ZAKI NELLE MANI DEL “NOSTRO” AL SISI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ZAKI NELLE MANI DEL “NOSTRO” AL SISI da IL MANIFESTO

Zaki nelle mani del «nostro» Al Sisi

ITALIA-EGITTO. La condanna a tre anni dello studente egiziano, ostaggio di al Sisi, uno schiaffo al governo italiano che ha continuato a fare affari con il suo regime

Alberto Negri  19/07/2023

I regimi fanno il loro mestiere, i dittatori anche, la democrazia italiana con i suoi improbabili governanti appare invece alquanto inefficace. Quasi un caso psicanalitico. Dalla tragica vicenda di Giulio Regeni, torturato e ucciso dai poliziotti egiziani, a quello di Patrick Zaki, in Egitto, l’Italia non riesce a trovare giustizia. «Il nostro impegno per una soluzione positiva del caso di Patrick Zaki non è mai cessato, continua, abbiamo ancora fiducia», ha dichiarato la premier Giorgia Meloni.

Fatto sta che questo governo – come quelli precedenti – ha fatto un buco nell’acqua, al punto che Zaki, dopo i 22 mesi che ha già scontato, dovrà ancora passare 14 mesi di carcere. Hai voglia ad avere fiducia. La sorte di Zaki è nelle mani dei legali e soprattutto di Al Sisi che può decidere uno sconto di pena o la grazia.

Con buona pace per la preziosa laurea conseguita da Zaki a Bologna, gli articoli di giornale, le interviste e un’esposizione mediatica importante per difenderlo. Perché come ci ricorda spesso Amnesty International, Zaki è imputato in un paese nel quale essere sul banco degli accusati vuol dire essere condannato. In Egitto la giustizia è uno strumento del sistema repressivo dominante, che azzera il dissenso politico, le voci indipendenti degli attivisti dei diritti umani, e dove le sparizioni sono all’ordine del giorno come la tortura. Occorrerebbe una vera diplomazia, ma la diplomazia del nostro governo attuale, così subalterna agli affari, ha fallito, come del resto quella dei governi precedenti.

Al Sisi ha incontrato la Meloni. Tajani pure di recente – ma vi sembra un ministro degli esteri uno che un giorno sì e l’altro pure è impelagato nelle pastette ereditarie di Forza Italia in epoca post-Berlusconi? C’è stata anche una recente visita al Cairo di Crosetto. Noi con l’Egitto facciamo affari a iosa ma per il resto, come dimostra la vicenda Zaki, non solo non portiamo a casa niente ma veniamo regolarmente presi in giro.

Ogni volta che un nostro rappresentante incontra il generale-presidente golpista torna affermando che l’Egitto «promette collaborazione». Ma questa collaborazione non si è mai vista. L’Egitto stringe accordi con l’Eni sul gas, con cui il Cairo ha rapporti storici, Leonardo e Fincantieri sono in prima fila per le commesse belliche. Ma quando si tratta di avere giustizia e di diritti umani l’impressione concreta è che l’Italia non solo non conti nulla ma neppure riesca a giustificare la sua esistenza come democrazia sul quadrante del Mediterraneo. Come dimostrano i recenti accordi con la Tunisia che replicano quelli del passato – alla maniera neocoloniale di Minniti – e sotterrano sotto la sabbia i diritti umani. Le notizie corrono e gli altri sulla Sponda Sud sanno di che pasta siamo fatti.

I nostri rappresentanti vanno in Egitto sorridenti e tornano indietro ancora più sorridenti. Più li prendono in giro e più esprimono «fiducia» nel raìs egiziano. Dobbiamo sdraiarli sul divano di uno psicanalista. I casi sono due: o non sanno quello che fanno, oppure non sanno come arrivare a un risultato e mentono spudoratamente soddisfatti dello scambio affari-diritti umani. Propendiamo per entrambi i casi, comprese le «mance» che elargisce Al Sisi alle nostre imprese per tenerci buoni. Fanno parte di ogni nostra visita in Egitto, una tragica rappresentazione teatrale dove l’italiano di turno viene accomodato al tavolo e poi fatto passare alla cassa.

Del resto Al Sisi fa il suo mestiere da autocrate: o vogliamo ricordare l’ineffabile Renzi che, a un anno e mezzo dal sanguinoso golpe del 2013, da premier fu il primo sdoganatore del generale. E dopo l’uccisione di Giulio Regeni si adoperava pure per far rilasciare al generale presidente golpista lunghe interviste ai giornali italiani nelle quali giurava la sua innocenza? Cosa deve mai pensare Al Sisi del nostro Paese?

Quindi cerchiamo questa volta di non promettere di bloccare i rapporti economici con Il Cairo tanto preziosi per il “piano Mattei” o le commesse militari tanto care al Made in Italy. Sappiamo tutti benissimo che non lo faremo. Ed evitiamo anche i proclami, tanto non servono a nulla. Pensiamo piuttosto come sbloccare la situazione di Zaki con un’azione diplomatica efficace e subito una mobilitazione di solidarietà. Quanto alla «fiducia» espressa della Meloni si dà alle persone serie, come recitava la réclame di una volta, ai dittatori mai. Altrimenti, come appare, si è complici.

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