“SOLO SÌ È SÌ” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“SOLO SÌ È SÌ” da IL MANIFESTO

«Per troppe donne non c’è il diritto a una vita libera»

IL DISCORSO DEL PRESIDENTE MATTARELLA NELLA GIORNATA PER L’ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA. Nel 2022 una vittima di femminicidio ogni tre giorni, dati in crescita per i reati di violenza sessuale, maltrattamenti e atti persecutori. Sono state 19.600 le donne che hanno affrontato nel 2021 il percorso di uscita dagli abusi attraverso i Centri antiviolenza

Adriana Pollice

L’ha picchiata con un bastone dentro un furgone, l’ha malmenata ancora e accoltellata, infine le ha reciso la carotide. Quindi ha scavato una buca e ha nascosto il cadavere poi è tornato a casa, si è fatto la doccia, si è cambiato gli abiti ed è andato dal barbiere: così a Partinico l’imprenditore di 51 anni Antonino Borgia nel 2019 ha ucciso Ana Maria Lacramioara Di Piazza, 30 anni. Lui sposato con figli, lei incinta di 3 mesi e con un altro figlio avuto da una precedente relazione. La Corte d’appello gli ha ridotto la pena (dall’ergastolo a 19 anni e 4 mesi) poiché ha eliminato le circostanze aggravanti riconosciute in primo grado: crudeltà, motivi abietti e futili, premeditazione.

«LA VIOLENZA contro le donne è un’aperta violazione dei diritti umani, purtroppo diffusa senza distinzioni geografiche, generazionali, sociali. Negli ultimi decenni sono stati compiuti sforzi significativi per riconoscerla, eliminarla e prevenirla. Tuttavia, per troppe donne, il diritto a una vita libera dalla violenza non è ancora una realtà»: sono le parole del presidente Sergio Mattarella pronunciate ieri nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. «Ci sono paesi dove anche chi denuncia è oggetto di gravi ed estese forme di repressione – ha proseguito -. Sono narrazioni dolorosissime, sino alle aberrazioni in quei territori che vivono situazioni di guerra dove le donne sono minacciate da violenze che possono sfociare nella tratta di esseri umani o in gravi forme di sfruttamento. Porre fine alla violenza contro le donne, riconoscerne la capacità di autodeterminazione sono questioni che interpellano la libertà di tutti».

E INFINE: «La violenza di genere, fisica, psicologica, economica fino all’odierna violenza digitale, mina la dignità, l’integrità mentale e fisica e, troppo spesso, la vita. Denunciare è un atto che richiede coraggio. Abbiamo il dovere di sostenere le donne che hanno la forza di farlo, assicurando le necessarie risposte in tema di sicurezza, protezione e recupero. Anzitutto la prevenzione e una cultura del rispetto che investa sulle generazioni più giovani attraverso l’educazione all’eguaglianza, al rispetto, al rifiuto di ogni forma di sopraffazione». La premier Meloni promette «prevenzione, protezione e certezza della pena». Mentre Salvini con la parlamentare Giulia Bongiorno lavorano «all’introduzione di nuove misure che garantiscano piena e immediata applicazione Codice rosso».

L’ENTITÀ DEL FENOMENO resta invariata: «Nel 2021 sono state uccise 118 donne (su 295 omicidi registrati in Italia), la maggior parte delle quali per mano di uomini con cui avevano o avevano avuto una relazione. Il trend è confermato nel 2022 e contiamo ancora una vittima di femminicidio ogni 3 giorni. Dati in crescita vengono registrati anche per i reati di violenza sessuale, maltrattamenti e atti persecutori»: a ricordarlo sono le toghe di AreaDG. L’Istat ieri ha fornito un report relativo al 2021: sono circa 19.600 le donne che hanno affrontato l’anno scorso il percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto dei Centri antiviolenza (straniere nel 30% dei casi).

OLTRE IL 70% si è rivolto ai Centri dopo aver subito soprusi per anni. Prima di prendere contatto, il 40% ne ha parlato in famiglia, il 29% si è rivolto alle forze dell’ordine, il 19% al pronto soccorso o in ospedale. Minaccia, stalking, violenza psicologica ed economica le forme di abuso più diffuse. Più gravi quando sono coinvolte donne giovani. Tra coloro che stanno affrontando il percorso di uscita, il 66,6% ha subito violenza fisica (soprattutto nella fascia 30-39 anni) e il 19,8% violenza sessuale (il 53,4% under 16; il 33,7% tra i 16 e i 29 anni). Nella maggioranza dei casi le diverse forme di violenza si sommano tra loro. Il 31,5% delle under 16 ha temuto per la propria vita (contro il 20,7% del totale delle donne) e oltre un quarto (26,7%) si è recato al pronto soccorso.

