SVILUPPO E ORDINE: IL MULTIPOLARISMO ALLA CINESE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SVILUPPO E ORDINE: IL MULTIPOLARISMO ALLA CINESE da IL MANIFESTO

Sviluppo e ordine: il multipolarismo alla cinese

VERSO IL XX CONGRESSO. Dopo «l’Asia all’Asia», Pechino rimodula la sua iniziativa globale attraverso economia e sicurezza. In aperta contrapposizione agli Usa. Negli ultimi mesi ha preso corpo la Global Security Initiative, rivolta al sud del pianeta. Putin funzionale alla narrazione di Xi, a fronte della «minaccia» statunitense

Lorenzo Lamperti, TAIPEI  16/10/2022

«Spetta al popolo asiatico gestire gli affari dell’Asia». Otto anni dopo aver pronunciato questa frase, Xi Jinping guida una Cina più assertiva e più armata, militarmente e diplomaticamente.

Ma la sua fortezza è scossa da turbolenze esterne e manovre ostili. Al XIX Congresso, Xi espresse il desiderio di avvicinare la Cina «al centro della scena» attraverso il modello con caratteristiche cinesi.

NELLA RETORICA del Partito, è un modello non destinato a rovesciare quello esistente ma semmai integrarlo in un sistema globale basato sul multipolarismo.

Il segretario generale elencherà tutti i modi in cui è riuscito nel suo intento, per poi avvisare che per tutelare i suoi interessi e raggiungere i suoi obiettivi «entro la nuova era» si dovranno superare «sfide severe». In tanti discorsi e documenti recenti, si parla esplicitamente di «lotta sulla strada da percorrere».

Nel suo primo decennio, Xi ha completato la riforma dell’Esercito popolare di liberazione, raddoppiandone il budget e aumentandone l’arsenale nucleare. Il ruolo a cui tiene di più è forse proprio quello di capo della Commissione militare centrale dove il fidato generale Liu Zhenli pare destinato ad assumere il ruolo di capo del Dipartimento di Stato maggiore.

Pechino sa che la contrapposizione con gli Usa può cambiare tonalità, ma non sparire. L’amministrazione Biden non ha cambiato approccio e il balletto tra Casa bianca e Nancy Pelosi sulla visita a Taipei ha convinto Pechino che al di là delle intenzioni individuali l’apparato americano abbia deciso di considerare la Cina una minaccia.

DINAMICHE che hanno portato Pechino più vicina a Mosca. L’amicizia «senza limiti» ha mostrato di avere qualche confine, ma Xi non «mollerà» Putin: è funzionale alla sua narrazione e l’accresciuta dipendenza della Russia (un tempo scomodo fratello maggiore) fornisce vantaggi commerciali, politici e retorici.

Chiedere il rispetto delle «legittime preoccupazioni» di Mosca e Pyongyang, per Pechino significa ribadire che è un occidente a guida Usa (con le proiezioni di Quad, Aukus e Ipef) a proiettare «mentalità da guerra fredda» gettando «benzina sul fuoco» di potenziali conflitti. Una narrativa che Pechino già utilizza e utilizzerà ancora di più per raccontare quello che accade in Asia-Pacifico, a partire dallo Stretto di Taiwan.

La Cina è convinta che i paesi del Sud-Est asiatico eviteranno di fare una scelta di campo ma teme che alcuni, in primis le Filippine di Marcos Jr., potrebbero tornare all’ovile americano se costretti. E i problemi col vicinato non mancano.

Dopo i violenti scontri del 2020, ci sono stati segnali di disgelo con l’India. Nuova Delhi ha spostato a Congresso finito le esercitazioni con gli Usa a pochi chilometri dal confine conteso.

MA LE TENSIONI sono pronte a riaccendersi, dalle questioni territoriali alla successione del Dalai Lama. Dopo il lento riavvicinamento con Shinzo Abe, le relazioni col Giappone sono ai minimi termini. Ora la Cina teme che la Corea del Sud possa «giapponesizzarsi». Yoon Suk-yeol ha rilanciato in piena regola i rapporti trilaterali con Giappone e Usa.

Il prossimo test nucleare di Kim Jong-un, il primo dopo 5 anni, sembra ormai solo questione di tempo e potrebbe portare a un rafforzamento delle manovre nel mar Cinese orientale. Una minaccia, ma anche un’opportunità per Xi per rilanciare il suo ruolo di «connettore» con Pyongyang.

Come sempre, la Cina sa rimodulare iniziative e retorica. Il primo decennio di Xi è stato caratterizzato dalla Belt and Road. Negli ultimi mesi prende invece corpo la Global Security Initiative. Pensato soprattutto per i paesi in via di sviluppo, il programma vuole convincere i protagonisti del suo mondo multipolare del suo ruolo di garante della stabilità.

Economica, attraverso gli investimenti. Ma anche politico-sociale, come dimostrano gli accordi sulla sicurezza sottoscritti con le Isole Salomone. La Cina di Xi non fomenta rivoluzioni ma aiuta a mantenere l’ordine. Anche con la tecnologia, vedi i numerosi accordi sui dispositivi di sorveglianza con paesi africani o dell’America latina.

SCHEMA RIPROPOSTO al recente summit Sco di Samarcanda, dove Xi ha giocato da padrone di casa e si è elevato a tutore della sicurezza, con riferimento esplicito alle «rivoluzioni colorate» sobillate dall’occidente e implicito alla Russia.

Ma un’altra parola chiave del terzo atto di Xi sarà «autosufficienza». Soprattutto tecnologica, visti i venti di decoupling che spirano da Washington.

