GUERRE PER PROCURA, LEZIONE AFGHANA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GUERRE PER PROCURA, LEZIONE AFGHANA da IL FATTO

Guerre per procura, lezione afghana

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI – L’Ucraina dovrebbe imparare da quello che è accaduto a Kabul, ma anche in Vietnam, Cambogia, Laos, Iraq, Siria e Libia. Conflitti decennali e Paesi lasciati in rovina

 JEFFREY SACHS  2 MARZO 2023

La guerra è il più grande nemico dello sviluppo economico. Un nuovo conflitto mondiale manderebbe in fumo tutte le nostre speranze economiche e metterebbe a rischio la nostra stessa sopravvivenza sul pianeta. Il Bulletin of the Atomic Scientists, del resto, ha spostato le lancette dell’orologio dell’Apocalisse a soli 90 secondi dalla mezzanotte.

L’Ucraina è stato il Paese che più ha sofferto nel 2022: secondo il Fondo monetario internazionale, la sua economia è crollata del 35%. Il conflitto che affligge il Paese potrebbe terminare in tempi rapidi e lasciare spazio alla ripresa, ma prima l’Ucraina dovrà riconoscere di essere vittima di una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia scoppiata nel 2014.

Dal 2014, infatti, gli Stati Uniti armano e finanziano pesantemente Kiev con l’obiettivo di espandere la Nato e indebolire la Russia. Le guerre per procura americane di solito si protraggono per anni e decenni, lasciandosi dietro macerie nei Paesi teatro della battaglia, come oggi l’Ucraina.

Kiev va incontro a un futuro disastroso, se questa guerra per procura non finirà presto. Per evitare un disastro a lungo termine deve guardare all’esperienza terribile dell’Afghanistan o, più indietro nel tempo, a quella delle guerre per procura portate avanti dagli Usa in Vietnam, Cambogia, Laos, Iraq, Siria e Libia.

Nel 1979 gli Stati Uniti hanno cominciato ad armare i mujaheddin islamisti afghani perché diventassero la spina nel fianco del governo sostenuto dai sovietici. Come ha spiegato in seguito il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, l’obiettivo di Washington era provocare l’intervento militare dell’Unione Sovietica per intrappolare Mosca nel pantano di una guerra costosa. L’Afghanistan era solo un danno collaterale.

È successo che, proprio come speravano gli Usa, l’esercito sovietico è entrato in Afghanistan nel 1979 e ci è rimasto a combattere per tutti gli anni Ottanta. In quegli stessi anni i mujaheddin sostenuti dagli Stati Uniti fondavano al Qaeda prima e i Talebani poi (a inizio anni 90). E così lo sgambetto all’Unione Sovietica si è ritorto contro Washington come un boomerang.

Nel 2001 gli Usa hanno invaso l’Afghanistan per combattere al Qaeda e i Talebani. La guerra è andata avanti per 20 anni fino al ritiro definitivo del 2021, ma tuttora gli americani portano avanti operazioni militari sporadiche nell’area. Oggi l’Afghanistan è un Paese in rovina. In vent’anni gli Stati Uniti hanno sprecato più di 2 trilioni di dollari di spese militari e l’Afghanistan si è impoverito tanto che il suo Pil pro capite è sceso sotto i 400 dollari nel 2021. L’ultimo “regalo” di Washington a Kabul è stato il sequestro delle ultime disponibilità di valuta estera residue, che ha avuto l’effetto di paralizzare il sistema bancario.

In Ucraina la guerra per procura è iniziata nove anni fa, quando l’Amministrazione statunitense ha appoggiato la destituzione del presidente Viktor Yanukovich. Il peccato di Yanukovich agli occhi degli americani era di voler mantenere Kiev neutrale, scelta che metteva i bastoni tra le ruote al progetto di espansione della Nato fino all’Ucraina (e alla Georgia). L’obiettivo degli Stati Uniti era circondare la Russia di Paesi Nato nella regione del Mar Nero: per raggiungerlo, hanno armato e finanziato massicciamente l’Ucraina dal 2014 in poi.

I fautori di questo disegno allora e oggi sono rimasti gli stessi. Basti pensare che nel 2014 la figura di riferimento per l’Ucraina a Washington era la vicesegretaria di Stato, Victoria Nuland, che oggi è sottosegretaria di Stato. A stretto contatto con Nuland lavorava Jake Sullivan, oggi Consigliere per la Sicurezza nazionale ma che nel 2014 svolgeva le stesse mansioni per Joe Biden come membro dello staff del vicepresidente.

