di portata storica il cui significato, tuttavia, non risiede nella precisione chirurgica che i suoi artefici vorrebbero vantare, ma nella natura deliberatamente sanguinaria dell’operazione nel suo complesso. Perché l’entità di questa azione criminale è stata tutt’altro che millimetrica: i bombardamenti della prima giornata di guerra non si sono fermati ai vertici del potere, ma si sono abbattuti con ferocia indiscriminata sul tessuto vivo della società iraniana, andando a colpire – tra gli altri – le malcapitate alunne di una scuola elementare, trasformando le aule in un cimitero.
Oltre cento vittime trucidate tra i banchi, corpi piccoli dilaniati e restituiti alla polvere prima ancora di aver conosciuto la vita – un crimine contro l’umanità che dovrebbe gelare il sangue di chiunque conservi un briciolo di coscienza. Eppure, anziché orrore, assistiamo a uno spettacolo che raggiunge vette di oscenità morale mai toccate: certe “femministe” iraniane, dai loro living di Londra, Los Angeles, Milano e Parigi, esultano per i bombardamenti sul proprio territorio d’origine, congratulandosi reciprocamente sui social media mentre le macerie fumano ancora e i cadaveri delle bambine vengono estratti dalle rovine.
Il cortocircuito morale è senza possibilità di redenzione, perché invocare la libertà delle donne mentre si plaude al massacro delle bambine che in quella terra vivono, studiano, sognano e muoiono non ha proprio nulla di femminista: è barbarie pura, la forma più vile di tradimento – quello perpetrato contro le proprie figlie, le proprie sorelle – da parte di chi non lotta per alcuna libertà ma officia, con voluttà sadica, il funerale della propria umanità.
In questo scenario di devastazione e cinismo, la posizione delle monarchie del Golfo appare finalmente inequivocabile per quello che è sempre stata: un esercizio di ipocrisia cosmica associata ad autocrazia, in cui principi avvolti in bisht dorati parlano di sovranità violata mentre le loro terre, disseminate di basi americane come un corpo infestato da metastasi, funzionano da portaerei immobili al servizio dell’impero – piste di atterraggio camuffate da nazioni sovrane, pronte a vendere la dignità dell’intera regione per la protezione del padrone di turno e a svendere il sangue dei fratelli musulmani per transazioni e strette di mano alla Casa Bianca.
Il panorama informativo occidentale – e italiano in particolare – è fortemente ridotto a megafono della propaganda. I giornalisti si rifiutano ostinatamente di chiamare questa azione con il suo nome, un’aggressione nazista, criminale e imperialista, arrampicandosi sugli specchi delle fake news fino a mettere in dubbio persino la strage delle bambine, etichettata come “propaganda di regime” quando è dolore documentato, filmato. Un giornalismo viscido nel suo compiacere sistematicamente il potere e codardo nella sua incapacità di guardare in faccia la realtà, supino di fronte a quell’intero arco politico sionista che, di fronte a crimini di questa portata, si ricompatta in un fronte unico, dal carnefice più esposto Netanyahu ai carnefici occulti della sua finta opposizione, finalmente smascherati nella loro unità di intenti e saldati nel medesimo progetto criminale dell’occupazione, senza che una sola voce si levi contro l’infamia.
I nostri opinionisti, dal canto loro, nei rari casi in cui ne parlano, si affannano a relativizzare, a cercare proporzioni dove non ne esistono, come se il massacro di bambine ammettesse un contrappeso morale, come se esistesse una simmetria possibile con il corpo di una bambina di sei anni estratto dalle macerie di una scuola.
L’Iran, oggi, non sta solo difendendo i propri confini o la resistenza in Palestina: sta portando sulle proprie spalle un fardello che appartiene a tutta l’umanità – il diritto sacro e inalienabile di ogni popolo a disporre del proprio territorio e a determinare il proprio destino. Perché se passa il principio, coadiuvato dal silenzio assordante della comunità internazionale, che una superpotenza può decidere unilateralmente che uno Stato non ha più diritto alla propria difesa, nessuno è più al sicuro se volesse un domani opporsi alla prepotenza egemone.
