SCIOPERO PER IL CLIMA: IN PIAZZA LA RABBIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SCIOPERO PER IL CLIMA: IN PIAZZA LA RABBIA da IL MANIFESTO

Sciopero per il clima, in piazza la rabbia dei Fridays for future

CLIMA. Da Torino a Napoli le proteste dei giovani in oltre 50 città: basta emissioni e grandi opere. Gli slogan: «Il tempo è scaduto, è ora di agire»; «Contro la guerra e il capitale c’è un pianeta da salvare». E a Firenze gridano: «Meno fascisti più ambientalisti»

Mauro Ravarino  04/03/2023

 Una mobilitazione collettiva per la giustizia climatica e per tante lotte specifiche sui territori, siano quelle sull’emergenza idrica o quelle contro i nuovi rigassificatori. In questa sollevazione, che è una corsa contro il tempo, i temi si intrecciano e si saldano, richiamando una prospettiva intersezionale. «Contro guerra e capitale c’è un pianeta da salvare», recita uno dei tanti cartelli nelle piazze italiane che hanno partecipato all’undicesimo Sciopero globale per il clima, il Global climate strike, svoltosi in tutto il mondo.

Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Bari, Genova, Verona e tante altre realtà (più di 50 città), ieri, hanno formato una marea verde di gioia e di rabbia. «La nostra rabbia è energia rinnovabile», riporta, infatti, lo striscione dei Fridays For Future. Nel mirino le grandi compagnie del fossile, Eni compresa. «Hanno innalzato alle stelle i loro ricavi a causa della guerra e del rincaro dei prezzi». Profitti che invece dovrebbero essere investiti «nei servizi delle città, nelle Cers (Comunità energetiche rinnovabili e solidali) e nei trasporti rinnovabili, sostenibili e capillari». La stessa radicalità che si legge in un post social di Greta Thunberg, da cui tutto partì: «Dal voto alla disobbedienza civile, chiediamo a tutti quanti di organizzarsi e di agire contro il capitalismo fossile, con gli strumenti adatti a ciascuno. Per la giustizia climatica abbiamo bisogno di spezzare oggi l’influenza delle società dei combustibili fossili, delle banche e delle assicurazioni, o domani sarà troppo tardi».

Nei cortei, tantissimi giovani e giovanissimi e, oltre ai Fridays, molti collettivi studenteschi, le femministe di Non una di meno, i lavoratori della fabbrica Gkn, pezzi di sinistra, gli attivisti di Extinction Rebellion e di Legambiente e molti altri. Sollecitano governi e istituzioni a ripensare lo «status quo» e a fare quel passo da troppo tempo disatteso: «È arrivata l’ora di agire».

A Torino, il serpentone è stato aperto dallo striscione dei Fridays «Crisi dopo crisi, un altro mondo è possibile», un riferimento implicito a quel movimento – i no global – che già più 20 anni fa aveva lanciato l’allarme sui rischi che la Terra stava correndo. I manifestanti hanno lasciato pesci morti davanti al Palazzo della Regione in piazza Castello, a dimostrazione di quel che resterà dei nostri fiumi, come protesta «contro l’inerzia delle istituzioni nell’affrontare la crisi idrica», che vede nel Piemonte la regione maggiormente colpita. Alcune attiviste di Extiction Rebellion hanno colorato di rosso l’acqua della fontana di Piazza Solferino con polvere di barbabietola «a denunciare le responsabilità politiche dello stato di grave siccità in cui ci troviamo». Greenpeace ha inscenato un funerale simbolico di To-Bike, il servizio pubblico di bike sharing chiuso lo scorso 12 febbraio dopo 13 anni. In via Pietro Micca, è stato esposto uno striscione contro il 41 bis in solidarietà ad Alfredo Cospito

Nella Milano «tempio del greenwashing» gli studenti, che hanno inaugurato il corteo con la scritta «Tomorrow is too late», hanno simbolicamente assaltato Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale, esibendo, poi, lo striscione «Il trasporto pubblico è ad un binario morto», mentre le forze dell’ordine in tenuta antisommossa si schieravano davanti alla cancellata. A Bologna, tanti cartelli contro il progetto autostradale del Passante e contro il rigassificatore previsto al largo di Ravenna: «La giustizia climatica non è compatibile con le grandi opere». Molti giovani a Firenze, ma anche – e non è una novità – gli operai della Gkn. Tra i cartelli, sicuramente d’attualità dopo i fatti fuori dal liceo Michelangiolo: «Meno fascisti, più ambientalisti».

A Roma, il corteo è stato aperto da una riproduzione del cane a sei zampe dell’Eni su blocchetti di banconote di grosso taglio. Gli attivisti hanno reclamato misure urgenti per contrastare siccità e desertificazione e hanno chiesto di tassare gli extra-profitti delle multinazionali che si arricchiscono con il conflitto in Ucraina: «Devono essere investiti nelle rinnovabili». In piazza anche parlamentari dell’Alleanza Verdi-Sinistra (per Angelo Bonelli «l’inazione climatica del governo Meloni è irresponsabile»).

