ALLE RADICI DELLA RABBIA DI UN MONDO DIVISO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ALLE RADICI DELLA RABBIA DI UN MONDO DIVISO da IL MANIFESTO

Alle radici della rabbia di un mondo diviso

LE PIAZZE. La digitalizzazione e l’ingegneria genetica come risposta definitiva all’impatto della crisi climatica sull’agricoltura, oggi mostrano il loro limite assoluto

Fabrizio Garbarino01/02/2024

Quello che colpisce partecipando a una qualsiasi delle tante manifestazioni degli agricoltori di questi giorni non è la dimensione dei trattori – tutti molto grandi e quasi di una sola marca – ma l’assenza di qualunque bandiera delle tre organizzazioni professionali agricole cosiddette «maggiormente rappresentative», Coldiretti, Confagricoltura e Cia. La rinuncia del mondo agricolo alla delega è il primo segnale visibile del malessere che si è andato accumulando nel corso degli anni e che di tanto in tanto esplode.

In realtà in Italia non c’è un solo mondo agricolo, ci sono molti mondi che convivono e che non hanno gli stessi interessi. Non sarebbe possibile questa comunanza tra chi riceve meno di tremila euro l’anno di supporto dall’Unione europea e chi ne riceve 500mila. Nessuna convergenza di interessi è possibile tra chi da anni ha scelto l’agricoltura biologica e si impegna per la transizione agroecologica della propria azienda e chi, al contrario, vuole continuare in eterno a seminare mais su mais, accatastare migliaia di animali in stalle o continuare a usare la chimica senza limiti. Il malessere ha origini lontane e profonde.

Le politiche neoliberiste, la deregolamentazione del mercato interno, la spinta verso l’internazionalizzazione dei mercati agricoli con l’illusione che il mercato globale sarebbe continuato a crescere in eterno, la digitalizzazione e l’ingegneria genetica come risposta definitiva all’impatto della crisi climatica sull’agricoltura, oggi mostrano il loro limite assoluto. Non hanno fatto aumentare il reddito degli agricoltori, al contrario rendono il futuro molto incerto. Le grandi organizzazioni agricole “maggioritarie” con la loro rappresentanza europea hanno condizionato profondamente la riforma delle politiche agricole comunitarie nel senso che oggi viene contestato.

Queste organizzazione insieme agli stati membri che le sostengono e hanno con loro un dialogo esclusivo sono responsabili della assoluta fragilità dell’agricoltura industriale, con aziende sempre più grandi che ormai dipendono totalmente dal denaro pubblico. Se si accetta che il prezzo del grano della Puglia debba discendere dalle quotazione dei futures negoziati alla borsa Nyse-Euronext di Parigi, non può sorprendere se questo prezzo arrivi a dimezzarsi di colpo da un raccolto all’altro. Per garantire un compenso degno al nostro lavoro e a quello dei braccianti occorre rompere l’enorme potere di mercato che hanno industrie produttrici di mezzi tecnici, industrie agroalimentari e la grande distribuzione.

Il governo spagnolo ci ha provato con una legge e i risultati sono al momento incoraggianti. Che fare, allora? Da subito vanno fermati i negoziati per gli accordi di liberalizzazioni dei mercati, vanno modificati i criteri di distribuzione dei fondi europei privilegiando il lavoro e non gli ettari, va imposta una modifica ai contratti di borsa sui futures che sono completamente sganciati dai beni agricoli reali ma che con la speculazione ne condizionano il prezzo.

Sono necessarie misure specifiche per le aziende di piccola e media dimensione – che tra l’altro sono quelle che hanno meglio resistito ai colpi imprevisti come il Covid – per sostenerle nella transizione ecologica. Chi produce il cibo non ha gli stessi problemi di chi lo fabbrica. Non servono solo risorse finanziarie ma anche una fiscalità specifica, una burocrazia alleggerita sia dal lato delle misure sanitarie aziendali che da quello delle procedure amministrative (allevare 100 capre non è come allevare 600 vacche da latte). Abbiamo bisogno di una difesa giuridica delle attività che fanno vivere il sistema sementiero contadino e di una revisione dei contratti di vendita dei prodotti agricoli che consenta di rafforzare le capacità di negoziato con gli acquirenti. Infine è tempo di democratizzare la rappresentanza.

Coldiretti, Confagricoltura e Cia grazie al fatto che accentrano le complesse pratiche agricole tengono in ostaggio le aziende e pretendono di rappresentarle. Le manifestazioni di questi giorni dimostrano che non è più così, se mai lo è stato. Ora si deve passare ad un sistema di elezione che faccia sentire la responsabilità del mandato e che incarni le differenti istanze agricole. È la prima condizione, indispensabile per cominciare a cambiare davvero.

*Allevatore e contadino cooperativo dell’Associazione rurale italiana, La via campesina

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