ASSALTO ALL’AFRICA: “CACCIA GROSSA AI CREDITI CLIMATICI” da pungolo rosso
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ASSALTO ALL’AFRICA: “CACCIA GROSSA AI CREDITI CLIMATICI” da pungolo rosso

Assalto all’Africa: caccia grossa ai “crediti climatici”, cioè alle terre e alle foreste africane.

Riprendiamo dal sito di Combat-Coc questo articolo di Giulia Luzzi nel quale si mette in luce un aspetto di solito molto nascosto del nuovo assalto all’Africa da parte delle multinazionali, delle mega-banche e delle grandi potenze capitalistiche, quelle occidentali, benché declinanti, in testa : il mercato dei cosiddetti crediti climatici che si possono comprare mettendo in campo progetti di “salvaguardia ambientale” che permettono ai suddetti benefattori di mettere le mani sulle terre e sull’immensa foresta pluviale dell’Africa per i prossimi decenni, attraverso “progetti” mirati assai più al controllo, all’appropriazione e allo sfruttamento delle risorse naturali in questione che alla loro effettiva salvaguardia. Del resto questo nuovo mercato è più che mai una giungla, privo di regole quali che siano, nel quale multinazionali, banche e grandi potenze – grazie anche al servilismo di alcuni governi africani – possono fare tutto quello che vogliono. Possono, tra l’altro, cacciare dalle terre blindate per i loro “progetti verdi”, e dalle aree limitrofe, le popolazioni indigene e le comunità forestali tradizionali che da generazioni le abitano, bollandole addirittura come una minaccia per la biodiversità e le foreste a causa di pratiche culturali o di sussistenza che prevedono l’accesso alle
risorse forestali.
 (Red.)

Assalto all’Africa: caccia grossa ai “crediti climatici” – Giulia Luzzi  09/09/2023

Sono molte le sfaccettature della “corsa all’Africa”, ultimo continente che, con il suo ancora basso livello medio di sviluppo capitalistico offre possibilità di espansione accelerata al Capitale globale.

Qui le potenze si disputano preziose materie prime, risorse naturali, terre da coltivare. Qui i loro capitali, alla ricerca del massimo profitto, sgomitano per accaparrarsi investimenti lucrosi approfittando del forte fabbisogno di infrastrutture e di impianti di produzione manifatturiera, come pure della fame di milioni di uomini disposti a vendere a basso costo la propria forza lavoro, se non vogliono rischiare la vita nelle rotte desertiche e marine alla ricerca di fortuna in Europa, Medio Oriente, o nella lontana America. Dove poi, se e quando riescono a giungere, sottoposti a ricatti di ogni genere, sono egualmente costretti ad accettare miserevoli condizioni di vita e di lavoro …

Qui i grandi gruppi internazionali trovano persino la possibilità di sfruttare il cambiamento climatico – con un surriscaldamento potenziato rispetto ad altre aree del globo, siccità, carestie, migrazioni, e conflitti sociali e politici che anche da questo derivano. 

Esiste, o meglio è stato creato un nuovo mercato, quello della transizione verde, della lotta alle emissioni di CO2. E in questo mercato c’è chi offre capitali in cambio di crediti ecologici, crediti CO2, per avere mano libera nel continuare a produrre CO2… 

Da dove viene la possibilità di offrire questo credito ecologico? Proprio dalla arretratezza capitalistica del continente africano. L’arretratezza come opportunità!

Da un rapporto congiunto ONU-Unione Africana, risulta che ​l’Africa è responsabile solo di una piccola frazione delle emissioni globali di gas serra, ma sta soffrendo in modo sproporzionato per il cambiamento climatico.i 

Nel 2021, ogni africano ha prodotto in media una quantità di CO2 inferiore a 1/4 della media globale pro-capite. In teoria i 3/4 di inquinamento “mancato” possono essere comprati dai capitali internazionali per “compensare” l’inquinamento da essi provocato.ii

La stessa logica per cui con le sanatorie, pagando denaro, viene riconosciuto il risanamento di abusi edilizi, etc. Ma l’abuso rimane, e così pure la quantità di CO2 prodotta.

Nel 1991-2022, il tasso medio di riscaldamento in Africa è stato di 0,3 gradi Celsius per decennio, rispetto agli 0,2 gradi a livello globale. L’anno scorso l’Africa è stata colpita da 80 eventi climatici e meteorologici estremi. Il riscaldamento è stato più rapido nel Nord Africa, che dall’anno scorso ha subito molteplici ondate di calore, che hanno contribuito a una riduzione della produzione cerealicola del 10% rispetto alla media quinquennale precedente.

