BAGNO DI REALTÀ: ADESSO LE PENNE ARMATE SONO “PUTINIANE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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BAGNO DI REALTÀ: ADESSO LE PENNE ARMATE SONO “PUTINIANE” da IL FATTO

Armi, sanzioni e negoziati: adesso le penne armate sono “putiniane”

BAGNO DI REALTÀ – I giornali propongono tesi che mesi fa definivano “filorusse”: combattere a oltranza è deleterio, serve mediare

 LORENZO GIARELLI  20 AGOSTO 2023

Adesso trattare si può, anzi: si deve, al costo di concedere qualcosa alla Russia. Adesso forse ci si accorge che non valeva la pena confidare nell’all in della controffensiva ucraina, sperando di ricacciare indietro l’esercito di Mosca. Adesso si fa largo il dubbio che, stando così le cose, la guerra in Ucraina potrebbe andare avanti per anni, con tutto ciò di disastroso che ne consegue. Dopo 18 mesi di conflitto, posizioni che a lungo sono apparse eretiche – al punto di costare fior di liste di proscrizione – diventano ragionevoli anche secondo i quotidiani e gli opinionisti da sempre grandi sostenitori dell’invio di armi a oltranza a Kiev (fino alla “cancellazione” di Putin) e della vittoria sul campo.

Alla base della presa di coscienza collettiva c’è la delusione per l’avanzata ucraina, su cui in molti riponevano speranze esagerate.

Il Giornale, per esempio. È la vigilia della controffensiva quando il quotidiano diretto da Augusto Minzolini assicura: “Un cessate il fuoco adesso servirebbe solo allo zar”. In che senso? “Putin all’angolo, esercito in difficoltà e Occidente unito”. Quindi bisogna attaccare Mosca, altro che mediare. Strano, perché oggi Minzolini dà lezioni di geopolitica suggerendo “un bagno di realismo”, ovvero “un compromesso di buon senso” che preveda “la cessione di alcuni territori a Mosca” in cambio dell’ingresso di Kiev nella Nato. Ancora troppo ottimistico, forse, ma il Giornale fa capire che Zelensky deve iniziare a scendere con le pretese: “I segnali dell’Occidente (respinti al mittente) per una via d’uscita”. Secondo il Giornale, ci sono “segnali di stanchezza” nell’opinione pubblica” di cui “la politica deve tenere conto”.

Non è da meno La Stampa, che concede sempre più spazio a commenti che qualche mese fa sarebbero valsi la corona da filorusso. La cronaca della controffensiva è riassunta sotto le scritte “Pantano ucraino” e “Offensiva fallita”, mentre sulla scarsa efficacia delle sanzioni viene riproposto un articolo del Wall Street Journal dal titolo eloquente: “Le sanzioni non piegano la Russia, l’Occidente perde un’altra battaglia”.

Insomma Domenico Quirico, che da sempre sulla Stampa ha posizioni critiche sulla gestione del conflitto, non è più in beata solitudine. E infatti il quotidiano profetizza che “uno stallo militare a fine anno” è “realistico” e a quel punto per Kiev “si imporrà una pausa di riflessione”, ovvero almeno “un armistizio”.

Su Repubblica ecco invece Gianluca Di Feo ammettere che “il prolungamento del conflitto per un altro anno o più rischia di vedere la superiorità delle risorse russe pesare più del sostegno occidentale”. La cosa colpisce, visto il coro, cui Repubblica aveva contribuito, sull’evanescenza dell’esercito russo. Già un anno fa, nei giorni di alcuni successi ucraini, i giornali davano Mosca per spacciata. Il Corriere: “Russi in fuga”. Repubblica: “Disfatta russa”, “Kiev ha ripreso la porta del Donbass”. Stampa: “Kiev avanza, i russi fuggono”, “Ora Zelensky sogna la vittoria”. Giornale: “Riconquista ucraina, russi in ritirata”, “Disfatta russa”. Ancora su Repubblica, ecco ora un intervento di Andriy Yermak, consigliere di Zelensky. Per ovvi motivi non cede granché sui paletti negoziali, ma Rep titola con un’enunciazione pacifista: “A Kiev sappiamo che serve trattare”, accompagnando il testo con un commento che elogia “i passi avanti verso la soluzione negoziale”.

Impossibile non menzionare il Corriere, su cui spicca l’intervento di Dacia Maraini sui “tormenti di chi vuole la pace”, che si conclude col ricordo della proposta di Alberto Moravia di “considerare la guerra un tabù per la società, al pari dell’incesto”. E Libero, che con Alessandro Sallusti è stato tra i “falchi” atlantisti (memorabile la prima pagina “Ci armiamo. Era ora”) e oggi sentenzia: “È il momento più nero per l’Ucraina. La controffensiva arranca, i russi sparano missili, Zelensky alle prese con corrotti e stupratori”. Da notare però l’insolito silenzio editoriale di Sallusti sull’argomento, che fa il paio con quello di alcune note firme che negli ultimi giorni si sono occupati di tutt’altro su social e giornali (Gianni Riotta, Enrico Mentana e Federico Rampini, per citarne tre). Si attendono novità.

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