VALUTATE AD ALTISSIMO RISCHIO il 46% delle donne con meno di 16 anni e il 40% di quelle tra i 16 e i 29 anni. Elevatissimo il numero di casi in cui i figli assistono alla violenza subita dalla propria madre (72,6% delle vittime che hanno figli) e nel 21,4% dei casi i figli sono essi stessi vittima di violenza. Circa il 16% delle donne ha subito violenza durante la gravidanza. Nel 54,8% dei casi è il partner ad abusare, nel 22,9% un ex, nel 12,5% è un altro familiare o parente; le violenze subite fuori dall’ambito familiare e di coppia costituiscono il restante 9,9%. Il 10% delle donne ritira la denuncia durante le varie fasi del processo mentre quelle che raggiungono gli obiettivi del percorso di uscita sono solo il 22%.

Rischia la legge “solo sì è sì”, giudici spagnoli riducono le pene dei condannati

VIOLENZA MASCHILE. I casi dei tribunali di Madrid, Galizia e Baleari. Sánchez difende la noma, Vox attacca la ministra delle Pari opportunità Montero. In attesa del pronunciamento del Tribunal Supremo

Elena Marisol Brandolini, BARCELLONA   26/11/2022

La Procura generale dello Stato spagnolo ha dato istruzioni alle sue sezioni territoriali circa l’applicazione della legge contro la violenza sessuale, meglio nota come la legge “del solo sì è sì”, unificando i criteri di revisione delle sentenze definitive per questo reato.

La Legge Integrale di Garanzia della Libertà Sessuale, entrata in vigore lo scorso 7 settembre, è infatti stata al centro della polemica nei giorni scorsi in Spagna, per una serie di risoluzioni dei tribunali che hanno abbassato le pene ad alcuni aggressori sessuali di ragazzine minori di età. Questa almeno è stata l’interpretazione in alcuni casi dei tribunali di Madrid, Galizia e Baleari che hanno ritenuto di dover ridurre le condanne; mentre gli oltre 50 casi analizzati dai magistrati della Rioja non hanno dato luogo ad alcuna revisione di pena.

In attesa del pronunciamento del Tribunal Supremo che faccia giurisprudenza, le indicazioni della Procura sono che le condanne non debbano essere riviste quando la loro entità è contenuta nella gamma di pene prevista dalla nuova legge.

La Legge del “solo sì è sì” è considerata fondamentale nel cambiamento di paradigma attorno all’aggressione sessuale. Perché mette al centro del Codice penale la cultura del consenso alla relazione sessuale, secondo cui si richiede l’espressione chiara della volontà all’atto sessuale, per non poterla confondere col silenzio o con l’assenza di volontà. Inoltre, la nuova normativa non distingue più tra violenza e abuso sessuale com’era precedentemente sulla base della resistenza opposta dalla donna aggredita.

La sua approvazione infatti, avvenuta nel maggio scorso con i soli voti contrari del Partido Popular e di Vox, rappresenta la risposta istituzionale all’indignazione che percorse le piazze spagnole nel 2018, per la sentenza di primo grado nel processo alla cosiddetta “manada” di Pamplona, i cui componenti furono condannati per abuso e non per violenza sessuale, dal momento che la giovane vittima, in stato di shock, non si era difesa.

La questione dell’eventuale revisione delle condanne si propone in applicazione del principio costituzionale, contenuto nel Codice penale, di non retroattività, tranne che la nuova legge non sia favorevole al condannato. E poiché la nuova normativa, all’aver unificato i due reati di abuso sessuale e di aggressione sessuale in uno unico ha dovuto riarticolare il ventaglio delle pene, ampliandolo e ridefinendo nuovi limiti minimi e massimi, è probabile che un detenuto condannato alla pena minima chieda oggi la revisione della condanna se la nuova legge prevede dei minimi inferiori.

Che è quanto sta avvenendo. Ma la Procura ritiene che non debba esserci alcuna revisione quando il detenuto sia stato condannato con la vecchia normativa alla pena minima per un reato contemplato nella nuova legge, e questa preveda per quel reato una pena ancora minore. E per avallare il suo ragionamento, si riferisce alla disposizione transitoria quinta del Codice penale riformato nel 1995, secondo cui nelle pene privative della libertà non si considererà più favorevole la nuova legge «quando la durata della pena anteriore imposta sia anche imponibile secondo la riforma del Codice». Perché è chiaro che l’intento del legislatore era quello di proteggere le donne dalla violenza sessuale e non certo di ridurre le pene agli aggressori già condannati.

La legge non presenta alcuna disposizione transitoria, sulla cui opportunità i pareri differiscono. Il ministero di Pari opportunità attribuisce la responsabilità dell’abbassamento delle pene agli aggressori sessuali a una cultura prevalentemente maschilista presente nel sistema giudiziario spagnolo e rifiuta di assumersi la responsabilità che è di tutto il governo che l’ha proposta, del parlamento che l’ha votata e degli organi giudiziari che non hanno avvisato del possibile rischio.

Pedro Sánchez difende la legge e chiede di aspettare che gli organi di giustizia unifichino i criteri per la sua interpretazione. Vox, in parlamento, si scatena contro la ministra di Pari Opportunità Irene Montero con insulti maschilisti. Che risponde tra gli applausi: «Noi femministe e democratiche siamo di più e fermeremo questa banda di fascisti con più diritti».

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