DA MARCINELLE A CEUTA: IL DOLORE E LA SPERANZA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DA MARCINELLE A CEUTA: IL DOLORE E LA SPERANZA da IL FATTO

Da Marcinelle a Ceuta: il dolore e la speranza                                                               

Elena Basile  11 Agosto 2026

L’8 agosto 1956 si consumava a Marcinelle, in provincia di Liegi, la più grande tragedia delle miniere di carbone in Belgio: 262 minatori, di cui 136 italiani, scomparvero nell’incidente. Le immagini del cattolico re Baldovino I in ginocchio furono un commovente risveglio per la società belga, che nella regione dell’industria carbonifera aveva visto la mentalità razzista lievitare contro gli immigrati italiani a cui era persino vietato di entrare nelle panetterie con appositi cartelli di tragica memoria. La disgrazia del Bois du Cazier influì grandemente sul mutamento della società belga, oggi cosmopolita e in grado di onorare il contributo dei 300mila italiani iscritti all’anagrafe e dei tanti di origine, ormai integrati. Il primo ministro belga nel 2011-14, Elio di Rupo, di origine italiana e figlio di un minatore, è l’esempio emblematico delle tante storie di successo della comunità italiana in Belgio.

Durante gli anni in cui ho servito come ambasciatrice in Belgio, l’8 agosto assistevo, con la delegazione italiana venuta appositamente dall’Italia, a una cerimonia che nulla ha perduto della sua solennità. I rintocchi delle campane che marcano ogni perdita umana sono seguiti dai discorsi dei politici italiani e belgi e dalla lettura da parte dell’ambasciatore del discorso del presidente della Repubblica. È una giornata di memoria del lavoro e dell’immigrazione. Leggo che quest’anno i rappresentanti del governo sono stati fischiati a Marcinelle. A prescindere dalle inevitabili strumentalizzazioni politiche, credo la rivolta abbia un innegabile fondamento. Non si possono celebrare gli immigrati italiani in Belgio e sostenere nel contempo politiche razziste di esclusione degli immigrati stranieri in Italia.

Del resto, mal comune mezzo gaudio. In questi giorni di torrido caldo le commemorazioni del Bois du Cazier sono state accompagnate sulla stampa da cronache atroci, l’assalto di migranti, probabilmente pilotato dai servizi israeliani e marocchini, contro le enclave spagnole di Ceuta e Melilla. Giovani marocchini disoccupati o pagati con salari di fame rispetto al costo della vita, si sono giocati tutto per inseguire il sogno antico, comune agli immigrati italiani degli anni 50, di poter trovare nei paesi più ricchi un destino differente. Centinaia di morti accertate e migliaia di dispersi. Ci sono differenze nell’immigrazione. Gli italiani arrivavano in Belgio in virtù del famigerato accordo “braccia contro carbone”. L’emigrazione dei marocchini è anarchica. Eppure il dolore e la speranza sono uguali. La triste realtà della miniera simile ai campi di detenzione in Europa. Il fallimento dei governi europei e la mancanza di umanità dei nostri politici è stata riconfermata.

L’avventurismo politico della Meloni, pronta a inseguire Vannacci, sullo stesso terreno, ha fatto cilecca. La sospensione di Schengen ha avuto come risposta la remigrazione in Italia di quei migranti che in base all’accordo di Dublino, firmato anche dal governo Renzi, devono essere scrutinati nel Paese di primo ingresso. Che macerie umane! Dove è finita l’Europa umanistica che avevamo pur sognato? Dal vertice di Tampere nel 1992, la politica dell’immigrazione europea non è stata realizzata, l’integrazione di 2 milioni di immigrati l’anno in una comunità di 500 milioni non è stata possibile. Le destre razziste ne hanno tratto beneficio. La falsa sinistra, in cerca di voti, ha inseguito la fermezza basata sull’esclusione. Le nostre società si sono imbarbarite. L’Europa delle patrie benedetta dalla maggioranza Ursula ha perseguito il tradimento dei diritti umani di cui la classe dirigente si riempie la bocca nella retorica liberal, in un nuovo colonialismo contro le cosiddette autocrazie. La politica di integrazione è fallita nelle socialdemocrazie nordiche come nei Paesi della periferia. Il nuovo fascismo sta per andare al potere in Europa. Non vedo un Re in ginocchio, ma politicanti pronti a cercare voti con i loro opportunismi e immoralità.

Intanto l’Europa globalista, liberal e russofoba, prepara leggi anticostituzionali per sanzionare il dissenso e stigmatizzare i cosiddetti filo-putiniani. In Lituania è stato presentato un progetto di legge che richiede fedeltà ai dogmi della Nato per poter servire nella sfera pubblica. Il politologo svizzero J. Baud è stato sanzionato pesantemente dalla Commissione, non da un organo giudiziario. Su input di politici del campo largo Calenda e Picierno, il professor d’Orsi, insieme ad altri tra cui la sottoscritta, ha subito linciaggi pubblici. Ugualmente coloro che ricordano il genocidio palestinese sono perseguiti con sanzioni statunitensi a cui l’Europa si allinea. Il caso di Francesca Albanese è eclatante. L’intellighentia, l’accademia, il giornalismo, restano passivi. L’autocensura tipica degli Stati totalitari si impone.

Le infinite bugie della repubblica

Pino Corrias  11 Agosto 2026

Silvio costruì un’Italia immaginaria, per interesse privato e sciagura pubblica, spostando con la televisione il confine tra fatto e racconto. Giorgia, con social e smartphone, rende portabili le menzogne

Al tempo remoto di Andreotti, il politico mentiva e sperava, protetto dal buio dell’inchiostro, di non essere scoperto.

