GAZA, IL FASCINO DELLA TABULA RASA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GAZA, IL FASCINO DELLA TABULA RASA da IL FATTO

Gaza, il fascino della Tabula rasa

GUERRA MONDIALE A PEZZI – Gli attacchi all’Unrwa, per i 12 dipendenti (su 13 mila) accusati di aver collaborato con Hamas il 7 ottobre, nasconde il proposito di Israele di estendere il conflitto anche oltre il Medio Oriente

 BARBARA SPINELLI  31 GENNAIO 2024

Prima ancora di sapere quel che veramente hanno fatto i dodici impiegati Unrwa, accusati da un rapporto dei servizi segreti israeliani di aver partecipato ai pogrom del 7 ottobre, Washington e una serie di governi europei – Italia in testa, seguita da Germania, Francia, Olanda, Finlandia – hanno deciso di sospendere ogni aiuto all’Agenzia Onu che dal 1950 assiste i rifugiati palestinesi.

Lungo gli anni l’Unrwa ha fornito ai profughi cibo, scuole, ospedali. Oggi allevia con mezzi esigui le sofferenze e la fame dei civili, costretti dai bombardamenti a lasciare il Nord, bersagliati coscientemente anche quando arrivano a Sud. In sostanza, Washington e i principali Stati europei azzerano gli aiuti ai civili nel preciso istante in cui chiedono ipocritamente a Netanyahu di risparmiarli.

Punire l’Agenzia Onu è del tutto demenziale e pretestuoso. Anche qualora fosse vero che i dodici hanno fiancheggiato azioni di Hamas, è sciagurato colpire l’intera struttura Onu, conoscendo gli ulteriori immensi danni che i palestinesi subiranno anche se sarà raggiunto un accordo di tregua: metà popolazione di Gaza in fuga, 27.000 uccisi di cui 10.000 bambini, 65.000 feriti. Più di 1.000 bambini hanno subìto amputazioni senza anestesia. Non una deportazione in massa di palestinesi ma una decimazione, visto che per deportarli bisognerebbe aprire il valico di Rafah, bloccato invece dall’Egitto su spinta israeliana. Nello stesso momento in cui ha licenziato gli impiegati sospetti (due dei quali morti), il segretario generale dell’Onu Antonio Gutérres ha implorato i Paesi donatori a non interrompere gli aiuti all’Agenzia, proprio mentre la guerra infuria. Il 27 gennaio il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz è giunto sino a chiedere le dimissioni di Lazzarini, commissario generale dell’Unrwa.

C’è poi la coincidenza delle date, torbida. I servizi israeliani hanno pubblicato il rapporto sulle devianze Unrwa sabato 27 gennaio, un giorno dopo la sentenza preliminare emessa dalla Corte di giustizia dell’Onu a seguito dei sospetti di genocidio o di intento genocidario formulati dal Sudafrica. Sospetti ritenuti “plausibili” dalla Corte, che invita Israele a presentare entro un mese una documentazione sulle azioni denunciate. Nel mirino ci sono sia la Corte sia l’Unrwa. L’Onu per intera è sotto accusa.

Non è una novità, perché non da oggi l’Onu è intollerabile pietra d’inciampo per i governi d’Israele, e per i neocon statunitensi. Già nel 2018, Trump presidente interruppe i finanziamenti Usa all’Unrwa. Biden revocò la decisione, che ora fa propria. Quanto all’Europa, non esiste come Unione. Solo una parte si è piegata al diktat di Usa e Israele, fidandosi ciecamente dei servizi segreti di una potenza nucleare che sta decimando Gaza e fa di tutto per screditare l’Onu. Vista la facilità con cui l’Occidente abbocca, Israele ha deciso di spararla grossa: il 10 per cento dell’Unwra colluderebbe a Gaza con “gruppi militanti islamici”.

Quasi metà dei contributi all’Unrwa proviene dall’Europa (Germania e Svezia sono i principali contributori, l’Italia è quattordicesima). La Commissione Von der Leyen è in favore della sospensione. Ma alcuni Paesi non ci stanno. Dissentono per il momento i governi di Spagna, Irlanda, Belgio, Danimarca, e fuori dall’Ue Norvegia (quinto contributore subito dopo la Svezia). I quali hanno fatto sapere che dodici eventuali sospetti non rappresentano i 30.000 impiegati dell’Agenzia Onu (di cui 13.000 a Gaza). Diciamoci che è una gran fortuna, per la popolazione palestinese ammazzata o in fuga, che l’Europa si spacchi sulla questione. Basterebbe questa vicenda per temere future votazioni a maggioranza nell’Ue.