Migliaia di studenti e attivisti in strada anche a Napoli. Dopo un corteo, l’occupazione simbolica dell’Università Federico II, dove i manifestanti hanno riaperto l’ex caffetteria della sede centrale dell’ateneo: «Nasce oggi il laboratorio ecologista autogestito ClimaX, un nuovo spazio dove rimettere al centro noi stessi e la battaglia contro la crisi climatica». E hanno aggiunto: «Dopo l’ennesimo suicidio legato alla pressione figlia del mondo accademico, pretendiamo spazi di cura per noi stessi, per la nostra generazione vessata da un sistema che ci impone competitività e performatività».

Auto fossili, il «rinviare a campare» non servirà al clima

CLIMA. La lobby in seno al governo tedesco guidata dai liberali e la (solita) spinta di retroguardia di quello italiano hanno contribuito al rinvio della messa al bando della vendita di auto a combustione interna dal 2035

Giuseppe Onufrio, Federico Spadini*  04/03/2023

Le pressioni di parte dell’industria automobilistica hanno fatto slittare la decisione europea sulla messa al bando della vendita di auto a combustione interna dal 2035. La lobby in seno al governo tedesco guidata dai liberali e la (solita) spinta di retroguardia di quello italiano, hanno contribuito al rinvio.

La motivazione pseudo-ambientalista utilizzata è quella di includere nelle politiche europee le benzine sintetiche da idrogeno verde che, in teoria, potranno rendere a emissioni zero anche la auto con il motore a scoppio. Così come i “biocarburanti sostenibili” così tanto spinti anche da Eni: è la “neutralità tecnologica”, bellezza.

Si tratta, invece, di cattiva politica energetica, spinta dai settori in ritardo sull’auto elettrica, e vediamo il perché.
È tecnologicamente possibile produrre benzine di sintesi a partire da idrogeno che, se prodotto con elettricità rinnovabile, consentirebbe benzine a emissioni di gas serra nulle (ma, purtroppo, con emissioni di inquinanti come gli ossidi d’azoto, nocivi alla salute). Si tratta di un processo industriale noto (ma ancora costoso) su cui ci sono già progetti e impianti dimostrativi, ma è ancora ben lontano dalla realtà industriale. Se ne discute, e da tempo, come possibile via per decarbonizzare i settori più difficili, come ad esempio il trasporto aereo su lunga distanza. Utilizzare i (futuribili) carburanti di sintesi nelle auto a combustione interna, invece, in alternativa all’uso diretto dell’elettricità, anche quando disponibili non è una grande idea.

Infatti, a parità di chilometri percorsi, un’auto a combustione interna che usi benzina di sintesi da idrogeno (verde) richiederebbe oltre il triplo di elettricità primaria, rispetto all’auto elettrica.

Ma invocare l’avvento futuro di questi carburanti è usato per mettere in discussione una svolta sulla quale alcuni produttori sono in ritardo più o meno grave. Le aziende che hanno già da tempo fatto questa scelta, abbandonare in prospettiva la produzione di auto a combustione interna, dicono chiaramente che l’uso dei carburanti di sintesi è troppo inefficiente.

Il problema di base è che il motore a scoppio – quello a benzina o il diesel – ha un’efficienza molto bassa. Che viene ulteriormente ridotta dal sistema di distribuzione che porta il movimento dei pistoni alle ruote. Così, per 100 unità di energia che sotto forma di benzina (fossile o di sintesi da idrogeno verde, o biocarburanti) che mettiamo nel serbatoio, l’energia utile alle ruote è inferiore al 20 per cento. Per questa ragione l’auto a combustione interna è stata giustamente definita “una stufa che si muove”, dato che la gran parte dell’energia consumata se ne va in calore. È la termodinamica, bellezza. Per i biocarburanti, quelli prodotti da scarti organici e non in competizione con la produzione di cibo, oltre alla questione della bassa efficienza, rimane da dimostrare la possibilità di produrre le quantità richieste dal mercato.

In un’auto elettrica, invece, per 100 unità di elettricità caricata nelle batterie, alle ruote l’energia utile è oltre il 70 per cento: alta efficienza del motore elettrico e assenza del sistema di distribuzione.

È grave che tutto il processo politico in questione venga compromesso alla vigilia della sua approvazione, che viene addirittura posticipata, che è solitamente una formalità perché segue a mesi di trattative fra i Paesi e le istituzioni europee.

Va ricordato anche che, nelle votazioni precedenti, anche il governo Meloni si era espresso favorevolmente sul phase-out delle auto a combustione interna al 2035, e questo improvviso cambio di rotta rischia di avere ripercussioni negative non solo sul raggiungimento degli obiettivi climatici da parte dell’Europa, ma anche sulla sua economia e competitività. Ed è assurdo che i ministri del governo italiano celebrino questo posticipo come una vittoria: in questo modo stanno mettendo in pericolo la transizione del settore automotive e lo sviluppo di quelle soluzioni di mobilità essenziali per ridurre le emissioni di gas serra ed evitare la catastrofe climatica.

* Greenpeace Italia

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