TRUMP, HAYEK, MILEI E LA CHIMERA DEL FASCISMO LIBERALE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TRUMP, HAYEK, MILEI E LA CHIMERA DEL FASCISMO LIBERALE da IL MANIFESTO e IL FATTO

Trump, Hayek, Milei e la chimera del fascismo liberale

SUDAMERICAN PSYCHO. Il peggio che può fare oggi un’opposizione al neoliberalismo è condividerne l’abbaglio, contrapponendo l’unità del popolo ai diritti individuali, col rischio di ignorare l’esigenza di libertà che, nel bene e nel male, anima la moltitudine

Massimo De Carolis  21/11/2023

Con la sua vittoria alle presidenziali in Argentina, domenica scorsa Javier Milei ha introdotto nel bestiario della politica contemporanea un nuovo animale fantastico: il fascio-anarco-liberale.

Ispirandosi all’ala estrema del neoliberalismo, quella che predica la privatizzazione di ogni cosa fino all’estinzione dello Stato, l’economista argentino ha costruito la sua campagna su un programma radicalmente libertario, che prevede l’azzeramento della spesa e persino l’abolizione della Banca centrale.
La stravaganza è che a slogan anarcoidi come «Viva la libertad carajo», Milei ha affiancato l’apologia della dittatura militare e l’aggressione ai diritti delle donne e delle minoranze.

Un assemblaggio che, a prima vista, sembra unire elementi incompatibili, come un tempo le antiche chimere mettevano insieme la criniera di un leone e la coda di un serpente. Ma sarebbe una grave leggerezza archiviarne il successo come una specie di scherzo di natura, immaginabile solo in un contesto di crisi esasperata come quello argentino. La nuova creatura ha infatti radici profonde e potrebbe annunciare pericoli più seri di quanto si creda.

Il connubio tra Stato minimo e negazione dei diritti era già esplicito in figure come Trump e Bolsonaro, di cui Milei ripropone l’aggressività clownesca, e fa così balenare una nuova minaccia politica: quella di un fascismo senza Stato, una specie di darwinismo sociale in cui tutto è privatizzato, dalla scuola all’emissione della moneta, dalla sanità alla violenza repressiva.

Del resto, l’inclinazione autoritaria era di casa nel neoliberalismo fin da principio. Non per nulla, in appoggio al regime di Pinochet, Friedrich von Hayek dichiarò all’epoca che, a una democrazia di tendenze socialiste, preferiva una «dittatura liberale»: l’embrione della chimera è vecchio dunque almeno mezzo secolo.
Benché paradossale, il salto che trasforma la libertà in negazione dei diritti ha una sua logica perversa.

L’idea neoliberale di libertà poggia infatti sulla distinzione tra i due modelli d’ordine che Hayek designava con i termini greci Taxis e Cosmos: da un lato l’ordine programmato, che risponde a un progetto e alla volontà di un autore, dall’altro l’ordine spontaneo, imprevedibile perché generato da un meccanismo cieco, senza alcuna autorità sovrana. Di per sé, l’idea di un ordine spontaneo è più antica e più ampia del neoliberalismo: nasce tra gli illuministi scozzesi (come Hume, Smith o Ferguson) ed è tuttora viva, due secoli dopo, nella Californian Ideology che accomuna i surfisti di Malibu ai tecno-libertari della Silicon Valley. Con esempi canonici come la lingua, le consuetudini o gli ecosistemi, è stata una costante della cultura moderna, rivolta prima contro l’autorità religiosa e poi, dopo i decenni del totalitarismo, contro quella politica.

La specifica declinazione dei neoliberali consiste però nel presentare come prototipo dell’ordine «cosmico» il solo mercato, capace a loro parere di realizzare, attraverso la competizione, una distribuzione ottimale delle risorse, che nessuna autorità potrebbe mai pianificare.
Il punto dolente è che il mercato, a differenza della lingua e del costume, funziona attraverso il codice sociale del denaro. L’accesso alle risorse cessa così di valere come un diritto, e diviene il privilegio riservato a chi ha il denaro per pagarlo. Per di più, data la tendenza del capitale alla concentrazione, i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre più pochi, mentre cresce la massa degli esclusi.

Per salvare perciò la «crescita», la dinamica darwiniana del sistema e la sua fitness complessiva, non resta altra via che proteggere militarmente i pochi meritevoli vincenti dalla massa dei looser, dai loro seduttori socialisti e dalla irrazionalità della democrazia.
L’estremo paradosso è che un’idea tanto aberrante di libertà-senza-diritti susciti regolarmente l’entusiasmo di una parte consistente di quella stessa massa popolare destinata a esserne il primo bersaglio.

