RAFAH VALICO PROIBITO: LA VITA NON PUÒ ENTRARE A GAZA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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RAFAH VALICO PROIBITO: LA VITA NON PUÒ ENTRARE A GAZA da IL MANIFESTO

In attesa della tregua Ahmed muore di fame in ospedale

AIUTI NEL DESERTO. Sono già 15 i bambini della Striscia uccisi dalla malnutrizione. Al Cairo non si muove nulla, la fine della guerra è lontana

Michele Giorgio, GERUSALEMME  06/03/2024

Non c’è solo Yazan Al Kafarna, apparso nelle foto pallido ed emaciato, con  gli arti scheletrici, morto lunedì e di cui ha parlato due giorni fa l’inviato palestinese alle Nazioni unite, Riyad Mansour. Molti altri bambini rischiano di morire per mancanza di cibo e di aggiungersi ai 15 già uccisi dalla fame all’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahiya, nel nord di Gaza dove la mancanza di cibo è più estrema. Uno dei più a rischio è Ahmed Qannan, non ha ancora tre anni: prima dell’offensiva militare israeliana pesava 12 kg, oggi la metà. Con gli occhi infossati, pelle e ossa, debolissimo, Ahmed giace in un lettino nel centro sanitario Al Awda a Rafah, sul confine con l’Egitto, assistito da una zia. I bambini intorno a lui non stanno meglio. Come Ahmed hanno bisogno urgente di calorie, vitamine, proteine, ma a Gaza sotto attacco israeliano trovare anche solo un pacco di biscotti è una impresa.
Le mamme sono malnutrite e non possono allattare i loro bambini. Non possiamo aiutarle, non abbiamo il latte artificiale
EPPURE, il cibo è lì vicino a Rafah, dall’altra parte della frontiera, sul versante egiziano dove sono fermi i camion che non riescono ad entrare a Gaza e a consegnare il loro carico preparato dalla Mezzaluna rossa, dall’Onu e da altre parti internazionali. Parlando all’agenzia Reuters, un’infermiera del centro Al Awda, Diaa Al-Shaer, ha detto che i bambini affetti da malnutrizione e da una serie di malattie legate all’alimentazione carente hanno raggiunto numeri senza precedenti. «Dovremo affrontare un gran numero di pazienti che soffrono a causa della malnutrizione», ha avvertito. I neonati non se la passano meglio, spiega il dottor Ahmad Salem, dell’unità di terapia intensiva del Kamal Adwan. «Le mamme sono esse stesse malnutrite e non possono allattare i loro bambini. Noi non abbiamo più latte artificiale». Adele Khodr, direttrice regionale di Unicef, l’agenzia dell’Onu per l’infanzia, ha detto di capire «Il senso di impotenza e disperazione tra genitori e medici nel rendersi conto che gli aiuti salvavita, sono a pochi chilometri di distanza, ma fuori portata. Deve essere insopportabile». Un’altra agenzia dell’Onu, l’Unrwa, presa di mira da settimane da Israele per una presunta «collusione con Hamas», denunciava ieri attraverso il suo commissario generale, Philippe Lazzarini, che nel nord di Gaza un bambino su sei sotto i due anni è «gravemente malnutrito».

SOTTO PRESSIONE, Israele ha deciso di consentire agli aiuti umanitari di entrare a Gaza via mare, riferiva ieri la tv Canale 13. Secondo quanto si è appreso, gli Emirati finanzieranno spedizioni di aiuti a Cipro dove saranno soggette a ispezione da parte di funzionari israeliani. Da lì le navi viaggeranno verso Gaza e scaricheranno le merci sulla costa. La prima flottiglia partirà per Cipro nei prossimi giorni con la speranza di raggiungere Gaza all’inizio del Ramadan, che inizierà il 10 o 11 marzo. La tregua però resta la vera strada per mettere fine alle stragi di civili e per rifornire con regolarità la popolazione della Striscia in gran parte sfollata nei mesi scorsi su intimazione dell’esercito israeliano. I negoziatori di Hamas sono rimasti al Cairo per il terzo giorno di colloqui sul cessate il fuoco, ma ieri sera la distanza tra il movimento islamico e Israele appariva incolmabile. Il gabinetto di guerra guidato da Netanyahu non ha inviato una delegazione in Egitto, prima vuole da Hamas la lista con i nomi dei circa 130 ostaggi israeliani a Gaza. L’organizzazione palestinese afferma di non essere in grado di fornirla poiché gli ostaggi sono sparsi in un territorio ampio e trattenuti da gruppi diversi. Israele ripete di essere interessato solo ad una tregua temporanea durante la quale verrebbero liberati gli ostaggi. Hamas ripete che qualsiasi accordo dovrà portare alla fine permanente delle ostilità e al ritorno degli sfollati al nord.

