COSA SIGNIFIICA DAVVERO “VITTORIA”. LA SCELTA TRA PACE E VIOLENZA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COSA SIGNIFIICA DAVVERO “VITTORIA”. LA SCELTA TRA PACE E VIOLENZA da IL MANIFESTO

Cosa significa davvero «vittoria». La scelta fra pace e violenza

MEDIO ORIENTE. Nonostante le diverse interpretazioni della «vittoria», sembra esserci ampio consenso sul fatto che possa essere ottenuta solo scatenando una forza letale su Gaza. Per una piccola parte della società israeliana vincere vuol dire un completo cambio di paradigma, la creazione di un unico stato democratico per ebrei e palestinesi

Neve Gordon  11/10/2023

In tutta Israele, enormi cartelloni torreggiano sulle superstrade, mentre grandi manifesti sono stati affissi davanti a scuole, supermercati ed edifici governativi. Tutti espongono un nuovo slogan: «Insieme vinceremo». Lo slogan è breve e incisivo (in ebraico è composto da due parole, «beyahad nenatzeach») ed è stato adottato da ampi segmenti della popolazione ebraica. Parte della sua attrattiva è probabilmente dovuta alla sua ambiguità, che consente a ciascuno di interpretare la parola «vittoria» in modo diverso.
Tuttavia, nonostante le diverse interpretazioni della forma che la vittoria dovrebbe assumere, sembra esserci un ampio consenso fra gli israeliani sul fatto che una vittoria di qualsiasi genere possa essere ottenuta solo scatenando una violenza letale su Gaza.

COME SI PUÒ spiegare, altrimenti, che quando i residenti della Striscia in fuga verso sud su una strada identificata come «sicura» da Israele vengono colpiti da un attacco aereo, non una sola voce si levi a criticare l’attacco sui media mainstream? Né si percepisce alcun oltraggio quando le bombe vengono sganciate su uno dei quartieri più affollati del campo profughi di Jabaliya, o quando dei missili colpiscono un convoglio di ambulanze. Per la maggioranza degli israeliani, «vincere» sembra attualmente giustificare quasi ogni violenza.
Come dimostra il mese appena trascorso, la maggioranza degli israeliani non sembra aver avuto alcuna remora per il fatto che i militari abbiano sganciato 30mila tonnellate di esplosivo su Gaza, danneggiando circa il 50% di tutte le unità abitative della Striscia, e rendendone inagibili almeno il 10%. Quasi il 70% dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza sono stati forzatamente cacciati dalle proprie case dalle bombe e i raid.

Metà degli ospedali e il 62% dei centri di prima assistenza sono fuori servizio, e un terzo di tutte le scuole sono state danneggiate, mentre circa il 9% è ora fuori servizio.
Questo, credono molti ebrei israeliani, è parte di ciò che è necessario per «vincere» e, di conseguenza, che i palestinesi debbano patire migliaia di vittime civili, inclusa la morte, sinora, di oltre 4mila0 bambini. Sembrano accettare che «vincere» comporti uccidere in media sei bambini ogni ora dal 7 ottobre, e trasformare Gaza in un «cimitero per bambini», con le parole del segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres.

IL GENERE di bombardamenti indiscriminati che abbiamo visto nell’ultimo mese è indubbiamente parte del tentativo di Israele di esercitare una deterrenza nei confronti di Hamas, così come di Hezbollah. Il messaggio è chiaro: guardate la distruzione a Gaza e state attenti.
Eppure, anche il bombardamento su vasta scala di Gaza necessario a questo tipo di deterrenza non è davvero lo l’obiettivo definitivo. Ciò che «vincere» significa per la maggioranza degli ebrei israeliani è il completo annientamento di Hamas e del Jihad Islami palestinese.

CONSIDERANDO che Hamas è un’ideologia, un movimento sociale e un apparato di governo che include un braccio militare, la vastità e la fattibilità di questo obiettivo non sono chiare, ma senza dubbio comporterà l’uccisione di migliaia di combattenti, compresi i loro leader politici e militari, la demolizione del sistema di tunnel che Hamas ha creato e la distruzione delle armi che il gruppo ha accumulato. E l’uccisione di migliaia di civili, lo spostamento forzato su vasta scala della popolazione e l’ampia distruzione di siti civili vengono considerati «danni collaterali» legittimi.
Ma se la distruzione di Hamas è l’obiettivo, allora «vincere» significa anche un cambio di regime a Gaza, così come la creazione di una nuova realtà sul campo in cui Israele non solo controlla i confini della Striscia di Gaza, ma anche ciò che succede al loro interno.

