DALL’AJA ALL’UNRWA: LA META-PUNIZIONE DELL’OCCIDENTE CALPESTA IL DIRITTO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DALL’AJA ALL’UNRWA: LA META-PUNIZIONE DELL’OCCIDENTE CALPESTA IL DIRITTO da IL MANIFESTO

Dall’Aja all’Unrwa, la meta-punizione dell’occidente calpesta il diritto

ISRAELE/PALESTINA. Poche ore dopo le misure ordinate dalla Corte dell’Aja, i governi occidentali tagliano i fondi all’Unrwa, annullando di fatto le richieste del tribunale e violando essi stessi la Convenzione contro il genocidio: sarebbero in posizione di autonome violazioni dei propri doveri imperativi di prevenzione

Luigi Daniele  01/02/2024

Gaza continua a essere un campo di morte. Distese di macerie e corpi si estendono per chilometri nei luoghi in cui sorgevano le già immiserite città dell’enclave sotto assedio. Diecimila i bambini uccisi in tre mesi, settemila le donne. Sessantacinquemila feriti, moltissimi dei quali nei primi anni di vita. Due milioni di persone in lotta quotidiana per la sopravvivenza, ammassati in tendopoli, immersi nel fango, senza alcun servizio essenziale, con un sistema sanitario quasi integralmente distrutto da seicento attacchi a strutture mediche protette, secondo l’Oms.

L’intera popolazione di Gaza avanza verso un patibolo collettivo di fame, sete, epidemie, mancanza di medicinali e cure per feriti e ammalati. Ciascuno di questi fattori, per sé, è una grave crisi umanitaria, ma è il loro effetto cumulativo a essere letale.

L’ECATOMBE, alle attuali condizioni, è inevitabile: esperte di salute pubblica di prestigio mondiale, analizzando i dati, hanno denunciato che «un quarto della popolazione di Gaza – quasi mezzo milione di esseri umani – potrebbe morire entro un anno, in gran parte per cause sanitarie prevenibili e per il collasso del sistema sanitario».

È questa, al di là delle posizioni sul conflitto, l’intollerabile realtà rispetto alla quale, con una sorprendente maggioranza di quindici giudici a due, la Corte internazionale di Giustizia (Cig) ha avvertito l’esecutivo israeliano di essere sotto osservazione per il crimine di genocidio.

A dispetto del revisionismo istantaneo che ha investito il racconto di questa decisione in Italia, il parametro giuridico sulla base del quale il verdetto è stato emesso non è questione di opinioni: la Cig ritiene plausibile che il diritto del popolo palestinese a essere protetto da un genocidio sia a rischio urgente di un pregiudizio irreparabile.

In virtù di questa urgenza, la Corte ha ordinato al governo israeliano l’esecuzione di sei misure cautelari finalizzate a prevenire il crimine dei crimini. Si intima all’esecutivo israeliano di «adottare tutte le misure in proprio potere per prevenire la commissione di condotte di genocidio», inclusa l’inflizione al gruppo vittima di «condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica», anche solo »parziale»; contestualmente, si ordina a Israele di «assicurare con effetto immediato che l’esercito non commetta alcuna delle condotte menzionate» e di «adottare misure immediate ed efficaci per consentire la fornitura di servizi di base e assistenza umanitaria urgentemente necessari» alla sopravvivenza della popolazione. Si tratta di misure vincolanti, ormai parte integrante del procedimento, per cui meno a esse si darà esecuzione, maggiore sarà il rischio di censure nella successiva fase di merito.

Dalle agenzie internazionali, intanto, arrivano notizie di civili a Gaza che si nutrono di mangime per animalierbacce e bevono acqua contaminata. La sconcertante risposta occidentale a questa decisione è simultanea: sospensione dei finanziamenti all’unica agenzia Onu, l’Unrwa, con la capacità logistica di dare effettività a quest’ordine giuridico di assicurare gli aiuti, salvando centinaia di migliaia di vite e prevenendo un genocidio.

La motivazione è surreale: tredici persone impiegate dall’organizzazione avrebbero, a detta dell’esecutivo israeliano, partecipato ai crimini del 7 ottobre. Tredici persone su un organico totale di trentamila, ovvero lo 0,04% dei lavoratori dell’agenzia. Tredici persone, oltretutto, già licenziate e oggetto di un’inchiesta interna. Ma non conta: intanto niente fondi all’Unrwa e tanti saluti alla Corte internazionale di Giustizia, contribuendo all’imminente collasso delle operazioni umanitarie.

