A.D.: LA SANITÀ DIVENTA PIÙ “REGIONALE” A PASSO DI CARICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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A.D.: LA SANITÀ DIVENTA PIÙ “REGIONALE” A PASSO DI CARICA da IL MANIFESTO

La sanità diventa più “regionale” a passo di carica

COMITATO DEI SAGGI – Si può partire ora. Lea, i livelli essenziali ci sono già, si può iniziare la secessione. Problema: i Lea sono solo sulla carta

 MARCO PALOMBI  21 LUGLIO 2023

Il lettore dirà: ma la sanità è già stata regionalizzata, e pure con risultati spesso non brillanti, che c’entra con l’autonomia modello Calderoli (che in realtà è modello Zaia)? C’entra perché non c’è limite all’autonomismo finché esiste un simulacro di Stato centrale. La notizia, rivelata ieri da Marco Esposito sul Mattino, è che gli appetiti sanitari delle tre Regioni guida dell’autonomia differenziata – Emilia Romagna, Lombardia e Veneto – potrebbero venir soddisfatti a passo di carica, ancor prima di tutto il resto.

Vediamo come: com’è noto, sotto la presidenza di Sabino Cassese, già presidente della Consulta, un Comitato di saggi (il “Clep”, che ha recentemente perso qualche pezzo) sta definendo i cosiddetti Livelli essenziali delle prestazioni in vari settori che lo Stato (da Costituzione) deve garantire su tutto il territorio italiano. Non ricorderemo come su questa scelta, la più politica tra tutte, il Parlamento sia stato silenziato, ma che all’attenzione del succitato Clep mercoledì è arrivata, tra le altre, la proposta del sottocomitato che si occupa appunto di sanità. Questa: non c’è alcunché da definire perché in sanità i Lep ci sono già e si chiamano Lea (livelli essenziali di assistenza) e quindi il gruppo di esperti “ritiene non si debba intervenire in materia”.

Questo significa che le richieste delle Regioni sulla salute potranno essere nel primo dei mille treni autonomisti (nelle intenzioni di Zaia e soci) a partire dalla stazione di Roma con la benedizione della patriota Giorgia Meloni. E qui arriviamo a uno dei mille inghippi del “ddl Calderoli”, cioè la legge quadro (in discussione al Senato) per definire la cornice tra lo Stato – in realtà il governo – e le Regioni interessate a maggiore autonomia. Quel disegno di legge gioca sull’ambiguità: prevede, infatti, che vengano definiti i Lep ma resta assai sul vago sia sul loro finanziamento che sul fatto che siano o meno effettivamente garantiti (ma la Carta dice “devono essere garantiti”).

Ecco, i Lea sanitari sono un plastico riassunto di questa pericolosa ambiguità: esistono sulla carta da oltre un decennio, ma nella realtà ne gode solo una parte degli italiani. Di più: come per altre materie tipo scuola o welfare, lasciare che quote crescenti di finanziamento finiscano alle Regioni ricche non potrà che aumentare le disuguaglianze col resto del Paese. Torniamo ai Lea: nel monitoraggio per il decennio 2010-2019, ci ricorda il report Il regionalismo differenziato in Sanità della Fondazione Gimbe, nelle prime 10 posizioni non c’è nessuna Regione del Sud e solo 2 del Centro (Umbria e Marche); nel monitoraggio per il 2020 tra le 11 Regioni “adempienti” l’unica del Sud è la Puglia. Un effetto di questi squilibri è il cosiddetto “turismo sanitario”: la mobilità sanitaria tra 2010 e 2019 ha comportato per 13 Regioni (quasi tutte al Centro-Sud) un saldo negativo di 14 miliardi di cui hanno beneficiato soprattutto le Regioni “autonomiste” (Lombardia 6,1 miliardi; Emilia-Romagna 3,3 miliardi; Veneto 1,1).

Questa situazione drammatica sarebbe addirittura peggiorata col regionalismo differenziato alla Zaia. Il Veneto, per dire, ha chiesto – oltre all’autonomia in materia di gestione del personale e di regolamentazione dell’attività libero-professionale – anche poteri sulla contrattazione integrativa regionale per i dipendenti del Servizio sanitario nazionale: in sostanza, grazie alla sua maggiore ricchezza, potrà offrire condizioni migliori sottraendo capitale umano ai territori più poveri (e con tanti saluti, per di più, al contratto nazionale). Riflessione che può estendersi a richieste come la potestà sul sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione o sulla concessione di borse di studio. Però i Lea ci sono già, dice il sottogruppo, quindi si può devolvere nuovi poteri… È quel che succede quando una scelta politica viene mascherata da fatto tecnico: la scelta è già presa, tecnicamente devono capire come fregare gli italiani.

Perché la Costituzione è l’evangelo di una fede laica

COMMENTI. I Valdesi non accettano “l’autonomia differenziata” perché è inscritta nella loro storia la realizzazione di reti solidali per promuovere l’ individualità ma anche creatività e politiche libere

Mauro Belcastro  21/07/2023

La lettera aperta dell’arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, contro l’autonomia differenziata (e non solo) e l’articolo su il manifesto di ieri di Massimo Villone mi hanno suscitato molteplici riflessioni, molte delle quali mosse dalla mia appartenenza alla chiesa valdese.