Gli Stati Uniti, però, hanno sottovalutato due importanti realtà politiche dell’Ucraina. La prima è che in Ucraina esiste una profonda divisione etnica e politica tra i nazionalisti della parte occidentale del Paese, che odiano la Russia, e la popolazione di etnia russa dell’Ucraina orientale e della Crimea. La seconda è che l’allargamento della Nato all’Ucraina rappresenta una linea rossa per Mosca. La Russia combatterà fino alla fine ed è anche pronta all’escalation pur di impedire agli Stati Uniti di incorporare l’Ucraina nella Nato.

Gli Stati Uniti hanno sempre detto che la Nato è un’alleanza difensiva. Eppure, nel 1999 ha bombardato per 78 giorni la Serbia, alleata della Russia, per separare il Kosovo dopo che gli Usa avevano creato una gigantesca base militare nella regione. In Libia, nel 2011, le forze della Nato hanno rovesciato l’amico dei russi Muammar Gheddafi scatenando un decennio di caos. Di certo la Russia non accetterà mai la presenza della Nato in Ucraina.

A fine 2021 il presidente russo Vladimir Putin aveva fatto tre richieste agli Stati Uniti: che l’Ucraina rimanesse neutrale e fuori dalla Nato; che la Crimea restasse russa e che il Donbass diventasse autonomo conformemente al Protocollo di Minsk II.

Ma il team Biden-Sullivan-Nuland, otto anni dopo aver appoggiato la destituzione di Yanukovich, gli ha dato il benservito e ha rifiutato di aprire un negoziato sull’allargamento della Nato. Finché nel febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina.

Un mese dopo, a marzo 2022, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva dato l’impressione di comprendere che il suo Paese era finito vittima di una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia. In una dichiarazione pubblica, infatti, aveva detto che l’Ucraina voleva diventare neutrale e avrebbe chiesto ad alcuni Stati di farsi garanti della sua sicurezza. Nello stesso discorso aveva anche riconosciuto che la Crimea e il Donbass avrebbero dovuto beneficiare di un trattamento speciale.

In quella fase a fare da mediatori c’erano la Turchia e Israele, con il primo ministro dell’epoca Naftali Bennett. La Russia e l’Ucraina stavano andando verso un accordo, ma come ha raccontato di recente lo stesso Bennett, gli Stati Uniti “hanno bloccato” il processo di pace.

Da allora la guerra si è intensificata. Gli Stati Uniti e i loro alleati si sono impegnati a inviare in Ucraina carri armati, missili a sempre più lunga gittata e forse anche aerei da combattimento. Il giornalista investigativo americano Seymour Hersh ha scritto che a settembre i Servizi statunitensi avrebbero fatto esplodere i gasdotti Nord Stream, ricostruzione smentita dalla Casa bianca.

Le condizioni di base per la pace sono chiare. L’Ucraina dovrebbe diventare un Paese neutrale, senza entrare nella Nato, la Crimea dovrebbe rimanere sede della flotta navale russa del Mar Nero come accade dal 1783 e sul Donbass si potrebbe trovare una soluzione pratica che vada dalla divisione territoriale all’autonomia o all’istituzione di una linea verde. Così, ed è la cosa più importante, si arriverebbe al cessate il fuoco e al ritiro delle truppe russe dal Paese, mentre la sovranità dell’Ucraina sarebbe garantita dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e da altre nazioni garanti. Un accordo su queste basi si sarebbe potuto raggiungere già a dicembre 2021 o a marzo 2022.

Oltretutto, in questo modo il governo e il popolo ucraini avrebbero potuto dire chiaramente alla Russia e agli Stati Uniti che non intendevano trasformare l’Ucraina nel campo di battaglia di una guerra per procura. E in un Paese così profondamente diviso, gli ucraini di entrambi i lati dello steccato etnico avrebbero trovato il modo di lottare insieme per la pace, invece di continuare a illudersi che una potenza straniera potesse evitargli di scendere necessariamente a compromessi con l’altra fazione.

EC O N O M I STA CONTRARIO ALLA GUERRA,  DIRETTORE del Centro per lo sviluppo sostenibile presso la Columbia University dove è professore universitario . È presidente del Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite e accademico della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali in Vaticano. Articolo tratto, per gentile concessione dell’autore, dal New World Economic Column.

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