In quello istantaneo di Giorgia Meloni, la menzogna lampeggia in video, strilla sui social e punta a essere condivisa: “Ceuta è in Europa e la Spagna confina con l’Italia, per questo sospendiamo Schengen”. “A Marcinelle, Landini ha dato le spalle a La Russa e ha offeso la nazione”. “Le accise sui carburanti sono colpa della sinistra”. “Delmastro non ha nulla da nascondere”. “Abbiamo abbassato le tasse”. “Mai così tanti soldi alla Sanità”. “Se i magistrati vincono il Referendum, avremo gli stupratori e i pedofili per strada e tante altre Garlasco”.

La bugia non è più l’incidente della politica. È diventata la sua tecnica. Un materiale da costruzione per l’identità e la vendetta. Silvio Berlusconi l’ha scoperto e usato per primo in forma industriale sia per dire cose pesantissime, “da noi la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”, sia per rendere vera la suprema idiozia di Ruby nipote di Mubarak, giurando “sulla testa dei miei cinque figli”, con la destra bambocciona che applaude in Parlamento.

Per interesse privato e sciagura pubblica, Berlusconi in trent’anni ha costruito un’Italia immaginaria: il Paese del benessere. Dei ristoranti pieni. Della rivoluzione liberale. Delle tasse diminuite. Del milione di posti di lavoro. Dei giudici comunisti che complottano per attribuirgli mafia, tangenti, minorenni.

Con la tv ha spostato il confine tra il fatto e il racconto. Ha imposto la somma centralità del leader, il controllo dell’agenda, il vittimismo giudiziario, la costruzione di una verità emotiva capace sempre di prevalere sulla verifica.

Meloni aggiorna la fabbrica delle menzogne. Con i social e lo smartphone le rende portatili. Il comizio diventa permanente: video, tweet, Instagram. Nessuna domanda. Nessuna replica. Nessun giornalista che interrompa, ma solo i Porro, i Sallusti, i Del Debbio che si bevono tutto. Si sceglie un fatto, si ritaglia la parte utile, lo si incornicia per il proprio pubblico. Ogni sbarco diventa un’invasione. Ogni rissa di strada, un’emergenza. Ogni sentenza sfavorevole, un attacco al governo. Ogni protesta, l’anticamera del terrorismo. Una stella a cinque punte disegnata col pennarello sul muro di una scuola, il ritorno delle Brigate rosse.

Se Donald Trump ordina di spendere il 5 per cento del Pil in armamenti, Giorgia e l’intero governo, allestiscono la bufala dell’aumento dall’1,5 al 2,1 per cento, riclassificando spese ordinarie – come le pensioni del personale militare, la cyber sicurezza, le missioni estere dei carabinieri – con astuta truffa contabile, come se dal nulla fossero comparsi 12 miliardi di euro in carri armati, munizioni e soldati. Non falsificano del tutto i numeri, ma solo quello che i numeri lasciano immaginare.

Stessa dinamica con Ceuta. Gli immigrati invadono, in un giorno solo, le spiagge dell’enclave e le tv del mondo. Meloni ne approfitta per attaccare Sánchez e il suo governo socialista. Lo strillo di copertina dice: “Ecco le porte aperte della sinistra!” La crisi reale diventa immediatamente una nera favola politica. I dati sugli sbarchi nei primi sei mesi del 2026 dicono che ci sono stati 16mila ingressi in Grecia, 15mila in Italia e solo 12mila in Spagna. Ma la matematica non conta e stavolta neanche la geografia, visto che Ceuta è in Africa, non in Europa. La paura funziona meglio. E tutti i particolari che complicano il racconto vengono espulsi dalla scena. È quello che il linguista George Lakoff chiama “frame”. In questo caso la cornice è “invasione” con risonanza così forte che finisce per autoavverarsi: i confini sono violati, l’Europa è assediata, la sinistra è complice. Il verdetto arriva all’istante. Ulteriori spiegazioni sono noiose, ingombranti, ipocrite. Il meccanismo aggiorna quello della propaganda. La ripetizione dell’allarme e della denuncia conferma il messaggio inventato e cancella quello vero.

A Marcinelle tre sindacalisti voltano le spalle al palco dove La Russa, presidente del Senato, sta commemorando la strage di minatori, anno 1956. Parte l’assalto dei comunicati di Fratelli d’Italia contro la Cgil: “Vergogna! Vergogna!”.

La notizia è falsa. I tre sindacalisti che si voltano sono belgi e rivendicano il gesto. La Cgil non c’entra niente. Ma la denuncia è un frame ghiotto. Gli strilli sono un buono pasto per la propaganda. Meloni lo afferra, arrotando il tono e lo sguardo per la grande indignazione: “Voltare le spalle è un gesto grave e vergognoso!”. Nemmeno le immagini che mostrano la falsità dell’accusa servono a cambiare il verdetto: “È inutile che Landini smentisca. Chieda scusa”.

Berlusconi lo aveva capito trent’anni fa: la politica non doveva più rappresentare la realtà, doveva produrla. Meloni governa dentro quella rivoluzione. Ha sostituito il sorriso aziendale con la nazione assediata. Il venditore con la combattente. Il Re Mida che si è fatto da solo, con l’Underdog che da sola cavalca.

Con lei la menzogna non è più una vergogna da nascondere, ma un metodo di governo da esibire. La propaganda non serve più a mostrare ciò che ha fatto. Serve a nascondere ciò che non ha fatto. A ingrandire quello che conviene. A cancellare ciò che disturba. A inventare il nemico necessario. A fabbricare una realtà sufficientemente semplice da stare dentro uno slogan. E sufficientemente falsa perché il potere possa starci comodo. Il danno finale non è che i cittadini credano a una bugia. È peggio. È che smettano di pretendere la verità.

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