Va detto fin da subito che le parole che scriverò non necessariamente corrisponderanno alla posizione “ufficiale” del mondo valdese sul disegno di legge di autonomia differenziata (e certamente saranno molto distanti da quella del valdese più noto d’Italia, Lucio Malan). Nel mondo valdese “autonomia” e “libertà di espressione” sono fondative. Per i Valdesi la libertà di coscienza è l’espressione stessa dello stare al mondo ed è per questo che ho particolarmente apprezzato il richiamo (cristiano) di Mimmo Battaglia al legame tra autonomia e libertà che, però, io declinerei in modo un poco diverso.

L’AUTONOMIA è la fondamentale autoregolamentazione responsabile di un essere umano di fronte a scelte e azioni che avranno inevitabilmente delle conseguenze sul resto degli esseri umani a lui prossimi o lontani (in base al grado di vicinanza che le azioni implicano); la libertà – su cui la responsabilità si fonda – è quella dimensione di assenza d’impedimento che consente di esercitare responsabilmente ogni azione, scelta, decisione la vita comune comporti. Ed è qui che i valdesi sono stati da sempre testimonianza attiva.

PER I VALDESI, LA LOTTA per la libertà è stata, dal Medioevo in avanti, lotta per l’abbattimento di poteri che si esprimevano in dominio sulle coscienze e sui corpi. I Valdesi non possono accettare qualcosa come l’“autonomia differenziata” perché la realizzazione di reti solidali per la promozione non solo di individualità, ma anche di creatività e politiche libere, è iscritta nella loro storia, nelle pratiche umane della loro storia. Certo, la solidarietà per i “poveri” e per i “diseredati” è centrale nel fatto stesso di essere cristiani (direi, più in generale, umani): eppure non sempre l’essere cristiani è equivalso a essere solidali e promotori di giustizia sociale. Va sottolineato il fatto che, prima reclusa nelle Valli piemontesi, poi in giro per l’Italia (che era ancora tutta da creare), la minoranza valdese ha lottato non per l’assistenzialismo che certa retorica “solidale” continuamente evoca, ma, da una parte, per la promozione delle possibilità stesse degli umani che ha incontrato, dall’altra per l’abbattimento dei limiti dell’esercizio di libertà e creatività.

COME TUTTI SANNO, dopo il 1848 i Valdesi (con gli Ebrei) poterono uscire dal loro isolamento fisico, ottenendo l’agognata libertà di esprimere pubblicamente (fuori dal confinamento) la propria fede cristiana. Da quel momento iniziò un’altra storia strettamente intrecciata a quella delle madri e dei padri del Risorgimento, sulle stesse strade del Risorgimento. Non si trattò di rivendicare un’identità, non di evocare una “differenza”, ma di potere – finalmente liberi – tessere nuove relazioni con le altre donne e uomini su un territorio tutto da inventare, in un periodo nel quale si svilupparono idee plastiche di “nazione” e di “patria”, in cui persone anche molto diverse tra loro iniziarono a comprendere il senso di riferirsi a una sola bandiera, ma anche di appartenere a una sola umanità internazionale.

IN QUESTA STORIA, che continuò con la battaglia contro il fascismo e il nazi-fascismo (che si era impossessato con violenza delle creazioni precedenti, biecamente risemantizzandole nella formula “Dio, patria e famiglia”), i Valdesi (come anche altri gruppi cristiani protestanti) diedero il loro (a volte silenzioso, spesso sconosciuto) contribuirono, proprio attraverso la “predicazione” di un evangelo laico fatto di testimonianza e di attivismo politico.

LA PREDICAZIONE CONTINUA: il teologo riformato Karl Barth diceva di pregare tutti i giorni con l’evangelo da una parte e il giornale quotidiano dall’altra. Di fronte a una destra arrogante, violenta e non certo dissimulatrice che dice esplicitamente: «In merito alla coesione, le unità politiche territoriali che compongono la Repubblica, sebbene molto diverse tra loro secondo la gran parte degli indicatori statistici rilevanti (lungo linee di frattura che non si esauriscono nella dicotomia Nord-Sud), sono e sempre più saranno fortemente interdipendenti. Perciò è frequente il rischio che il rallentamento di talune realtà colpisca anche quelle che potrebbero avere un ruolo di “traino”» (“Relazione illustrativa” al disegno di legge sull’autonomia differenziata, p. 1), il mondo protestante italiano (ora più complesso e articolato di un tempo) non smette di gridare – da Nord a Sud, da Est a Ovest – l’evangelo dell’unità, non retorica, di un’umanità frammentata, che a causa del capitalismo individualista (non che il capitalismo possa essere qualcos’altro) le attribuisce responsabilità che non ha. Al contrario, esso predica – militante – la spinta verso l’emancipazione di donne e uomini che hanno la possibilità di tornare (e lo fanno) a creare nuove strade solidali, nuove umanità, nuove politiche già costituzionalmente interpretate, da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.

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