CAUSE ED EFFETTI ESISTONO IN NATURA COME IN GUERRA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CAUSE ED EFFETTI ESISTONO IN NATURA COME IN GUERRA da IL FATTO

Cause ed effetti esistono in natura come in guerra

 EUGENIO MAZZARELLA*  27 OTTOBRE 2023

Ex nihilo nihil fit, “nulla viene dal nulla”. È Lucrezio, nel De rerum naturaNatura non facit saltus, “la natura non fa salti”, procede per gradi. È formula scolastica, ripresa da Linneo e Leibniz. Nella natura le cose vanno così, e questo è il principio che serve a capirne i fenomeni. Checché ne pensi l’ambasciatore israeliano all’Onu, Gilad Erdan, lo stesso principio governa gli eventi storici, se li si vuole capire, comprendere, indirizzare diversamente, metterli su un altro percorso, sottrarli all’ineluttabile, evitare gli errori fatti.

Biden, che invita Israele a non commettere gli stessi errori fatti dagli Usa dopo le Torri gemelle, fortunatamente sul punto sembra più informato dell’ambasciatore di Israele. Non credo che un diplomatico possa permettersi la rabbia. Ecco perché penso che all’ambasciatore israeliano all’Onu – e al suo ministro degli Esteri, che ha rifiutato di incontrare Guterres – sia venuta meno la logica elementare delle cose, nell’attaccare in modo così virulento il Segretario generale dell’Onu, accusandolo di giustificare l’attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre.

Guterres ha detto due verità. La prima, ribadita due volte nel suo discorso, che il terrorismo di Hamas è inescusabile e indifendibile. La seconda, con le sue parole, che “è anche importante riconoscere che gli attacchi di Hamas contro Israele non nascono dal nulla, considerando che i palestinesi sono sottoposti a 56 anni di occupazione soffocante. I palestinesi hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti, tormentata dalla violenza, la loro economia soffocata, la loro gente sfollata e le loro case demolite; le loro speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite”. Cinquantasei anni di occupazione militare della Striscia di Gaza, aggiungiamo noi, solo fittiziamente sotto controllo palestinese, o meglio controllata, fatta controllare da Hamas dalla politica di Netanyahu per indebolire l’Autorità palestinese di Abu Mazen e allontanare sine die la prospettiva già malcerta di uno Stato palestinese, sono stati il brodo di cultura di risentimento, frustrazione, rabbia che hanno costruito le fortune di Hamas nei territori palestinesi e l’esito terroristico della sua azione politico-militare. È un’evidenza sottolineata anche da autorevoli osservatori israeliani. Questo ha detto Guterres, ribadendo anche in replica alle accuse di Erdogan la sua condanna di Hamas.

Che il governo di Netanyahu non voglia vederla questa realtà è del tutto in linea con la politica che ha seguito per più di un decennio. Guterres ha detto due verità, le responsabilità ingiustificabili dell’attacco terroristico di Hamas e l’oppressione pluridecennale del popolo palestinese. Queste due verità non si elidono a vicenda, ma sì sommano. E bisogna ragionare a partire da questa somma. È l’unico modo per portare a zero i torti reciproci delle due parti e di garantire loro una possibilità di convivenza e di pace. Ogni altro punto di vista è oltranzismo nazionalistico di parte e porterà alla rovina la regione, costringendoci a sperare o a fingere di credere che la rovina si fermerà li.

Israele non può chiedere al Segretario generale dell’Onu, motivata da esigenze di sicurezza frustrate dal fallimento della sua intelligence e da una scelta strategica di non concedere nulla a una statualità palestinese decente, una franchigia dal diritto umanitario, mettendo per altro i suoi alleati di fronte alla scelta del diavolo con noi o contro di noi, e peggio con noi contro i palestinesi. Il vero salto che si può fare nella storia, e in politica, non è quello logico di eventi senza cause prossime e remote, dove il solo accennarle è “giustificare”. Questa è propaganda, e mettere avanti le proprie ragioni come fossero tutte e solo le ragioni in campo. Il vero salto che si può fare nella storia, soprattutto quando va a rovescio dell’umanità, è quello di una volontà politica che vada da un’altra parte di come sono andate, e cambi una realtà in terra di Palestina inaccettabile per tutti. Una realtà dove tra terrorismo e coventrizzazione di Gaza (il raderla al suolo, come fece la Luftwaffe a Coventry e poi replicarono gli alleati sulle città tedesche) rischiano di avere ragione solo i morti innocenti dell’una e dell’altra parte.