Colpire l’Onu screditando due suoi organi come l’Agenzia per i rifugiati palestinesi e la Corte sembra essere parte di una strategia bellica che sempre più punta a estendere il conflitto oltre Gaza: verso Libano, Giordania, Yemen e soprattutto, in extremis, Iran. Non da oggi i neoconservatori Usa spingono in questa direzione, e non hanno mai digerito l’accordo sul nucleare negoziato nel 2015 da Obama. A questo servono i ripetuti attacchi contro gli Houthi, lanciati da Usa e prospettati da una coalizione di europei, per proteggere la navigabilità nel Mar Rosso e intimidire l’Iran. La parola d’ordine Houthi – fine della strage di palestinesi – è considerata inaudita dunque non è ascoltata.

“Corriamo senza curarcene nel precipizio dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedirci di vederlo”, così Blaise Pascal, ed è questa la strategia di un Occidente che resta micidiale per le armi che possiede ed è tuttavia sempre più striminzito, frantumato e isolato: in Europa, Medio Oriente, Africa, Asia. Ha già perso la Turchia, l’Ungheria, e ora perde la Spagna di Sánchez e l’Irlanda. A suo tempo perse la Russia. Si è gettato in un conflitto che ha volutamente prolungato in Ucraina, e non sta vincendo. In una guerra contro gli Houthi, che però resistono. E in un appoggio a Netanyahu che replica al terribile 7 ottobre sforando enormemente la legge biblica dell’occhio per occhio.

Inutili sono i Giorni della memoria, se continuiamo a credere che gli scempi in Ucraina sono iniziati nel febbraio 2022, e non nel 2014 nel Donbass. Se facciamo finta che la guerra Usa contro gli Houthi sia cominciata il giorno in cui sono apparsi sui nostri teleschermi, simili a nere figure di un videogioco, mentre invece la guerra che ha seminato morte e fame in Yemen è cominciata nel 2015, quando Obama e la Francia di Hollande e poi Macron fiancheggiarono l’Arabia Saudita illudendosi di mettere in allarme l’Iran. Inutile infine fingersi memori e vigili quando puniamo l’Unrwa e screditiamo l’Onu, senza sapere – o fingendo di non sapere – che se i palestinesi smettono di poter contare sull’Agenzia per proteggere 871.000 rifugiati in Cisgiordania e se nella guerra di Gaza i palestinesi che dipendono dall’Unrwa per nutrirsi sono un milione, sarà Hamas a doverli sfamare, e a dover dispensare fondi e stipendi perché Gaza non sia completamente distrutta.

A quel punto Hamas vedrà ancor più crescere la propria popolarità nella popolazione palestinese che resta. Ma non era proprio questo, fin dall’inizio, lo scopo delle strategie israeliane nelle terre palestinesi, occupate e non? Hamas fu infiammato e rifocillato da Israele, Stati Uniti ed Europa alla vigilia delle elezioni del 2006 a Gaza, come a suo tempo furono sobillati mujaheddin e talebani in Afghanistan, russofobi e neonazisti nel Donbass ucraino negli otto anni di guerra civile che hanno preceduto l’invasione russa.

L’esito lo conosciamo. È il “Destino Manifesto” dell’Impero del Bene: non una gloriosa leadership, ma un’espansione di disastri ancora più letali del suicidio politico dell’ex superpotenza Usa. Un’abitudine alla tabula rasa che sta riducendo a zero, non nei popoli d’Occidente ma nelle sue élite, la benefica paura delle guerre e dell’atomica che nel ’45 diede vita all’Onu, alle sue Agenzie e alla sua Corte di giustizia.

