COME FRONTEGGIARE IL LIBERISMO GUERRAFONDIO, PRONO VERSO I RICCHI E AUTORITARIO COI POVERI? da IL MANIFESTO e ANSA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COME FRONTEGGIARE IL LIBERISMO GUERRAFONDIO, PRONO VERSO I RICCHI E AUTORITARIO COI POVERI? da IL MANIFESTO e ANSA


 

Fisco, serve almeno una «rotazione». Per esempio arrestando i capitali

SCENARI. Negli Anni 70 esistevano ben 22 aliquote di prelievo sul reddito, con la più bassa al 10% e la più alta che arrivava al 72%. Oggi sono appena 3 con la più alta crollata al 43%

Emiliano Brancaccio  13/01/2024

Come fronteggiare il ritornante liberismo guerrafondaio, prono verso i ricchi e autoritario coi poveri, che di nuovo dilaga nel mondo e che in Italia è diligentemente rappresentato da Meloni, soci e camerati vari?

Per cominciare, sarebbe utile comprendere che questa ulteriore torsione politica verso destra non è accidentale. Essa trae la sua forza dalle tendenze di fondo del capitalismo contemporaneo, verso una disuguaglianza sempre crescente e una concentrazione del capitale e del potere in sempre meno mani. Queste violente tendenze sono ormai apertamente riconosciute anche da diversi grand commis delle istituzioni, i quali ammettono che per contrastarle servirebbero azioni «di forza» come non se ne vedono da mezzo secolo.

Nel dibattito lanciato dal manifesto sulla necessità che la sinistra non vada al traino della destra e la smetta di giocare sempre e solo di rimessa, è stato ricordato come persino Romano Prodi osi dichiarare che contro una tale onda di iniquità «ora serve non dico la rivoluzione ma qualcosa di radicale». In effetti tra le élites c’è chi si spinge addirittura oltre. In un dibattito con il sottoscritto, l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard ha sostenuto che l’ingiustizia sociale che ci tocca oggi fronteggiare è di tale portata da richiedere una «rivoluzione della politica economica».

Certo, in questo bel paese addormentato la parola «rivoluzione» suscita sempre un certo imbarazzo, comunque venga declinata e persino quando sia evocata da specchiati cardinali dell’establishment.

Ci si potrebbe allora accontentare: se dalle nostre parti l’opposizione non può fare una «rivoluzione», almeno compia una «rotazione» copernicana. Dove per rotazione intendiamo qui una tersa autocritica, verso il liberismo autoritario che pure il centrosinistra ha avallato negli anni passati. Gli esempi, purtroppo, sono numerosi.

Basti notare le regole sul diritto di sciopero o gli indici di tutela del lavoro calcolati dall’Ocse: per un trentennio sono sempre andati nella direzione dell’indebolimento della classe lavoratrice, quasi indipendentemente dal colore dei governi che si avvicendavano. A quando una svolta, ossia una «rotazione» della linea politica?
Oppure si pensi alle privatizzazioni, ancora oggi celebrate da larga parte dell’arco parlamentare. Come riconosciuto anche dalla Corte dei conti, il più delle volte sono state occasioni di guadagno speculativo per azionisti e faccendieri molto più che reali stimoli all’efficienza produttiva. Cosa si attende prima di avviare una «rotazione» rispetto alla consueta politica bipartisan delle svendite di Stato?

Un esempio ulteriore, lampante come pochi, è la politica tributaria. Negli anni Settanta esistevano ben 22 aliquote di prelievo fiscale sul reddito, con la più bassa al 10% e la più alta che arrivava al 72%. Oggi sono appena 3 con la più alta crollata al 43%, senza contare gli speciali favori ai redditi da capitale.

Sappiamo che a questa accanita distruzione del principio costituzionale di progressività delle imposte hanno contribuito anche le forze democratiche. Pure di recente, col sostegno agli ulteriori ritocchi al prelievo sui capitali promosso dal governo Draghi.

Il problema è che la «rotazione» politica verso un ritorno alla progressività fiscale è oggi ostacolata dalla libera circolazione dei capitali a livello internazionale. In sostanza, se oggi alzi le aliquote su profitti e interessi, il capitale si sposta dove il prelievo è più basso o addirittura nullo. Specialmente nei paradisi fiscali, inclusi quelli «di fatto» situati nell’Unione europea.

Per fortuna una soluzione esiste: arrestare le libere scorribande internazionali di capitali, continuamente a caccia di nuove opportunità di elusione del fisco e di sfruttamento del lavoro e della natura. In un altro dibattito con il sottoscritto, fu proprio Prodi ad appoggiare entusiasta questa soluzione. Il presidente Prodi se la sentirebbe oggi di confermare la sua adesione a rinnovate forme di controllo dei capitali? E le forze di opposizione?

Insomma, se la destra ignobilmente cerca un capro espiatorio nell’arresto dei migranti, la sinistra dovrebbe invece arrestare i capitali. Sarebbe non una «rivoluzione» ma di certo una «rotazione» radicale: l’unica svolta realmente in grado di contrastare le inique tendenze di questo tempo durissimo.

Per pagare meno tasse bisogna essere molto ricchi

Le contraddizioni del sistema fiscale italiano in uno studio della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Università di Milano – Bicocca. Il 5% degli italiani più abbienti paga un’aliquota effettiva inferiore al 95% dei contribuenti

 Vincenzo Marsala  12 gennaio 2024

AGI – Le disuguaglianze dei redditi italiani sono cresciute a favore dell’1% più ricco che, in proporzione, paga meno tasse rispetto al restante 99% dei contribuenti. Lo dimostra uno studio congiunto di Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Università di Milano – Bicocca, pubblicato dalla rivista scientifica Journal of the European Economic Association.