DA UN LATO le misure cautelari della Cig per prevenire un genocidio, dall’altro le contro-misure mortali dell’occidente affinché le prime siano neutralizzate. Una meta-punizione collettiva: non solo tutta la popolazione civile di Gaza, ma anche la principale organizzazione internazionale che può assicurarne la sopravvivenza, verso le fosse comuni della nostra dignità di stati e della cultura giuridica dello stato di diritto.

Eppure, proprio i nostri governi potrebbero contribuire ad assicurare alla giustizia quei tredici responsabili, riferendo la situazione in Palestina (con tutti i crimini individuali da chiunque commessi) alla Corte penale internazionale, seguendo l’esempio di altri stati.

Questi governi occidentali, invece, non solo si astengono dal contribuire alla giustizia e si rendono complici di preilluministiche punizioni collettive, refrattarie alla cultura degli accertamenti, ma ignorano che la Convenzione per la Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio del 1948 non è un trattato qualsiasi. Proibisce a tutti gli stati parte non solo di commettere genocidi, ma impone obblighi cogenti di prevenirli. Si tratta della soglia di tutela più anticipata del panorama giuridico mondiale e probabilmente della storia del diritto, non senza ragione.

Gli stati parte di questa convenzione hanno il dovere giuridico di utilizzare ogni mezzo a propria disposizione per prevenire genocidi, indipendentemente da pregiudizi o interessi del proprio stato. Se questa decisione occidentale antigiuridica e insensata non fosse rivista, quindi, i governi che hanno deciso di colpire l’Unrwa e tramite ciò due milioni di civili (per ‘sanzionarne’ tredici), sarebbero in posizione di autonome violazioni dei propri doveri imperativi di prevenzione imposti dalla Convenzione, con conseguenze giuridiche e politico-diplomatiche gravi e irreversibili.

PERSINO per un occidente devoto al diritto internazionale del nemico, agli occhi del mondo, soprattutto dei quasi centocinquanta stati che hanno salutato con favore il ricorso del Sudafrica, questa decisione contro l’Unrwa segna un balzo di indegnità. Dopo mesi di appoggio incondizionato a una guerra senza più innocenti, in cui ciò che era criminale e suprema atrocità contro i civili ucraini diventa giustificabile contro i civili palestinesi, questi governi appaiono invischiati nello stesso sadismo che emana dalle conferenze per la pulizia etnica e la ricolonizzazione di Gaza.

Il tutto senza il minimo contributo positivo alle ragioni di sicurezza dei cittadini israeliani, che sia molti di loro, sia sempre più organizzazioni ebraiche nel mondo sostengono inestricabilmente legate alle ragioni di uguale sicurezza e libertà del popolo palestinese. La premessa perché questa duplice sicurezza rimanga un orizzonte perseguibile, tuttavia, è che esistano ancora due popoli. Nessuna sicurezza, di nessun popolo, può ammettere la cancellazione dell’altro.

*Docente di diritto dei conflitti armati e diritto internazionale penale, Nottingham Law School

L’aria gelida di Burj el-Shemali. Con i fondi tagliati all’Unrwa «rifugiati palestinesi senza futuro»

REPORTAGE DAL CAMPO PROFUGHI PIÙ VICINO ALLA FRONTIERA CON ISRAELE. A Gaza sospendere gli aiuti è disumano, ma anche in Libano, Siria e Giordania l’impatto sarà devastante. Lo sconforto di Abu Wassim: «Nessun codice penale può giustificare una simile ritorsione»

Pasquale Porciello, TIRO (LIBANO)  01/02/2024

Ci vuole molto più tempo del solito a riempire il minibus a 15 posti per Tiro fermo all’autostazione di Cola, quartiere a sud di Beirut. Non è che ci siano orari precisi per le partenze: si aspetta che arrivi gente, che si riempia almeno per due terzi in modo da non fare la corsa a vuoto, e poi si parte. Nessuno va più a sud, a meno che non sia strettamente necessario. La strada pure è vuota, nonostante l’ora di punta.