La risposta di Teheran – qualitativamente diversa, strategicamente senza precedenti – ci dice anche qualcos’altro, di più profondo e definitivo: che l’impero, stavolta, ha posto l’asticella troppo in alto. Pretendere la tabula rasa – politica, militare e storica – di una civiltà ultramillenaria che ha attraversato invasioni e rivoluzioni per venticinque secoli non è ambizione strategica, è delirio di onnipotenza destinato a infrangersi contro la realtà. E soccomberà non solo per la forza della resistenza iraniana, ma per il vuoto morale che lo anima: perché una civiltà fondata sul mito velenoso del benessere come consumo, sul culto deplorevole del successo, sull’ipocrisia elevata a sistema e sulla sopraffazione spacciata per competizione non ha la statura per cancellare venticinque secoli di storia. Un popolo a cui si chiede di cessare di esistere non ha altra scelta che dimostrare, col proprio sangue, che esiste ed esisterà ancora. Questa guerra, se non nell’immediato, è destinata a fallire – perché l’Iran non sta soltanto difendendo i propri confini, ma sta rivendicando, come i palestinesi sotto genocidio hanno insegnato al mondo intero, il diritto universale di ogni popolo a non essere cancellato dalle mappe della storia.
l laboratorio del caos: dalla Dottrina Monroe all’assedio di Teheran, il secolo del sangue unipolare
Geraldina Colotti 01/03/2026 per l’Antidiplomatico
Nuovamente i pasdaran delle cartucce d’inchiostro cercano di avallare l’idea che l’aggressione all’Iran possa portare meccanicamente a una uscita a sinistra della società. Come in Libia, in Iraq e in Siria si cerca di accreditare la tesi che un intervento nordamericano venga fatto per più progresso e non più distruzione. Questa narrazione, che vorrebbe l’aggressione imperialista come levatrice di democrazia, ignora deliberatamente i detriti fumanti di Tripoli, Baghdad e Damasco, dove la promessa di libertà si è tradotta in mercati di schiavi e stati falliti.
L’attualità ci sbatte in faccia la cruda realtà della guerra totale. Con l’avvio dell’operazione israeliana “Leone Ruggente” e il supporto massiccio della “Furia Epica” statunitense, l’aggressione all’Iran ha superato il punto di non ritorno. I bombardamenti su Teheran, Isfahan e Qom, uniti alla provocazione diretta contro l’ufficio dell’Ayatollah Khamenei (con relativa propaganda bellica per dichiararne la morte), non sono semplici operazioni militari, ma una dichiarazione di guerra aperta contro la sovranità dei popoli. Trump, annunciando la distruzione dell’industria missilistica e della marina iraniana, agisce come il braccio armato di un’egemonia che non tollera ostacoli.
Per comprendere la ferocia di questo attacco, è necessario decodificare i due progetti che oggi si fondono nel sangue di Teheran e Gaza: il “Grande Israele” e il “Grande Medio Oriente”. Il progetto del “Grande Israele” (Eretz Yisrael Hashlema) non è solo una pretesa territoriale biblica, ma una strategia geopolitica di frammentazione.
Le sue basi moderne risiedono nel Piano Yinon del 1982, che teorizzava esplicitamente la sopravvivenza di Israele attraverso la “balcanizzazione” del mondo arabo: la distruzione degli stati-nazione forti (come Iraq, Siria e Iran) per ridurli a un mosaico di entità deboli e in perenne lotta etnica o religiosa. Quello che vediamo oggi è l’applicazione terminale di questo piano: l’annientamento della resistenza palestinese per l’espansione definitiva oltre ogni confine legale.