Nel suo complesso, il sistema fiscale italiano appare “blandamente progressivo” e, come sottolineano ricercatrici e ricercatori in questo studio, “diventa addirittura regressivo” per il 5% degli italiani più abbienti, che pagano un’aliquota effettiva inferiore al 95% dei contribuenti.

Lo studio ha inoltre confermato che esistono importanti differenze in relazione alla tipologia di reddito prevalente: sono i lavoratori dipendenti a pagare più imposte, seguiti dai lavoratori autonomi, dai pensionati e, infine, da chi percepisce soprattutto rendite finanziarie e locazioni immobiliari.

“Questo lavoro – commenta Demetrio Guzzardi, autore dello studio e ricercatore in Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – combina diverse fonti di dati, quali dichiarazioni dei redditi, indagini campionarie di Istat e Banca d’Italia, stime sulla distribuzione del patrimonio netto, per distribuire a livello individuale l’intero ‘reddito nazionale netto’, corretto per l’evasione fiscale. Così è stato possibile identificare le fasce di reddito che hanno perso di più negli ultimi anni”.

Ricercatrici e ricercatori hanno infatti stimato che dal 2004 al 2015, mentre il reddito nazionale reale si riduceva del 15%, il 50% più povero degli italiani subiva la maggiore perdita con un calo di circa il 30%. All’interno del 50% più povero, a essere più colpiti sono giovani tra i 18 e i 35 anni, che hanno perso circa il 42% del loro reddito. La disuguaglianza di genere risulta significativa per ogni classe di reddito e raggiunge valori estremi nell’1% più ricco della distribuzione, dove le donne guadagnano circa la metà degli uomini.

Il più poveri vivono con meno di 13mila euro all’anno

Lo studio della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dell’Università Bicocca di Milano mostra che il 50% più povero degli italiani maggiorenni detiene meno del 17% del reddito nazionale e vive con meno di 13 mila euro all’anno. Invece, sottolinea Elisa Palagi, autrice dello studio e ricercatrice di Economia alla Scuola Superiore Sant’Anna “l’1% più ricco del Paese detiene circa il 12% del reddito nazionale, cioè una media di 310 mila euro all’anno, ottenuti soprattutto da redditi finanziari, profitti societari e redditi da lavoro autonomo, in gran parte derivante dal ruolo di amministratori societari. Solo una ridottissima parte dei redditi dei più ricchi è ottenuta grazie ai redditi da lavoro dipendente”.

In particolare, i 50 mila italiani che compongono lo 0.1% più ricco del Paese detengono il 4.5% del reddito nazionale con entrate medie superiori al milione di euro annuo, cifra che potrebbe essere raggiunta dal 50% più povero soltanto risparmiando l’intero reddito per 76 anni. Lo studio mette a confronto anche la concentrazione dei redditi dell’Italia a livello internazionale. Paragonando le stime ottenute da ricerche analoghe condotte per Stati Uniti e Francia, lo studio ha riscontrato che l’Italia presenta un livello di concentrazione dei redditi simile a quello della Francia, a loro volta paesi lontani dall’estrema concentrazione osservata negli Stati Uniti.

La quota di reddito delle fasce meno abbienti e in diminuzione

Tuttavia, ciò che – leggendo lo studio – desta preoccupazione è il trend in diminuzione della quota di reddito detenuta dalle fasce di reddito meno abbienti, come sottolineato da Alessandro Santoro, autore dello studio e pro-rettore al Bilancio dell’Università di Milano – Bicocca. “A differenza della situazione in Francia, dove le fasce più deboli hanno visto un modesto aumento della loro quota di reddito – dice Alessandro Santoro – in Italia si osserva l’opposto, con le fasce più povere che diventano sempre più svantaggiate”. Oltre a distribuire l’intero reddito nazionale, lo studio distribuisce a livello individuale anche l’ammontare delle tasse e imposte raccolte dallo Stato (Irpef, Irap, Imu, imposte sugli interessi, dividendi e tutte le transazioni finanziarie, imposte sui consumi, contributi sociali, oltre a ulteriori imposte minori).

“In questo modo – commenta Andrea Roventini, autore dello studio, direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna – abbiamo dimostrato che l’intero sistema fiscale italiano è solo blandamente progressivo per il 95% più basso della distribuzione del reddito, con un’imposizione fiscale che sale dal 40% al 50%. Il sistema diventa addirittura regressivo per il 5% dei contribuenti più ricchi con un’aliquota effettiva che scende fino al 36% per chi guadagna oltre i 500 mila euro annui. Il sistema fiscale è addirittura sempre regressivo se si considera la distribuzione del patrimonio invece che quella del reddito”.

La minore incidenza fiscale per i redditi più elevati è spiegata principalmente da fattori come l’effettiva regressività dell’Iva (che grava meno sui cittadini abbienti che risparmiano di più; dal minor peso dei contributi sociali per i redditi superiori ai 100 mila euro; dalla maggiore rilevanza per i contribuenti più ricchi delle rendite finanziarie e dei redditi da locazioni immobiliari, tassati con un’aliquota del 12% o del 26%.

In conclusione, lo studio ha messo in luce “la necessità di avviare una profonda e seria discussione sullo stato attuale del sistema fiscale italiano. L’evidenza di una regressività che favorisce solo le fasce di reddito più elevate – secondo autrici e autori dello studio – sottolinea l’urgenza di riforme mirate che non penalizzino i redditi più bassi, ma mirino a correggere gli squilibri presenti riducendo le disuguaglianze e promuovendo una distribuzione del carico fiscale in modo proporzionato. L’avvio di questo dibattito – concludono – rappresenta un passo cruciale verso un sistema fiscale italiano più giusto e inclusivo, capace di sostenere una crescita economica sostenibile e di garantire benefici tangibili per l’intera società”.

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