I MEDIATORI egiziani, smentendo le notizie di intese a portata di mano diffuse da alcuni media, spiegano che Israele e Hamas restano sulle loro posizioni e insistono sulle richieste che hanno impedito sino ad oggi un accordo. Un portavoce di Hamas, Bassem Naim, invece sostiene che il suo gruppo ha presentato una bozza di accordo di cessate il fuoco e ora aspetta la risposta da Israele. Un altro esponente di Hamas, Osama Hamdan, precisa che nessun ostaggio israeliano sarà rilasciato senza il cessate il fuoco definitivo a Gaza. Il governo Netanyahu replica che il suo paese che «sta facendo ogni sforzo per raggiungere un’intesa e ora aspetta una risposta da Hamas». Si schiera ancora una volta con Israele il presidente Usa Joe Biden. «L’accordo sugli ostaggi è solo nelle mani di Hamas… c’è stata un’offerta razionale. Gli israeliani hanno acconsentito… Sapremo tra un paio di giorni se ciò accadrà», ha detto ai giornalisti il presidente Usa prima di salire sull’Air Force One nel Maryland.

LE FORZE ARMATE israeliane ieri hanno ucciso un adolescente palestinese di 16 anni all’incrocio stradale di Huwara, in Cisgiordania, dopo un attacco con un coltello in cui un soldato è rimasto ferito. Da ottobre, almeno 358 palestinesi sono stati uccisi da soldati e coloni israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Nello stesso periodo almeno 12 israeliani sono stati uccisi in attacchi palestinesi. In Libano, un raid aereo israeliano contro il movimento sciita Hezbollah ha ucciso quattro persone nelle regioni meridionali del paese.

Lettera X al valico proibito. La vita non può entrare a Gaza

AIUTI NEL DESERTO. Camion fermi in Egitto. Il flusso di aiuti è in aumento da tutto il mondo. Ma i controlli impediscono arbitrariamente l’accesso

Chiara Cruciati, INVIATA AL VALICO DI RAFAH  06/03/2024

La fila di camion fermi comincia a Ismailiya. Gli autisti scendono, si sgranchiscono le gambe. Poco più avanti un checkpoint è la prima delle tante frontiere interne che da anni segnano l’eccezionalità militarizzata della Penisola del Sinai. Un funzionario del governo egiziano è seduto tra le corsie immaginarie del checkpoint, davanti un tavolino impolverato di plastica e un registro d’altri tempi: scrive a penna le targhe di ogni veicolo in transito. C’è lo spettro sociale al completo: auto scure con uomini in giacca e cravatta, furgoncini arrugginiti, pulmini di famiglie, ragazzi con la kefiah avvolta sulla testa e il volto scurito dal sole che qua picchia forte. Passa un pullman della Sinai University, è vuoto. Lo segue un pickup, trasporta centinaia di trecce d’aglio. Qualche centinaia di metri dopo, appare il checkpoint che conduce al tunnel del Canale di Suez. Dieci corsie, deserte. Era immaginato, forse, per un traffico imponente che oggi non esiste: il Sinai è blindato. In fondo a ogni corsia hanno montato scanner a raggi x per autobus e tir.

Di camion se ne vedono altri, alla spicciolata. Hanno i loghi di Unrwa, Oim, ong turche. Ricompaiono centinaia di chilometri dopo. Prima ad al-Arish, poi a Rafah. È qui, a un soffio da Gaza, che prende forma l’operazione Spade di ferro, lanciata da Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre.È nei 1.500 camion umanitari immobili tra al-Arish e Rafah. Sono strapieni di aiuti e la destinazione è a un passo. Eppure aspettano lì, sotto il sole del deserto.