A questo si salda il progetto statunitense del “Grande Medio Oriente” (Greater Middle East Initiative). Lanciato dall’amministrazione Bush e oggi radicalizzato da Trump, questo piano mira a una ristrutturazione totale dell’area che va dal Maghreb ai confini con la Cina. L’obiettivo non è la democrazia, ma la “compatibilità neoliberista”: rovesciare ogni governo anti-imperialista che rifiuti il dominio del dollaro e il controllo statunitense sulle rotte energetiche. In questa visione, l’Iran rappresenta l’ultimo grande pilastro di resistenza sovrana che impedisce la chiusura del cerchio unipolare.
La convergenza tra questi due disegni crea una tenaglia speculare alla Dottrina Monroe del 1823. Se quest’ultima considerava l’America Latina come il cortile di casa di Washington, il connubio Trump-Netanyahu proietta la stessa logica di sottomissione sull’Asia Occidentale. L’Iran, come il Venezuela, Cuba e Nicaragua, è l’anomalia sistemica da eliminare perché rivendica il controllo sovrano sulle proprie risorse, vitale anche per la stabilità economica di potenze come la Cina.
L’imposizione della politica dei fatti compiuti e l’asimmetria del potere sono ormai dati di fatto che ricalcano fedelmente il modello applicato al Venezuela. Si tratta di una strategia di inganno globale: mentre in apparenza si fingeva di negoziare e si aprivano tavoli diplomatici, sottobanco le centrali imperialiste preparavano l’aggressione militare e il sequestro delle risorse sovrane. La diplomazia, in questo schema, non è ricerca di pace, ma una manovra di distrazione tattica per disarmare l’avversario prima del colpo di grazia: agli antipodi della democrazia di pace del Venezuela che, da Bolivar al presente, ha una sola parola e la mantiene.
Dopo i falliti tentativi di “rivoluzioni colorate” istigate da CIA e Mossad nel gennaio scorso, l’imperialismo è passato all’attacco diretto. Questa asimmetria si declina anche nel sequestro dei beni sovrani: il saccheggio di Citgo per il Venezuela e il congelamento delle riserve auree sono atti di pirateria politica che corrono paralleli alle “sanzioni”, vere armi di distruzione di massa finanziaria che colpiscono i più vulnerabili a Cuba come a Teheran.
Il dato più inquietante rimane l’assenza di un’opposizione reale in Occidente. Le sinistre liberali sono diventate i reparti logistici della Nato, giustificando il massacro in nome di una democrazia che esporta solo caos. Siamo immersi in un sonnambulismo nucleare che ignora i rischi di una deflagrazione globale anche quando, come in Italia, siamo seduti su un magazzino di bombe nucleari per gli Usa.
La risposta iraniana con l’operazione “Promesa Verdadera-4” e gli attacchi alle basi statunitensi ad Al Udeid e Ali Al Salem dimostrano che la resistenza è l’unica lingua rimasta di fronte a chi ha stracciato la Carta delle Nazioni Unite.
Il genocidio a Gaza, con un bilancio reale che le proiezioni statistiche spingono verso le centinaia di migliaia di vittime, è il laboratorio di questo nuovo ordine. Il sequestro politico del Venezuela e della figura di Nicolas Maduro e Cilia Flores ne è il correlato latinoamericano: se non ti pieghi al modello estrattivista, vieni cancellato dalla mappa del diritto.
Oggi, la lotta dell’Iran si salda con quella del popolo venezuelano e cubano. È una battaglia per la sopravvivenza contro un sistema che può sopravvivere solo attraverso la distruzione creativa. Difendere questi poli di resistenza significa impedire che la fase totale della Terza Guerra Mondiale cancelli ogni traccia di sovranità.
Il fronte anti-imperialista è l’unico argine rimasto a difesa della pace con giustizia sociale. Il popolo unito non sarà mai vinto, e solo l’unità dei popoli sotto la bandiera del “¡Abajo el imperialismo!” potrà accelerare l’avvento di un mondo multipolare e sovrano.
Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.
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