“UNA CINTURA DI FUOCO”. 3 MISSILI SULLA SCUOLA DELL’ONU: 40 UCCISI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“UNA CINTURA DI FUOCO”. 3 MISSILI SULLA SCUOLA DELL’ONU: 40 UCCISI da IL MANIFESTO

«Una cintura di fuoco». Tre missili sulla scuola dell’Onu: 40 uccisi

NEL MUCCHIO. Raid israeliano nel campo di Nuseirat. Tel Aviv: l’obiettivo erano «20 o 30 miliziani». Statunitensi le armi della strage, come a Rafah. Altri paesi si aggiungono alla proposta di tregua che Biden attribuisce a Israele, ma che Bibi nega

Chiara Cruciati  07/06/2024

Cintura di fuoco, così i palestinesi chiamano dal 7 ottobre i bombardamenti a circolo, come fossero un vortice, o un tornado. È questa l’espressione che hanno usato ieri alcuni dei sopravvissuti ai raid israeliani sulla scuola al-Sardi nel campo profughi di Nuseirat, nel centro di Gaza: una cintura di fuoco.

«Eravamo dentro la scuola e all’improvviso siamo stati bombardati, le persone sono state fatte a pezzi – racconta Anas al-Dahouk ad al Jazeera – Questo edificio ospitava famiglie e giovani, non hanno dato nessun avvertimento».

La scuola al-Sardi è gestita dalle Nazioni unite, ma non è più una scuola dal 7 ottobre. Le aule sono piene di sfollati, circa 6mila, materassi e vestiti appesi fuori ad asciugare. La struttura è la stessa di tutte le scuole dell’Unrwa in Palestina, l’agenzia per i rifugiati palestinesi: vernice bianca e blu, i colori delle Nazioni unite, tre piani e una balaustra che corre lungo tutto l’edificio. Un modo per fare ombra, qui il sole picchia forte e il balcone coperto allontana i raggi dalle porte delle aule.

A SCUOLA i bambini di Gaza non ci vanno da otto mesi e come a ogni offensiva sono migliaia le famiglie che si rifugiano nei centri dell’Onu, siano scuole, magazzini, cliniche. Le pensano più sicure: sul tetto c’è scritto «UN» a caratteri cubitali. Da anni non sono più sicure, in questo attacco ancora di meno: sono 180 i centri dell’Onu colpiti dai bombardamenti israeliani.

L’altra notte è successo alle 1.30, tanti già dormivano o ci provavano. Tre missili, dicono i sopravvissuti, hanno sventrato il secondo e il terzo piano. La giornalista Hind Khoudary è entrata dentro e l’ha mostrato in video: le pareti che danno sull’esterno sono completamente saltate, le altre ancora in piedi sono annerite.

SANGUE RAPPRESO a terra, un enorme buco sul soffitto, gli oggetti personali degli sfollati – che ormai si limitano a materassi e vestiti – pieni di polvere. Un uomo raccoglie pezzi di corpi, i cadaveri non ci sono già più, li hanno portati via i paramedici durante la notte.

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«Era buio, non c’era elettricità, è stato difficilissimo recuperare le vittime», racconta Ayman Rashed, sfollato di Gaza City, all’Ap. Lui ne ha recuperati cinque, di corpi, tra cui due bambini e un anziano. Uno dei bimbi aveva il cranio sfondato.

Il bilancio parla di 40 uccisi, di cui 14 bambini e nove donne; 74 i feriti. L’esercito israeliano ha ammesso il raid ma ha detto di aver preso di mira «venti o trenta» miliziani di Hamas e del Jihad Islami che avevano preso parte all’attacco del 7 ottobre (1.100 israeliani uccisi, 250 rapiti).

Il portavoce Peter Lerner ha aggiunto di non essere a conoscenza di vittime civili ma di sapere che la scuola era usata come centro militare. Non ha fornito prove. Hamas nega. L’Unrwa chiede un’indagine indipendente e dice di non aver ricevuto alcun avvertimento prima del raid: «Comunichiamo le coordinate delle nostre strutture, prenderle di mira o usarle per fini militari non può diventate la norma».

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L’OFFENSIVA ieri non si è fermata a Nuseirat: l’esercito israeliano ha colpito una casa a az-Zawayda, uccidendo un bambino, il campo di Shati, altre vittime, e di nuovo Deir al Balah, al centro, e Rafah, a sud. La conta degli uccisi palestinesi, dal 7 ottobre, ha superato i 36.600, a cui si aggiungono almeno 10mila dispersi e 83mila feriti. Ieri al confine con l’Egitto si è registrata anche la morte di un soldato israeliano di 34 anni.

A nulla sono valse le pressioni internazionali, politiche e legali, quelle del Consiglio di Sicurezza e della Corte internazionale di Giustizia. Ieri un gruppo di paesi – tra cui Argentina, Brasile, Francia, Germania, Canada, Spagna e Regno unito – ha pubblicato un comunicato congiunto di «sostegno pieno» all’accordo di tregua presentato il 31 maggio dal presidente Usa Biden: si chiede ad Hamas di accettarlo e si definisce Israele «pronto ad andare avanti».

SUL CAMPO la situazione appare diversa: il governo Netanyahu è spaccato e non è ancora chiaro se il balzo in avanti di Joe Biden sia stato effettivamente concordato con Tel Aviv, visto che il primo ministro – pressato dagli alleati dell’ultradestra – insiste a dire che l’offensiva non finirà.