L’Aja su Israele: il diritto che vince sulla violenza

DOMENICO GALLO  28 GENNAIO 2024

Nell’eterna lotta fra violenza e diritto, l’ordinanza pronunciata il 26.01 dalla Corte internazionale di giustizia segna un punto di svolta. Il premier israeliano Netanyahu ha detto che la decisione della Corte di voler discutere e giudicare l’accusa di genocidio contro Israele è “una vergogna di cui ci si ricorderà per generazioni”. Netanyahu ha ragione sul fatto che ci troviamo in presenza di “una vergogna di cui ci si ricorderà per generazioni”. Ma la vergogna, anzi lo scandalo non sta nelle parole del diritto pronunziate dalla Corte, bensì in quelle condotte dello Stato di Israele che hanno fatto intravedere al massimo organo di giustizia delle Nazioni Unite il rischio di un genocidio nei confronti della popolazione di Gaza.

Quando il 9 marzo 1950 Israele ha ratificato la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, mai avrebbe potuto immaginare che, in virtù dell’articolo 9, sarebbe stato chiamato dinanzi alla Corte di giustizia internazionale per difendersi proprio dall’accusa di genocidio. Aver subito il genocidio in passato non attribuisce una patente di immunità per il futuro con riguardo a quegli atti di barbarie che l’umanità ha solennemente ripudiato bollandoli come crimine. Eppure oggi lo Stato d’Israele agisce come se non dovesse rispondere delle sue condotte e si indigna se viene trascinato in giudizio. A ciò indubbiamente ha contribuito l’impunità che la Comunità internazionale ha assicurato alle politiche di oppressione dei palestinesi e il fatto che Israele ha potuto violare molte risoluzioni Onu e Convenzioni internazionali sui diritti umani senza subire conseguenza alcuna.

Confidando nella sua soverchiante forza militare e nella protezione degli Stati Uniti, Israele ha rotto tutti i lacci e lacciuoli con cui il diritto cerca di imbrigliare e governare la forza. Nel conflitto fra la violenza e il diritto, in Medioriente è sempre la violenza che prevale. Ma questa volta l’intervento della Corte di giustizia segna un punto a favore del diritto perché, per la prima volta, Israele viene chiamato a rispondere dell’uso della forza in violazione dei diritti umani. Per questo la pronuncia della Corte ha un valore storico. Sia perché ha riconosciuto ai palestinesi la dignità di “gruppo nazionale”, sia perché ha ritenuto plausibile l’ipotesi del genocidio, tanto da emettere provvedimenti volti a prevenire e a scongiurarne il rischio.

Potrebbe sembrare deludente il fatto che la Corte non abbia emesso un ordine secco di cessate il fuoco. Però, se si leggono bene le misure imposte a Israele, si comprende che queste non possono essere adempiute se non cessando il fuoco. La Corte ha imposto a Israele di “adottare tutte le misure in suo potere per impedire la commissione di tutti gli atti che rientrano nel campo di applicazione dell’articolo II di tale Convenzione, in particolare: a) l’uccisione di membri del gruppo; b) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo; c) infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita tali da provocarne la distruzione fisica totale o parziale…

In pratica la Corte ha vietato a Israele di continuare a uccidere i palestinesi, a causare loro gravi danni fisici e mentali, o a privarli dei beni essenziali per la vita: senza uccidere nessuno è impossibile continuare una guerra. La Corte ha statuito che “lo Stato di Israele deve adottare misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e di assistenza umanitaria urgentemente necessari per affrontare le condizioni di vita avverse dei palestinesi nella Striscia di Gaza” e ha ordinato a Israele di garantire la conservazione delle prove degli atti che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione. Israele inoltre dovrà prevenire e punire l’incitamento diretto a commettere atti di genocidio. Indirettamente la Corte ha delegittimato tutte le dichiarazioni dei vertici politici israeliani che promettevano fuoco e fiamme contro la popolazione di Gaza.

Per evitare che le sue parole di giustizia cadano nel vuoto, la Corte ha ordinato a Israele di riferire ogni 30 giorni sull’implementazione di tali misure. Ed è proprio sull’implementazione di queste misure che si apre una partita politica di rilievo. L’eventuale, se non quasi certo, inadempimento da parte di Israele mette in discussione le politiche di sostegno politico, militare ed economico dall’Italia e da gran parte dei Paesi occidentali. L’ordinanza della Corte di giustizia vincola direttamente Israele, ma indirettamente anche tutti gli altri Stati aderenti alla Convenzione che hanno l’obbligo di prevenire atti di genocidio da chiunque commessi. In questo caso il pericolo di atti di genocidio è stato chiaramente indicato e le misure per prevenire quegli atti sono state specificamente individuate: nessuno può ignorarle a pena di complicità.

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