TAIWAN, L’INDIPENDENTISTA LAI VINCE LA PRESIDENZA MA PERDE IL PARLAMENTO da IL MANIFESTO
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TAIWAN, L’INDIPENDENTISTA LAI VINCE LA PRESIDENZA MA PERDE IL PARLAMENTO da IL MANIFESTO

Taiwan, l’indipendentista Lai vince la presidenza e perde il parlamento

VITTORIA AGRODOLCE. Vota l’isola che Pechino rivuole e la parola d’ordine è «status quo»: il cerchio del Partito progressista e la botte del potente vicino Cina

Lorenzo Lamperti, Taipei  14/01/2023

Taiwan dice no alla Cina ma non dice un sì pieno nemmeno al Partito progressista democratico. Lai Ching-te è il presidente eletto ma il suo Dpp viene disarcionato dalla guida del parlamento.

Nel suo primo discorso subito dopo la conferma della vittoria, Lai ha ringraziato i taiwanesi per «aver scritto un nuovo capitolo della nostra democrazia». Ma non appare un capitolo di facile lettura. Certo, Lai è riuscito a conquistare la vittoria nonostante sia stato più volte additato come un “indipendentista”. Un termine che a Taiwan non significa riconoscere la sovranità de facto di Taipei col nome ufficiale di Repubblica di Cina, retaggio della guerra civile persa da Chiang Kai-shek contro Mao Zedong, ma perseguire una dichiarazione di indipendenza formale come Repubblica di Taiwan.

IN PASSATO Lai si era definito «un lavoratore pragmatico per l’indipendenza» ma il suo presente è fatto di «status quo». È questo il termine più citato da Lai durante la sua campagna elettorale, ma anche nelle parole di ieri sera. Parole moderate, tesa a rassicurare chi lo percepisce come una figura meno prevedibile della presidente uscente Tsai Ing-wen, di cui è stato per quattro anni il vicepresidente. Da una parte ringrazia gli elettori per aver «resistito alle interferenze esterne», riferendosi in modo implicito ma chiaro a Pechino. Dall’altra garantisce che «mantenere la pace e la stabilità sullo Stretto di Taiwan è una missione importante della mia presidenza». E dopo essersi reso disponibile al dialogo «sulla base di reciprocità e dignità» afferma che seguirà «il sistema costituzionale della Repubblica di Cina». Un’aggiunta cruciale, visto che nell’unico dibattito tv tra candidati aveva criticato la costituzione. Una gaffe utilizzata dai rivali per ribadire la sua presunta inclinazione all’indipendenza, che attraverso la precisazione di ieri lui garantisce che non dichiarerà.

IN EFFETTI, non sono molti a voler compiere quel passo. Neppure tra quelli che festeggiano davanti alla sede del Dpp, dove tra le bandiere del partito ne sventolano anche un paio di Ucraina e Israele. Quasi il 90% dei taiwanesi non vuole né l’unificazione (o «riunificazione» come la chiama Pechino) né l’indipendenza, ma lo status quo. Un pragmatismo che si è visto anche dal risultato delle urne. In molti, fuori dai seggi, spiegavano ieri di aver optato per un voto disgiunto tra presidenziali e legislative. Risultato: Lai diventa presidente col 40% delle preferenze, che significano cinque milioni e mezzo di voti. Oltre due milioni e mezzo meno di quelli conquistati da Tsai nel 2020. Hou Yu-ih, l’ex poliziotto candidato del Guomindang (Gmd) si è fermato al 33%, con le sue possibilità di vittoria compromesse dall’ottimo risultato dell’inusualmente serio terzo incomodo, Ko Wen-je del Partito popolare di Taiwan (Tpp) che ha totalizzato il 26%.

Lai Ching-te

Mantenere la pace e la stabilità sullo Stretto è una missione della mia presidenza, ma seguirò il sistema costituzionale della Repubblica di Cina

MA ALLE LEGISLATIVE il Dpp cala nettamente, perdendo per la prima volta dopo otto anni la maggioranza assoluta in parlamento, confermando una tendenza al ribasso ormai chiara: i 68 seggi parlamentari conquistati nel 2016 sull’onda delle proteste del movimento dei girasoli erano diventati 61 nel 2020 e adesso sono 51. A mancare sono soprattutto i voti dei più giovani, che sembrano essersi spostati su Ko, l’ex medico populista che propone una «terza via pragmatica e anti ideologica». Ma cresce nettamente anche il Gmd, che guadagna 14 seggi e diventa così il primo partito a livello parlamentare. Pare abbastanza evidente che la vittoria alle presidenziali sia sfuggita all’opposizione per il naufragio in extremis dell’accordo tra Ko e Gmd per una candidatura unitaria.

Proprio Ko sembra destinato a giocare un ruolo decisivo. Dando per assodata l’inconciliabilità tra Dpp e Gmd, che dal piano politico sfocia anche in quello identitario, sarà proprio il Tpp l’ago della bilancia per dare il via libera o bloccare le riforme. Compreso il budget della difesa, osservato speciale di Xi Jinping.

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