ADDESTRAMENTO SUGLI F 16: MELONI VUOLE AGGIRARE LE CAMERE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ADDESTRAMENTO SUGLI F 16: MELONI VUOLE AGGIRARE LE CAMERE da IL FATTO

Piloti ucraini addestrati sugli F-16. Meloni vuole aggirare le Camere

BOMBE E GEOPOLITICA – La promessa a Zelensky. La formazione sui caccia inserita nel “pacchetto missioni” per blindarla Malumori di FI e Lega

VALERIA PACELLI E GIACOMO SALVINI   23 MAGGIO 2023

Sulla scelta di aprire all’addestramento degli ucraini per i caccia F-16 Giorgia Meloni potrebbe decidere di non confrontarsi con il Parlamento. Tanto più che già si sta pensando a dove mandare i militari. Due le possibili sedi dell’Aeronautica militare: quella di Galatina (Lecce) o quella di Decimomannu (Cagliari). Qui potrebbe avvenire una prima fase dell’addestramento, che potrà poi proseguire in quei Paesi dotati dei caccia che invece l’Italia non ha. Su come portare avanti questo progetto stanno ragionando sia al ministero della Difesa sia a Palazzo Chigi, anche se l’iniziativa della premier ha già creato uno scontro all’interno della maggioranza. Scontro che è di metodo e di merito. Nel merito Lega e Forza Italia hanno molti dubbi sulla scelta di diversi Paesi europei, tra cui Belgio, Paesi Bassi e Danimarca, di mandare i jet che potrebbero provocare “un’escalation”. Per quel che riguarda il metodo, agli alleati non è piaciuta la frase di Meloni al G7 di Hiroshima in cui dava quasi per già presa la decisione di addestrare i piloti ucraini. “E chi lo ha deciso?” si chiedono in maggioranza anche in vista del vertice Nato di Vilnius dell’11 e 12 luglio.

Lega e Forza Italia dietro le quinte chiedono anche che ci sia un coinvolgimento del Parlamento. Ma è improbabile che questo avvenga. L’addestramento dei piloti ucraini da parte dell’Aeronautica italiana non è considerato dal governo un tema specifico su cui votare, come è avvenuto per le risoluzioni che hanno autorizzato l’invio di armi a Kiev. L’addestramento sarà inserito nel pacchetto sulle missioni internazionali che il governo finanzia ogni anno. Potrebbe far parte della missione “Eumam” (European Union Military Assistance Mission), istituita dal Consiglio dell’Ue il 17 ottobre con l’obiettivo di formare l’esercito ucraino. Per questa missione l’Italia ha messo a disposizione 80 unità per una spesa di 10 milioni nel 2023, si legge nella relazione alle Camere.

La missione “Eumam” però è solo una parte della deliberazione sulle diverse missioni internazionali che è appena arrivata in Parlamento. Una volta finito il ciclo di audizioni, le Camere voteranno. Ma il pacchetto sarà unico, prendere o lasciare per tutte le missioni internazionali finanziate dall’Italia. Il governo non considera necessario un voto specifico sull’addestramento ai piloti ucraini per i caccia a Kiev, dicono due esponenti dell’esecutivo. In sostanza, è il ragionamento, visto che già oggi l’esercito italiano addestra militari ucraini a usare armi di vario tipo (tra cui il sistema anti-aereo Samp/T ma anche i velivoli Mig), non si vede perché non debba farlo anche per gli F-16.

Ma da chi verranno accolti i militari ucraini? Secondo quanto risulta al Fatto, sono due le basi dell’Aeronautica sulle quali si sta riflettendo: una è la scuola di volo che ha sede a Galatina (Lecce). Qui da anni vengono addestrati militari di varie nazioni, come ad esempio è successo – per citarne uno – con la Forza aerea polacca. Altra sede è quella di Decimomannu, in provincia di Cagliari. Qui a maggio scorso è stato presentato il nuovo campus dell’International Flight Training School, la scuola nata dalla collaborazione strategica tra l’Aeronautica Militare e Leonardo proprio con l’obiettivo di creare un centro avanzato di addestramento al volo per i piloti delle aeronautiche di tutto il mondo. Già da luglio 2022 il campus ha ospitato oltre ad allievi italiani anche Paesi stranieri come Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria e Canada. Ora potrebbero dunque arrivare gli ucraini. Il piano sul quale si sta ragionando potrebbe essere dunque di concentrare la parte teorica in Italia e in questo caso non sarebbe complicato portare dei simulatori nelle basi. A questa fase poi ne seguirà una seconda, più pratica, e che potrebbe avvenire nelle basi Nato dei Paesi dotati degli F-16.

Siamo alle battute iniziali, i programmi sono solo nei ragionamenti che si stanno facendo alla Difesa e a Chigi. Vedremo cosa si deciderà, ma nella maggioranza già c’è chi non vuole stare ai margini di queste scelte.