Xi mette sul piatto 400 miliardi di dollari di importazioni di semiconduttori all’anno ed è convinto di poter evitare una cesura totale, facendo pesare anche la leadership su 5g, batterie e terre rare. Dopo anni di zero Covid e l’azzeramento degli scambi culturali, la Cina di Xi appare sempre più inaccessibile.

Tutti i nodi di Xi Jinping e di un partito sordo ai problemi della popolazione

XX CONGRESSO DEL PCC. Il leader cinese si appresta a governare fino a quando vorrà ritirarsi. Ma ora che ha messo la sicurezza nazionale in testa alle priorità del Paese, il partito dovrà affrontare la questione economica. E fare i conti con una società sull’orlo di una crisi di nervi per gli ostinati lockdown

Simone Pieranni  16/10/2022

Dopo settimane di rumors, di voci, di dicerie, finalmente comincia il XX Congresso del Partito comunista cinese. E per una volta l’anomalia, la sorpresa, non arriva da uno scandalo tutto interno al Partito, ma da due striscioni appoggiati su uno dei tanti ponti pedonali della capitale, nel distretto di Haidan. Nel primo c’era scritto: «Vogliamo cibo, non covid test, vogliamo riforme, non la rivoluzione culturale, vogliamo libertà, non i lockdown, vogliamo il voto, non un leader, vogliamo dignità, non bugie, siamo cittadini, non schiavi». Quello accanto, per chi non avesse inteso bene il messaggio del primo, recitava così: «Rimuovere il dittatore Xi Jinping».

Tutto abbastanza clamoroso, considerando anche i livelli di sicurezza che raggiunge Pechino nei giorni che precedono il Congresso. Ovviamente la censura sul web si è subito mossa, molti account su WeChat che hanno usato le parole proibite (pure «Pechino», pare) sono stati sospesi.

La domanda in questi casi è sempre la stessa: quanto questa sensazione che serpeggia di una società sull’orlo di una crisi di nervi possa sfociare in qualcosa di massa e non solo in sporadiche proteste come questa (o quelle che abbiamo visto a Shanghai).

La sensazione è che Xi Jinping – che pure si appresta con molte probabilità a uscire ancora più potente dal Congresso – in questi dieci anni abbia finito per ricacciare il Partito dove era esattamente dieci anni fa, cioè distante dalla popolazione. E che il Partito venga così percepito come una sorta di organizzazione clanistica para mafiosa che fa i propri interessi e non ha alcuna considerazione della popolazione.

Da un lato il Partito sembra insistere con i suoi riti, dall’altro prosegue imperterrito – in modo quasi testardo – con politiche sociali ed economiche che non stanno risolvendo alcun problema. E che anzi, è il caso della politica “dinamica” Covid Zero, sta esacerbando gli animi e sembra ormai una fissazione della dirigenza giusto perché quella politica è di Xi Jinping e quindi diventa intoccabile.

Il Partito ha sempre basato la sua forza, e tutto sommato la sua legittimità, sulla capacità di percepire i sentimenti della popolazione e di rimediare a errori. Ora siamo di fronte a una situazione in cui o è sordo per una sua involuzione o fa finta di niente.

Negli ultimi giorni i media statali hanno infatti pubblicato, di nuovo, pubbliche lodi alla politica di contenimento del Covid senza porsi alcun problema per la vita delle persone che ormai da tempo sono totalmente in balia di questa policy.

La Cina ha sempre avuto la forza di sperimentare, diversificare e provare a vedere quale soluzione fosse la migliore “tra” un ventaglio di opzioni.

Se poi proprio al Partito non interessasse quello che sta provando – sui propri corpi – la popolazione, c’è un dettaglio non da poco che dovrebbe richiamare a qualche forma di attenuazione della policy: il rischio economico all’orizzonte.

Come ha scritto Yanzhong Huang su Foreign Affairs,«a differenza di quasi tutti gli altri paesi del mondo, la Cina continua a perseguire severi controlli alle frontiere, isolamento aggressivo dei contatti stretti, chiusure improvvise di aeroporti e spazi pubblici e blocchi improvvisi di quartieri e persino di interi comuni. Avendo scommesso un enorme capitale politico sulla strategia Zero Covid, la leadership cinese è restia a cambiare rotta, in particolare alla vigilia dell’importantissimo 20° Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese (…). Città dopo città, i funzionari stanno perseguendo misure eccessivamente dure nel tentativo di evitare focolai che potrebbero mettere in imbarazzo il governo».
nnn

Al di là infatti del probabile mandato a vita per Xi, perché la situazione è tale che, senza indicare alcun successore, Xi si appresta a governare fino a quando vorrà ritirarsi, c’è da chiedersi come il Partito affronterà prima di tutto il nodo economico, tanto più dopo che Xi stesso ha posto la questione della sicurezza nazionale come priorità rispetto alla tenuta economica.

La Bank of China ha fatto stime pessime, addirittura una crescita del 3,5%, la disoccupazione aumenta, i giovani sembrano sempre più delusi dalla situazione economica e sociale e lo scenario internazionale è piuttosto fosco.

Per questo, nei giochi di incastro del Congresso, dovremo tentare di scrutare le figure di sfondo. In particolare vedere se avanzeranno quei funzionari che dal punto di vista economico potrebbero provare a cambiare la rotta del paese; Wang Yang, ad esempio, dato come possibile premier ha fama di riformatore, benché abbia fatto di tutto per accreditarsi come fedele di Xi.

E poi c’è l’esercito dei tecnocrati 2.0 promossi dallo stesso Xi: nati negli anni ’60 e cresciuti nell’epoca delle Riforme. Potrebbero essere loro a cambiare, con molto tatto e calma, il paese. Ma qualcuno, prima di allora, di sicuro si brucerà.

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