*Ordinario di Teoretica all’Università degli Studi di Napoli Federico II, è filosofo, politico (del Pd) e poeta

Non tutti i palestinesi stanno con Hamas: è un errore logico

 

 VERONICA GENTILI  27 OTTOBRE 2023

C’è una tentazione alla quale bisogna resistere se si vuole evitare che l’ennesimo conflitto israelo-palestinese, che attualmente vede il suo centro nel massiccio attacco d’Israele alla Striscia di Gaza in risposta al massacro terroristico del 7 ottobre, degeneri inarrestabilmente: la tentazione della sineddoche. La sineddoche è quella figura retorica nota per l’utilizzo di un termine che descrive la parte per indicare il tutto: le vele per le barche, per capirci. Ecco, uno degli errori ricorrenti e al contempo più grossolani che si possono compiere nel tentativo di leggere questo drammatico conflitto tra popoli è appiattirsi sulla sineddoche “Hamas per palestinesi”, come se l’azione, il pensiero e gli obiettivi di un gruppo paramilitare equivalessero ai principi e ai desideri di un intero popolo. Assimilare i palestinesi a una frangia radicale, una sorta di bad company di tutta la rabbia, il livore, il desiderio di vendetta accumulati in decenni di guerra più o meno rumorosa, non sarebbe solo profondamente sbagliato, ma anche del tutto controproducente in termini pratici.

Se c’è una strada da imboccare è proprio quella di distinguere tra Hamas e il popolo palestinese, lavorando sulle differenze e non appiattendo tutto su un presunto radicalismo inapprocciabile che liquida come inutile ogni tentativo di ragionamento e mediazione. Tra l’altro il più grande favore che si possa fare a Hamas è proprio quello della sineddoche, rendendo addirittura inutile il passaggio di un nuovo voto (dopo quello del 2006 favorevole ad Hamas) in cui siano i cittadini palestinesi a pronunciarsi. Un’ulteriore pericolosa sineddoche da evitare è “Netanyahu per gli israeliani”, dando per scontato che tutti gli abitanti dello Stato ebraico condividano le politiche portate avanti dall’attuale premier negli ultimi 14 anni. Rimanendo in ambito di figure retoriche, infatti, stando a manifestazioni di protesta (per 40 settimane), media e sondaggi israeliani, sono molti i cittadini che non hanno apprezzato l’ossimoro politico in cui si è esercitato il capo del governo più di destra della storia del Paese: tentare di pacificare i rapporti tra Israele e Medio Oriente attraverso gli accordi di Abramo e nel frattempo dare il benestare a una massiccia proliferazione di insediamenti coloniali nei territori assegnati alla Palestina. Che le due strade procedessero in direzioni opposte sarebbe stato piuttosto palese a chiunque avesse voluto soffermarsi un attimo su un conflitto territoriale per la maggior parte del tempo ignorato da chi non ne è coinvolto in prima persona, ma “Bibi” (altro ossimoro: la dolcezza del soprannome per un uomo della pasta di Netanyahu sembra un affronto alla logica) ha deliberatamente ignorato la questione e si è mostrato colto di sorpresa dal fatto che, tra i vicoli di Gaza, un’organizzazione fondamentalista che nutre un’avversione totale per Israele stesse raccogliendo il rancore generato da una simile contraddizione.

L’incremento di insediamenti abusivi che intaccano con la loro esistenza l’unico barlume di compromesso partorito in questi anni di calvario, la formula “due popoli due Stati”, ha regalato a Hamas nuova linfa, ottenendo il risultato contrario a quello che Netanyahu sostiene di essersi prefisso: la sua eliminazione. Il senso di onnipotenza con cui il premier ha creduto di poter reinterpretare a sua discrezione la formula sancita a Oslo da Rabin e Arafat nel provocatorio “due popoli, uno Stato e tre quarti a noi e il quarto che avanza a voi” ha portato a questa ennesima esplosione di violenza. Oggi addurre ragioni di odio esistenziale contro il popolo ebraico per spiegare quanto sta accadendo, senza citare le scelte sciagurate del governo israeliano degli ultimi anni, è il modo migliore per continuare in una sineddoche: una parte (la meno attuale) per il tutto.

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