LEGGI – Sabaudia, soldati ucraini a scuola per sparare missili franco-italiani

Francesco Pallante: “Le parole belligeranti di Meloni e Mattarella estranee alla Carta”

PROFESSORE ORDINARIO A TORINO – Il costituzionalista: “L’intento di questi discorsi è disinnescare l’iniziativa diplomatica del Vaticano. Invece chi ha a cuore l’Ucraina dovrebbe operare perché un accordo di pace, o anche solo di tregua, sia raggiunto il prima possibile”

 SILVIA TRUZZI   23 MAGGIO 2023

In un articolo apparso sul sito Volere la luna il professor Francesco Pallante, ordinario di Diritto costituzionale a Torino, ha ricordato le parole pronunciate in Assemblea costituente da Ugo Damiani: “La guerra, questa follia, questo crimine che sempre ha perseguitato nei secoli l’umanità noi vogliamo eliminarla per sempre, e quindi rinunziamo a questi mezzi di conquista, perché riconosciamo che tutti i contrasti, che qualsiasi contrasto, per quanto grave, per quanto aspro, può sempre essere risolto col ragionamento Noi rinunziamo alla guerra; non vogliamo più sentirne parlare. Vogliamo lavorare pacificamente; non vogliamo più la violenza. E quest’odio alla violenza, questo odio alla guerra sarà appunto l’orientamento nuovo del popolo”.

Professore, queste parole, accostate a quelle della premier Giorgia Meloni (“Scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina”), e a quelle del presidente Mattarella (“La pace deve ripristinare la giustizia e il diritto internazionale. Non deve essere una resa”), che effetto le fanno?

Un effetto straniante. In sintesi, il discorso di entrambi è stato: dal momento che la nostra libertà è anch’essa minacciata dal nemico, continueremo ad armare l’Ucraina senza limiti di tempo, rifiutando qualsiasi mediazione possa concedere alcunché alla Russia. Dunque, avanti tutta con la guerra: si spiega così il riferimento della premier alla vittoria dell’Ucraina. Esattamente ciò che, sin dal primo invio di armi, spaventava i pacifisti: che, ridotta l’iniziativa occidentale alla sola dimensione militare, il condivisibile obiettivo della difesa dell’Ucraina finisse col trasformarsi nell’avventuristico obiettivo della sconfitta della Russia: nella sconfitta, cioè, di una potenza nucleare, con tutti i rischi che ciò comporta.

Si parla di pace giusta, di pace non imposta: cosa vuol dire? La pace non è sempre frutto di un compromesso?

Certamente: se una parte non debella l’altra – ciò che potrebbe accadere solo ai danni dell’Ucraina, essendo la Russia appunto una potenza nucleare – l’unico esito possibile della guerra è un compromesso. Per questo, chi ha a cuore l’Ucraina dovrebbe operare perché un accordo di pace, o anche solo di tregua, sia raggiunto il prima possibile. Parlare di “pace giusta” non significa altro che riproporre, a parti invertite, il tema della “guerra giusta”, di cui erano pieni i discorsi quando a muovere le ostilità era l’Occidente. Mi pare evidente l’intento di questi discorsi: disinnescare l’iniziativa diplomatica del Vaticano, che rischia di mettere la Nato, e l’Italia, di fronte alla terribile prospettiva di dover spiegare perché non è stato sostenuto l’accordo mediato, fin dalle prime settimane di guerra, dal premier israeliano Naftali Bennett. Bisognerebbe giustificare l’ingiustificabile: le decine di migliaia di morti e feriti e le immani distruzioni nel frattempo prodotte dai combattimenti. Cosa ci distinguerebbe, a quel punto, da Putin?

La fornitura di armi, l’addestramento dei soldati ucraini nelle nostre basi: siamo fuori dall’articolo 11?

Esprimendo, come diceva Meuccio Ruini, una condanna giuridica e morale, la Costituzione impone il ripudio della guerra non solo “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma anche come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Significa che l’Italia ha il dovere costituzionale di promuovere e partecipare alle trattative di pace, senza lasciare nulla d’intentato. E, invece, quel che stiamo facendo in Ucraina, con il rifiuto di parlare di pace se non a condizione della resa della Russia, è esattamente usare la guerra (altrui, peraltro) come mezzo di risoluzione di una controversia internazionale. Sì, siamo fuori dall’articolo 11.

Possibile che il Parlamento sia escluso dalle decisioni?

Norberto Bobbio insegnava che la democrazia è il regime delle decisioni pubbliche in pubblico; ad agire nell’ombra sono le autocrazie. E invece, su una questione da cui dipendono le sorti dell’umanità, noi dobbiamo accontentarci di indiscrezioni, perché i decreti interministeriali con cui sono decisi gli invii del materiale bellico sono secretati. Come spesso capita quando la violenza prende il sopravvento, all’interno dell’emergenza militare si cela una altrettanto grave emergenza democratica.

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