E Hamas, seppure ieri l’Egitto parlasse di «segnali positivi» dal movimento islamico e di una risposta a giorni, per bocca di Sami Abu Zuhri ha sì detto di accogliere «le idee di Biden» ma ha lamentato la «mancata menzione della fine dell’aggressione o del ritiro»: «Il documento israeliano parla di negoziati aperti senza data di scadenza e di una fase in cui l’occupazione riotterrà gli ostaggi per poi riprendere la guerra».

La proposta che Biden attribuisce a Tel Aviv e pubblicata ieri in esclusiva da Middle East Eye prevede però il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza e il cessate il fuoco permanente nella seconda fase. Resta da capire quanto la proposta letta in pubblico da Biden coincida davvero con quella di Israele. Secondo Hamas, sul tavolo ci sarebbero proposte diverse, «aperte a diverse interpretazioni».

Lo confermerebbe Haaretz, secondo cui Tel Aviv si sta opponendo alla bozza di risoluzione che gli Stati uniti presenteranno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nei prossimi giorni.

Dottrina Netanyahu: un massacro irrazionale per salvare se stesso

FINCHÉ C’È GUERRA. L’infamia è insita nel mettere in conto decine di migliaia di morti per miserevoli scopi personali. Decisivo quel fattore di caparbietà, di ottuso narcisistico culto della forza che non risponde più ad alcuna razionalità politica

Marco Bascetta  07/06/2024

Da marxisti, da interpreti materialisti della storia siamo stati abituati a considerare i grandi conglomerati di interessi, i fattori di lunga durata, le strutture sociali e le costellazioni culturali come elementi determinanti il corso degli eventi e dello sviluppo storico. Senza indulgenza alcuna per le interpretazioni psicopatologiche per esempio del nazismo o della figura di Adolf Hitler.

PRECISE circostanze geopolitiche e una determinata fase della lotta di classe e del ciclo capitalistico costituirono il brodo di cultura del nazionalsocialismo e le condizioni per la sua conquista del potere in Germania.

Questa indispensabile attenzione per il contesto storico porta però a trascurare quegli elementi particolari, contingenti e ferocemente meschini che in determinate occasioni curvano il succedersi degli eventi, che determinano situazioni irreparabili e possono condizionare a lungo termine rapporti sociali e prospettive politiche.

L’odio, l’inimicizia assoluta, traggono spesso la loro origine da esperienze immediate e interessi particolari che, seppure scaturiscano da un contesto che la storiografia saprebbe ricostruire nelle sue linee strutturali di sviluppo, prendono forma in maniera diretta, irrazionale e imprevedibile.

Che i destini del pianeta potessero essere determinati da un militare paranoico come quello indimenticabile creato da Stanley Kubrik nel Dottor Stranamore e da una serie di banali contrattempi o dalla passione per le ghiande dello scoiattolo dell’Era glaciale sono eventualità non contemplate dalla nostra razionalità causale.

EPPURE Benjamin Netanyahu sembra rientrare pienamente in questa categoria dell’arbitrio catastrofico. Perfino il presidente statunitense Biden ha dovuto alla fine ammettere quel che era sotto gli occhi di tutti e soprattutto dei cittadini d’Israele e cioè che il sempre meno sopportato premier israeliano punta al prolungamento della guerra «per ragioni politiche», ovverosia per un attaccamento al potere che equivale ormai alla sua sopravvivenza politica e alla salvaguardia giudiziaria della sua persona.

In ostaggio di una estrema destra suprematista e fanatica che predica la guerra santa contro i palestinesi e strepita per l’invasione del Libano, Bibi ha un margine di manovra quasi inesistente ed è costretto, per conservarsi in sella, a portare avanti la strategia del massacro.

Quel che però la diplomazia americana deve trattenersi dall’esplicitare fino in fondo è l’infamia insita nel mettere in conto decine di migliaia di morti, centinaia dei quali soldati e ostaggi israeliani, e immani distruzioni per questo miserevole scopo personale.

Ed è ormai evidente che fino a quando questo governo avrà in mano le sorti di Israele, nessuna tregua duratura, per non parlare di un processo di pace, sarà neanche lontanamente pensabile.

La sicurezza dello stato di Israele, trascinato in una condizione di isolamento internazionale senza precedenti e alle prese con un cumulo spaventoso e presumibilmente perenne e ingestibile di odi e di rancori, c’entra ormai poco o niente.

QUESTO NON significa naturalmente che quanto sta accadendo a Gaza non abbia a che fare con la «grande storia» e la sua complessità. Quella della persecuzione degli ebrei in Europa, della Palestina, della politica britannica in Medio Oriente e della nascita dello stato di Israele circondato da forze ostili, quella dell’oppressione subita dal popolo palestinese.

Ma c’è un di più, forse decisivo, se non nel precludere per sempre qualunque soluzione pacifica, nel rinviarla sine die e nel dilatare il tempo dell’orrore. Ed è quel fattore di caparbietà, di ferocia individuata, di ottuso narcisistico culto della forza che non risponde più ad alcuna razionalità politica o preoccupazione umanitaria. Che solo eliminando il soggetto o i soggetti che se ne nutrono può essere rimosso.

Non è un problema che riguardi solo Israele e la Palestina, anche se in quel contesto emerge nella forma più nitida e diretta. Ma il disgregarsi e riarticolarsi dei blocchi e degli equilibri globali rimette in gioco fattori imponderabili e vede particolarismi fuori controllo insediarsi nel pieno di situazioni critiche nel contesto globale.

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