È soltanto a questo punto, tuttavia, che l’attuale consenso diffuso in Israele sulla necessità di annientare Hamas si frammenta e la «vittoria» viene interpretata diversamente a seconda dei gruppi politici di appartenenza.
Per la destra religiosa, l’odioso massacro di Hamas è considerato un’opportunità per reinsediare i coloni nella Striscia di Gaza.

I BOMBARDAMENTI a tappeto e lo spostamento forzato di un milione di palestinesi rendono possibile il sezionamento della Striscia in parti diverse, e la creazioni di zone senza palestinesi dove i coloni possano impossessarsi della terra e ricostruire gli insediamenti.
Il reinsediamento nella Striscia, tuttavia, è parte di un piano più vasto per «ebraicizzare» l’intera regione – dal fiume al mare. In questo momento – sotto la copertura della violenza di Israele su Gaza – in Cisgiordania i coloni appartenenti a questo gruppo politico stanno espellendo le comunità palestinesi dalle colline a est di Ramallah, dalla Valle del Giordano e dalle colline a sud di Hebron.

«VINCERE» per loro significa portare a termine la Nakba una volta per tutte, rimpiazzando la popolazione indigena con ebrei in tutta terra biblica di Israele.
Per la destra politica israeliana e molti centristi, «vincere» significa trasformare parti del nord di Gaza e un largo perimetro intorno ai confini settentrionali, meridionali e orientali della Striscia in una terra di nessuno. Significa spostare permanentemente la popolazione del nord al sud di Gaza, e dai confini verso l’interno, e confinare i palestinesi in una prigione ancora più piccola di quella nella quale hanno vissuto negli ultimi 16 anni. Questo comporta la creazione di un governo fantoccio responsabile dei compiti dell’amministrazione municipale, non dissimile dall’Autorità palestinese in Cisgiordania, e significa che i soldati israeliani entreranno periodicamente nella Striscia di Gaza per «mietere il prato», in modo analogo a ciò che i militari fanno a Jenin.
I centristi rimanenti e molti liberal israeliani non hanno idea di cosa «vincere» significhi oltre all’esercizio di un’orribile violenza per «distruggere Hamas».

INTRAPPOLATI in un paradigma militarista e ora vendicativo, sembrano pensare che gli israeliani e i palestinesi siano intrappolati in un gioco a somma zero in cui solo l’applicazione della violenza sui palestinesi garantirà in qualche modo che gli ebrei siano al sicuro. Incerti su cosa la vittoria significhi, ma ciononostante desiderosi di questo risultato, anche loro sostengono questa violenza.
Di conseguenza, che la maggioranza degli ebrei israeliani lo ammetta o no, «vincere» implica una spinta eliminazionista su vasta scala, diretta contro il popolo palestinese e non solo Hamas.
Solo un piccolo segmento della popolazione ebraica israeliana rifiuta queste forme di «vittoria» e si appella a un cessate il fuoco immediato.
Per loro, dunque, vincere vuol dire un completo e totale cambio di paradigma, che trasformi Israele in un unico stato democratico fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo dove ebrei e palestinesi possano vivere insieme da uguali.

PER QUESTO GRUPPO, la parola “insieme” nello slogan «insieme vinceremo» non è l’eccezionalismo ebraico che regna in Israele (e da molte altre parti del mondo) ma un’alleanza ebraico-palestinese, qualcosa che oggi appare come un sogno improbabile. Questa visione profetica, tuttavia, è l’unica accezione di vittoria per cui valga la pena combattere. E la nostra unica speranza di un futuro di pace in questa storica terra.

(articolo pubblicato originariamente su Al Jazeera)

Illuminare Gaza, togliere i bavagli

INFORMAZIONE. Il pensiero critico è davvero a rischio, e bavagli o oscuramenti non riguardano solo le zone dei conflitti. Per questo ci sembra giusto ascoltare e condividere l’appello che arriva da Gaza, perché quello che denunciano giornaliste e giornalisti, e non solo loro, ci riguarda tutte e tutti

Giuseppe Giulietti*  11/10/2023

Consentiteci l’accesso a Gaza, fateci raccontare cosa accade, permettete ai giornalisti di raccontare. Ciò non riguarda solo la libertà di una categoria, bensì anche il diritto ad essere informata della comunità internazionale. Quanto si sta consumando in quella terra riguarda il futuro di tutte e di tutti.