Il paradigma neoliberale si presta infatti a una critica radicale dell’autorità politica, ovvero della «casta», come nel populismo. Solo che, in questo caso, la critica sfocia in una specie di populismo alla rovescia, che mobilita la massa contro ogni appello al «popolo». L’idea infatti è che non esista la «volontà del popolo» ma solo quella dei singoli individui, e che la costruzione del popolo sia solo una finzione, con cui il sovrano di turno premia il proprio seguito, a danno di quelli che sarebbero invece i naturali vincitori della competizione sociale.

A differenza però dei leader populisti, il fascio-anarco-liberale non promette affatto di rovesciare il sistema, ma solo di riconsegnarlo alla sua forma più cruda e naturale. Si presenta perciò come un underdog che è salito a gomitate sul podio del vincitore. E proprio su questo poggia il meccanismo identificativo dei fedeli: se vince lui, vinciamo noi.

C’è un problema politico reale in una tale emergenza politica, sotto la montagna di finzioni retoriche della propaganda. L’idea moderna di libertà presenta fin da principio due facce distinte: l’autodeterminazione dei popoli e la libertà di scelta individuale dei cittadini. Un tempo, le due facce erano così legate da sembrare indistinguibili. Quando però, nel Novecento, popolo e società civile hanno cominciato a disintegrarsi e a dissolversi nella massa, i due lati della libertà sono diventati sempre più distanti.
Il neoliberalismo ha esasperato la tensione, giocando la libertà individuale contro quella collettiva, con l’unico risultato di cancellarle entrambe.
Il peggio che può fare oggi un’opposizione al neoliberalismo è condividerne l’abbaglio, contrapponendo l’unità del popolo ai diritti individuali, col rischio di ignorare l’esigenza di libertà che, nel bene e nel male, anima la moltitudine.

La sfida neoliberale sarà vinta solo quando impareremo a ricomporre l’unità tra i due momenti di una tale esigenza: quello individuale e quello collettivo. Non è un compito facile ma, fino ad allora, la nostra società resterà di fatto in quello che Gramsci definiva un interregno, popolato da «fenomeni morbosi», da mostri e da chimere.

Il Peronismo battuto da una motosega

LE RAGIONI DELLA SCONFITTA – Un ministro dell’Economia con un’inflazione annua del 150% non può vincere le Presidenziali. E Massa ha perso. Milei, però, non potrà contare sul Parlamento

 HORACIO VERBITSKY  21 NOVEMBRE 2023

Come nelle elezioni presidenziali primarie di agosto e in quelle generali di ottobre, nessuno si aspettava il risultato del ballottaggio. Alle primarie è stato sorprendente che abbia prevalso l’outsider Javier Milei, con un programma economico di neoliberismo estremo, che prevede la chiusura della Banca centrale, la sostituzione del peso argentino con il dollaro e un piano di privatizzazioni massicce, la cancellazione dell’Unione diritti umani e l’addio alla politica di Memoria, Verità e Giustizia, che ha messo in prigione 1.100 responsabili di crimini contro l’umanità durante la dittatura dal 1976 al 1983.

Alle elezioni generali di ottobre ci sono state tre sorprese: che il candidato più votato sia stato il ministro dell’Economia, Sergio Tomás Massa, che Milei sia rimasto fermo allo stesso 30% ottenuto due mesi prima e che Patricia Bullrich, la candidata dell’ex presidente Maurizio Macrì, sia stata esclusa dal ballottaggio con la sua coalizione Together for Change, in precedenza sempre stata la forza egemonica dell’antiperonismo. I sondaggi davano al ballottaggio parità tra Milei e Massa. Ma il libertario che i suoi sostenitori chiamano El Peluca, per ragioni mostrate da qualsiasi foto, ha trionfato con il 55,7% contro il 44,3%: la più grande vittoria dell’antiperonismo negli ultimi ottant’anni. Milei ha vinto 21 delle 24 circoscrizioni elettorali del Paese. E questo non è compensato dalla vittoria del peronismo nella provincia di Buenos Aires, con a malapena il 50,7% dei voti. Massa, ministro dell’Economia uscente nonostante il suo unico titolo professionale sia quello di avvocato, ha incentrato la campagna sulla proposta di accordo di unità nazionale, al quale avrebbero dovuto partecipare coloro da lui definiti “i migliori”, indipendentemente dal loro colore politico. Milei per il ballottaggio si è, invece, appropriato dello slogan della sconfitta Patricia Bullrich: porre fine per sempre al kirchnerismo e alla giustizia sociale.