IL CAMPO PROFUGHI di Burj el-Shemali, tre chilometri a sud-est di Tiro, è assieme a quello di Rashidieh il campo più a sud del Libano, quasi a ridosso del confine dove si combatte da 117 giorni senza tregua. L’aria è gelida, piove. Entriamo da un ingresso secondario e ci avviamo verso uno dei pochi centri per l’infanzia e l’unica scuola di musica del campo gestiti da Abu Wassim, distinto e tenace anziano uomo palestinese che qui tutti conoscono. La stratificazione di case, i vicoli strettissimi e irregolari dove non arriva il sole né d’estate, né d’inverno e dove o l’afa o il freddo ristagnano, i fili della corrente aggrovigliati e sospesi in aria, i muri scalcinati, gli infissi di ferro ghiacciati, le profonde pozzanghere nelle stradine dissestate, rendono in un colpo d’occhio l’idea di una permanente provvisorietà. L’umidità arriva anche portata dal vento: dall’altro lato della strada il mare è in tempesta. C’è una calma che stride con quello che sta accadendo da mesi tutto attorno.

«NOI NON SIAMO FINANZIATI da Unrwa, ma le scuole e le cliniche sì. Tagliare i fondi vuol dire tagliare ulteriormente fuori dal mondo i palestinesi che sono nei campi». Arriva direttamente con grande lucidità e senza sentimentlismi al cuore della questione Abu Wassim. «In Libano le scuole e gli ospedali sono privati e qui nessuno se li può permettere. Cos’è questa punizione collettiva? Ammettiamo pure che questi dodici all’interno di Unrwa abbiano appoggiato Hamas, partecipato agli attentati del 7 ottobre -ci sono delle accuse, non c’è stato un processo né interno a Unrwa, né in un tribunale e quindi nessuna sentenza ancora- nessun codice penale o civile giustifica una ripercussione del genere».

Martedì circa duecento palestinesi si sono dati appuntamento al quartier generale di Unrwa a Jnah, pochi chilometri a sud di Beirut, in segno di protesta contro il blocco dei fondi da parte di alcuni paesi tra cui l’Italia. «Bloccare i fondi mette a rischio il futuro dei rifugiati palestinesi», «Gaza ha bisogno di aiuto immediato», «Unrwa è il mio diritto fino a quando non ritorno in patria», alcuni degli slogan dei manifestanti.

L’AGENZIA ONU è da giorni in silenzio stampa, ma ieri ha rilasciato un comunicato nel quale si legge: «La sospensione dei fondi (…) avrà un impatto sulla sopravvivenza di oltre due milioni di civili, metà dei quali sono bambini, che dipendono dagli aiuti Unrwa a Gaza. La popolazione sta affrontando fame, carestia e lo scoppio di malattie sotto i continui e indiscriminati bombardamenti israeliani e la privazione deliberata di aiuti».

«Se a Gaza sospendere i fondi è disumano vista la crisi in corso, in Libano, in Giordania, in Siria vuol dire fare in modo che migliaia di palestinesi a breve rimarranno senza assistenza. Chi può prevedere che conseguenze avrà tutto questo all’interno dei campi, qui in Libano e in tutta la regione?», chiosa Abu Wassim. I campi sono qui in tutto dodici. Nei registri il numero dei palestinesi in Libano è di circa mezzo milione, ma si tratta di cifre poco accurate. Un palestinese non può comprare casa, non può diventare – se non in casi eccezionali – cittadino libanese, non gli è permesso aspirare a posizioni lavorative di rilievo.

LA QUESTIONE PALESTINESE in Libano è sentita e controversa. Dopo il Settembre Nero (1970) e l’espulsione dalla Giordania dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), Arafat e i suoi si spostarono a Beirut e l’organizzazione prese attivamente parte nella guerra civile libanese (1975-90). Tra il 16 e il 18 settembre 1982 le Forze libanesi (destra estrema cristiana) con l’appoggio delle IDF (forze di difesa israeliane) compirono un massacro di circa 3500 persone – palestinesi e sciiti – nel quartiere di Sabra e nel campo di Shatila, periferia della capitale libanese. Molta della retorica storica e odierna di Hezbollah e parte della sua autolegittimazione è incardinata sul discorso della resistenza e su quello della liberazione della Palestina.

UNA STRETTA SUI PALESTINESI, sui campi, può avere conseguenze devastanti, tenendo anche conto che il piccolissimo Libano accoglie circa due milioni di siriani ed è nella peggiore crisi economico-finanziaria della sua storia da oltre quattro anni, senza contare la guerra tra Hezbollah e Israele.
Abu Wassim accende una stufetta elettrica e mangia dei mandarini che profumano l’aria, mentre sorseggia il caffè. È molto accogliente. Il gelo, in questa oasi dove tutto è Palestina e da dove l’inaccessibile Palestina è solo a pochi chilometri, diventa, almeno per qualche ora, un po’ più clemente.

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