DESTRA, SINISTRA E POPULISMO. SEGNALI DAL VOTO EUROPEO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DESTRA, SINISTRA E POPULISMO. SEGNALI DAL VOTO EUROPEO da IL MANIFESTO

Destra, sinistra e populismo. Segnali dal voto europeo

 

Potremmo essere di fronte a una chiusura, o almeno una sospensione, del ciclo che ha caratterizzato il campo politico europeo, e non solo, negli ultimi vent’anni

Loris Caruso  19/06/2024

Gli allarmi eccessivi sull’ondata di destra hanno in genere la funzione di affermare l’idea che fuori dall’ordine esistente c’è solo la barbarie fascista o parafascista. Alle elezioni europee un’ondata di destra non c’è stata. Chiaramente, l’affermazione della destra radicale in Francia e Austria è molto grave e rilevante. Un po’ meno l’affermazione di Afd in Germania, resa più visibile dal crollo storico dell’Spd ma vicina a percentuali che Afd ha già avuto in passato, per poi arretrare. Complessivamente invece i due gruppi europarlamentari delle destre, quelli in cui siedono Lega e Fratelli d’Italia, sostanzialmente confermano il numero di deputati che avevano e sono ben lontani dal risultato con cui speravano di modificare gli equilibri politici continentali.

Lo scenario complessivo è caratterizzato da due tendenze di fondo, in parte contrastanti. La prima è una sorta di ritorno alla normalità. A trionfare, a livello europeo, è stato il Partito popolare. I socialisti sono piuttosto stabili. A perdere in termini di eletti sono soprattutto i Verdi, i centristi di Renew Europe e la sinistra del Gue, rappresentanti di partiti che a livello nazionale hanno a volte occupato il ruolo di terze forze. Potremmo essere di fronte a una chiusura, o almeno una sospensione, del ciclo populista che ha caratterizzato il campo politico europeo (e non solo) negli ultimi vent’anni. Non perché non ci siano più in campo forze politiche, anche consistenti, definibili populiste. Nel senso, invece, che negli anni Duemila a essere populista è stato il campo politico nella sua interezza: senza avere almeno alcuni tratti populisti, difficilmente si intercettava il consenso. Il declino del «populismo di sinistra» mediterraneo (Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, per certi aspetti l’Italia con il M5S) è evidente, anche se nel caso di Melenchon sarà da verificare.

D’altra parte quelle populiste sono sempre, ciclicamente, delle fasi, che caratterizzano i sistemi politici quando declinano forme ideologiche e organizzative consolidate e non sono ancora emerse forme nuove. Questo è quanto successo alle sinistre dopo l’89. La destra è invece sempre identitariamente e politicamente riconoscibile, anche quando utilizza il populismo come schermo retorico.

Gli immensi temi e problemi strutturali che caratterizzano lo scenario nazionale, contentale e internazionale (distribuzione della ricchezza e delle risorse, antinomia Occidente/resto del mondo, crisi climatica, guerra, ristrutturazione del capitalismo globale e del sistema delle relazioni internazionali), possono favorire un ritorno a una più classica dialettica sinistra/destra, anche se non è detto, come si vede anche dai risultati elettorali di diverse nazioni europee, che questa debba coincidere con il bipolarismo. Nel contesto europeo diverse sinistre hanno raggiunto buoni risultati anche stando all’esterno delle coalizioni e dei partiti principali.

Dall’altra parte, gli effetti di queste stesse crisi sistemiche, l’astensionismo strutturale e crescente, così come la peculiarità della competizione elettorale europea non permettono di considerare stabile alcuno scenario.

Venendo all’Italia, stiamo vivendo una trama vista altre volte. Quando è all’opposizione il Pd assume una connotazione maggiormente di sinistra. Si riaprono coalizioni larghe, si cerca di mobilitare l’elettorato, si suscitano speranze di cambiamento per sostituire un governo di destra che rende il Paese una terra culturalmente, materialmente e perfino antropologicamente desolata. Questo succede ora con Schlein, è successo prima con Zingaretti, Bersani, Prodi. Ogni volta le speranze suscitate da queste leadership sono state tradite. Anche per questo, pur avendo spesso governato per altra via, il centrosinistra non vince un’elezione nazionale dal ’96.

Vedremo se questa volta andrà diversamente o se, quando arriveranno (perché arriveranno), questa volta il Pd respingerà al mittente i richiami della foresta delle élite. Respingerli implica che Schlein, grazie alla forza ottenuta con l’affermazione elettorale, cambi la stessa funzione politica e sociale avuta fin qui dal suo partito, stravolgendolo.

Non è un tema solo per il futuro. Il centrosinistra italiano continuerà a votare per l’invio di armi in Ucraina? Sosterrà l’economia di guerra proposta da von der Leyen? Resterà fedelmente atlantista? Perché non è escluso il rischio che il Pd, dopo una campagna elettorale basata sulla polarizzazione Meloni-Schlein, in Europa con Giorgia Meloni ci governi.

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