Queste le parole chiave di un appello internazionale lanciato da centinaia di giornaliste e giornalisti e dalle più rappresentative associazioni che si occupano di libertà di informazione, e della tutela dei diritti civili e politici: tra queste Articolo 21.

A sottoscriverlo croniste e cronisti di ogni parte del mondo, delle più diverse opinioni politiche e religiose, impressionati da un oscuramento mediatico senza precedenti, che sta circondando il massacro in atto.

La libertà di informazione è uno dei bersagli, dunque, dell’occupazione del territorio di Gaza. Difficile trovare un caso omologo. Persino durante il conflitto del Vietnam non mancarono immagini, racconti degli inviati, cronache, documentazione, confronto tra le varie opinioni. Persino durante i conflitti e le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq o dell’Ucraina da parte della Russia -magari sotto forma di aggregati alle truppe- croniste e cronisti hanno raccontato fatti e misfatti, contribuendo talvolta a svelare bugie e dossier falsificati.

Nel conflitto in atto si è aggiunta una variante inedita: il numero dei giornalisti uccisi, colpiti prima dai terroristi di Hamas e, ora, in modo crescente dai militari israeliani.

Senza soluzione di continuità sono già stati assassinati circa quaranta cronisti, ma i numeri sono in continuo e drammatico aggiornamento. Vittime israeliane e soprattutto palestinesi, che ancora tentano di illuminare il conflitto, e di dare voce alla popolazione e alle vittime innocenti. La scelta di oscurare la striscia di Gaza risponde alla volontà di portare a termine una rappresaglia senza testimoni di imbavagliare stampa e radiotelevisione per imbavagliare la comunità internazionale.

L’appello, firmato ormai da migliaia di giornaliste e giornalisti, va sostenuto e rilanciato, va segnalato alle organizzazioni internazionali e nazionali, va raccontato in ogni sede, consegnato alle mostre rappresentanze diplomatiche perché aprano bocca, portato al Parlamento europeo e alla assemblea dell’Onu, chiedendo a ciascuno di assumersi le sue responsabilità, mettendo fine alla sistematica violazione di qualsiasi trattato e convenzione a partire dal quelli relativi alla libera circolazione delle informazioni e delle opinioni: pure quelle più distanti dalle nostre convinzioni e dalle nostre scelte etiche, civili e politiche. «Illuminare Gaza» dovrebbe essere una richiesta condivisa da giornalisti israeliani e palestinesi, di ogni nazionalità, perché quelle luci dovrebbero aiutarci a capire, a vedere, ad andare oltre la propaganda e alle veline dei regimi.

Vale per la striscia di Gaza, vale per il conflitto tra Russia e Ucraina, vale per ogni guerra in atto. Magari sarebbe il caso di rispettare, anche a casa nostra, anche nei salotti televisivi, chi esprime un pensiero critico, chi non accetta di indossare divise ed elmetti, chi rivendica il diritto di contrastare con durezza il terrorismo, ogni forma di antisemitismo, chi non accetta di sostenere ogni scelta di un governo -quello israeliano- di estrema destra, contestato da tanta parte della popolazione.

Quando si arriva ad insultare, come è accaduto, Francesca Albanese (la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati), persona seria, competente, documentata; oppure si lancia una campagna di insulti contro Papa Francesco perché, invece di benedire le stragi, alza la sua preghiera proprio contro le stragi e il terrore.

Il pensiero critico è davvero a rischio, e bavagli o oscuramenti non riguardano solo le zone dei conflitti. Per questo ci sembra giusto ascoltare e condividere l’appello che arriva da Gaza, perché quello che denunciano giornaliste e giornalisti, e non solo loro, ci riguarda tutte e tutti. Quello che sta accadendo riguarda anche la libertà di informare e il diritto ad essere informati. Mai come in queste ore un pensiero va a julian Assange che rischia l’ergastolo per aver rivelato le bugie e le falsificazioni operate onde favorire le invasioni e le guerre in Afghanistan e in Iraq.

La città di Napoli, grazie alla coraggiosa campagna condotta da FREE Assange di Napoli, gli ha concesso ieri la cittadinanza onoraria, diventando una delle capitali europee di questa grande campagna civile. È un modo per sostenere la libertà di informazione e il pensiero critico. Speriamo che altre grandi città seguano l’esempio, per impedire che “Il sonno della ragione generi altri mostri”.

* coordinatore dei presidi dell’associazione Articolo21.

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