Nel complesso la produttività agricola dell’Africa è diminuita del 34% rispetto al 1961. Il che farà aumentare drasticamente il fabbisogno di importazioni, e quindi il debito estero di diversi paesi africani.

I disastri dello scorso anno (come la peggiore siccità del Corno d’Africa degli ultimi 40 anni e gli incendi in Algeria) hanno causato 5.000 morti e oltre 8,5 miliardi di dollari di danni economici, cifre probabilmente molto inferiori ai dati reali.

La Banca africana di sviluppo (AfDB) stima che i costi delle perdite e dei danni dovuti al cambiamento climatico in Africa siano tra 289,2 e 440,5 miliardi di dollari; inoltre, un aumento di 1°C della temperatura significherebbe una maggiore probabilità di conflitto di circa l’11%.

Dunque, verificata l’opportunità di mercato, nel vertice COP27 [la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici] dello scorso anno in Egitto è stata lanciata ACMI, la Africa Carbon Markets Initiative, l’Iniziativa per i mercati CO2 dell’Africa, a cui hanno aderito diversi paesi tra cui Kenya, Malawi, Gabon, Nigeria e Togo. L’obiettivo posto da COP27 è di portare il numero di crediti di carbonio generati nel continente a circa 300 milioni entro il 2030 e a 1,5 miliardi all’anno entro il 2050. E questo, secondo l’ACMI, potrebbe sbloccare 6 miliardi di dollari di entrate entro il 2030 e 120 miliardi di dollari entro il 2050.

Uno dei progetti più importanti è il Luangwa Community Forest Project (LCFP) in Zambia. I suoi crediti sono acquistati dal gruppo italiano del petrolio e del gas Eni per contribuire a compensare le sue emissioni.

Molti gruppi ambientalisti, come Greenpeace, criticano l’utilizzo dei crediti di carbonio per raggiungere gli obiettivi climatici, definendoli una foglia di fico per nascondere la mancanza di una vera riduzione delle emissioni.

Nella sua forma più semplice, lo scambio debito-natura avviene con i titoli di Stato o i prestiti di un Paese che vengono acquistati da una banca o da un investitore specializzato e sostituiti con altri più a buon mercato, di solito con l’aiuto di una “garanzia di credito” della banca multilaterale di sviluppo.

I compratori non mancano 

In occasione del primo vertice africano sul clima in Kenya, che si propone di incentivare la produzione di crediti di carbonio in Africa di 19 volte entro il 2030, gli Emirati Arabi Uniti si sono impegnati ad acquistare 450 milioni di dollari di crediti di carbonio. La società emiratina Blue Carbon sta discutendo con Liberia e Tanzania per creare un sistema di scambio di crediti di carbonio; Climate Asset Management – joint venture tra HSBC Asset Management e Pollination, (finanziaria specializzata in investimenti e consulenza sui cambiamenti climatici) – ha annunciato un investimento di 200 milioni di dollari in progetti che produrranno crediti ACMI; e il trader energetico globale Vitol (VITOLV.UL, olandese) ha annunciato un investimento di 20 milioni di dollari in energie rinnovabili, sistemi di cottura puliti e conservazione delle foreste in Congo.

Anche banche e governi comprano azioni CO2

La Gran Bretagna dà il sostegno a progetti per un valore di 62 milioni di dollari. La Germania ha annunciato uno scambio di debiti con il Kenya per 60 milioni di euro …

Questa logica perversa del Capitale è stata fatta propria da decine di capi di stato africani, a partire da quello kenyota, Ruto, che ospita il vertice sul clima: “Dobbiamo vedere nella crescita sostenibile non solo un imperativo climatico, ma anche una fonte di opportunità economiche multimiliardarie che l’Africa e il mondo sono pronti a capitalizzare”.

Molti paesi africani, quelli ricchi di foreste in particolare, stanno già raccogliendo fondi con la vendita volontaria di crediti di carbonio; prevedono di aumentare le vendite nei prossimi anni, in quanto le aziende con obiettivi di zero netto li acquisteranno per compensare le loro emissioni altrove.

Le cosiddette Banche Multilaterali di Sviluppo, come la Banca Mondiale, la Banca Europea per gli Investimenti e la Banca Africana di Sviluppo, stanno investendo sempre più denaro nelle energie rinnovabili e in altri progetti di finanza “sostenibile” in Africa.

Secondo le stime della Climate Policy Initiative, l’Africa avrebbe bisogno di 277 miliardi di dollari all’anno per raggiungere gli obiettivi climatici del 2030, mentre i flussi annuali di finanziamento per il clima sono solo circa 1/9 di questo “fabbisogno”, ammontando a 30 miliardi di dollari.

Facile immaginare il livello di profitti garantiti a banche e finanza da questi investimenti… con la foglia di fico della sostenibilità ambientale!

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