Diverse settimane fa ho scritto che un ministro dell’Economia con un’inflazione annua del 150% non può vincere un’elezione, il che non ha aumentato la mia lista di amici. Ma proprio come disse mezzo secolo fa il generale Juan Domingo “Aristotele”, “l’unica verità è la realtà”. Questo era il titolo di un documento che Perón firmò in esilio, prima di ritornare trionfalmente in Argentina, su un aereo finanziato dalla Fiat e con Giancarlo Elia Valori come portavoce. Lo spostamento dei voti dal centrodestra tradizionale di “Insieme per il cambiamento” della Bullrich a La Libertad Avanza di Milei è avvenuto, rendendo inconsistente la dissidenza dell’Unione civica radicale. L’affluenza alle urne è stata massiccia, così come non sono state consistenti le schede bianche o quelle annullate. La dimensione della sconfitta del partito di governo è data dal ruolo di Macrì, una sorta di garante per scongiurare che Milei metta in pratica le sue proposte più estreme.

È la seconda volta che un presidente non ottiene la rielezione. Macrì ha raddoppiato il tasso di inflazione ed è stato sconfitto nel 2019; Alberto Fernández lo ha triplicato, aggravando le sofferenze dei settori sociali più svantaggiati, e non ha potuto nemmeno ricandidarsi. La sconfitta di Massa lascia nel governatore di Buenos Aires, Axel Kicillof, il più importante rappresentante istituzionale del peronismo. La sua guida politica resta Cristina Fernández de Kirchner, che oggi si recherà in Italia. Venerdì terrà una master class all’Università Federico II di Napoli, sul tema “L’insoddisfazione democratica”. È prevista anche un’udienza con papa Francesco, che Milei, durante la campagna elettorale, ha definito “il rappresentante del Maligno sulla Terra” (sic!) e “promotore di un’aberrante giustizia sociale”.

Kicillof ha partecipato attivamente alla campagna dei peronisti di UxP, ripetendo che senza il governo nazionale sarà molto difficile governare la provincia. È la realtà che ora lo aspetta. Buenos Aires, dove si concentra il maggior numero di poveri del Paese, riceve dal governo nazionale molto meno di quanto dà, a causa di una legge federale di compartecipazione impossibile da modificare, poiché richiede l’unanimità di tutte le province, nel rispetto della Costituzione modificata nel 1994. Milei parla di un Paese che non è mai esistito per prometterne uno che difficilmente esisterà. Afferma che l’Argentina è stata la prima potenza mondiale, il Paese più ricco del mondo, e che lo sarà ancora se diminuirà al minimo l’intervento dello Stato e sceglierà quella che genericamente chiama libertà. Il presidente della Corte Suprema di Giustizia, il politico peronista Horacio Rosatti, gli ha ricordato in un discorso accademico gli ostacoli costituzionali alle sue proposte. Ma Milei insiste che non c’è spazio per gradualità, tiepidezza o mezze misure, e avverte che sarà implacabile con coloro che resistono, che ha definito “i violenti”. Per questo ha usato una frase di Perón: “Dentro la legge tutto, fuori dalla legge niente”. Secondo lui, poiché la situazione economica è critica, se non verranno attuate riforme strutturali, il Paese vivrà la peggiore crisi della sua storia. I governatorati provinciali e i seggi parlamentari sono stati decisi nelle elezioni di ottobre, le peggiori per Milei, che non avrà un solo governatore. Inoltre ha pochissimi sindaci e, appunto, pochi deputati (trentotto su 257) e senatori (otto su 72). Anche con il sostegno di Macrì e Bullrich, non raggiungerebbe la maggioranza necessaria per varare le leggi di cui avrà bisogno, il che suggerisce che l’Argentina potrebbe entrare in un periodo di turbolenza politica con risultati imprevedibili.

Ancora più inquietante di Milei è la vicepresidente eletta, Victoria Villarruel, figlia di un colonnello arrestato nel 1987 per essersi rifiutato di giurare fedeltà alla Costituzione e nipote di un repressore arrestato dalla commissione Crimini contro l’umanità che evitò la condanna solo grazie a una diagnosi di demenza senile. Denunciata come negazionista dalle organizzazioni per i diritti umani, Villaruel ha scritto, in collaborazione con i soldati detenuti, un paio di libri in cui rivendica la repressione della dittatura come eccesso in una presunta guerra e chiede giustizia per le vittime degli attacchi della guerriglia. Milei ha già annunciato che lei avrà le deleghe di Sicurezza e Difesa.

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