«Il flusso di aiuti sta aumentando, da tutto il mondo. Mi verrebbe da dire: rallentate, non riusciamo a farli entrare. Ma come fai a dire di no a chi vuole donare?». Mohammed Noseer è il capo delle operazioni della Mezzaluna rossa egiziana (Erc) ad al-Arish. Ha una sessantina di anni e dice che una guerra così non l’aveva mai vista. Accoglie al valico la carovana solidale italiana organizzata da Aoi, con Assopace e Arci. Parlamentari dell’opposizione, giornalisti e ong sono venuti a chiedere il cessate il fuoco immediato.
Noseer si muove su e giù, davanti al valico, in mano un walkie-talkie: coordina entrate e uscite. Indica il muro di cemento che a destra e sinistra si spegne nel grande arco diventato simbolo dell’impotenza globale. Il valico sembra irreale, come il pannello della coreografia di un brutto film. Di qua una calma distopica, di là fame e bombe.
«I camion passano da qua ma non tutti quelli che vedete entrano subito a Gaza. Prima devono passare le ispezioni». È lì che si inaugura la complessa procedura frutto dell’accordo tra Israele, Egitto e Onu. La burocrazia militare rallenta disperatamente il flusso: «Ci sono due linee – dice Noseer – I convogli Onu si dirigono direttamente al valico di Kerem Shalom. I convogli della Erc, delle ong internazionali e quelli inviati da altri paesi vanno a Nitzana, 50 km a sud. Dopo l’ispezione si dirigono verso Kerem Shalom. Svuotano a terra il contenuto in attesa che lo carichino i camion palestinesi: Israele non autorizza nessun tir esterno a entrare a Gaza».

PER IL VIA LIBERA ci vogliono giorni, a volte settimane. Controllano anche gli autisti: passano dallo “scanner” dei servizi egiziani prima, di quelli israeliani poi. Un su e giù continuo perché ormai tutto transita da Kerem Shalom. Rafah è un falso ingresso, entra solo carburante. «I valichi, poi, lavorano solo cinque giorni a settimana. Chiudono venerdì e sabato, per la festa musulmana e quella ebraica. Ammazzano musulmani tutta la settimana, ma il venerdì gli lasciano una giornata di preghiera», ironizza amaro Noseer.
E i camion si accumulano al confine. A oggi ce ne sono 1.500. Ieri ha alzato la voce il presidente Biden, dall’AirForce One: Israele non ha più scuse per non consentire gli ingressi umanitari. Chissà se lo ha detto anche a Gantz, nell’incontro faccia a faccia di qualche ore prima.
A poca distanza dal valico un pezzo di terra brullo, accecato da sole e polvere, fa da parcheggio ai tir e da casa provvisoria ai loro autisti. Dicono che non ce la fanno più, qualcuno aspetta da un mese di scaricare. Ci sono una piccola moschea e un minuscolo minimarket. Si sono attrezzati, stendono i vestiti ad asciugare tra i musi dei camion, i cassettoni sui lati fanno da cucina e tavolino. Si preparano un tè, un piatto caldo. «Ci pagano lo stesso, ma è uno spreco – dice uno di loro – In giro per al Arish è pieno di tir. Ci tengono ai valichi per le ispezioni anche 7-8 giorni. Ci fanno tornare più volte per ispezionare lo stesso camion».

MOATAZ BANAFA fa parte del Gaza supporting team dell’agenzia delle Nazioni unite Ocha. In quel parcheggio, in un orizzonte di camion umanitari, prova a dare qualche numero: lì ce ne sono circa 800, altre centinaia sono lungo la strada. Altri ancora a Nitzana per i controlli, li chiamano sleeping trucks. Ci restano anche una settimana prima del via libera per Kerem Shalom. «In questo periodo ne passano al giorno 150. A volte di meno, 60 o 80. Ogni tir impiega sette-dieci giorni a entrare, qualcuno però è in attesa da un mese».
Da cosa dipenda non si sa. Accade spesso dentro i gangli dell’occupazione militare israeliana, la burocrazia è discrezionale, senza certezze, come una foschia. E poi ci sono le proteste: «I blocchi dei manifestanti della destra israeliana sono riusciti spesso a chiudere del tutto il valico – continua Banafa – È un costo per l’Onu e le ong: ogni giorno in più si paga. Di certo con un cessate il fuoco ne entrerebbero molti di più, lo abbiamo visto con la tregua di dicembre».

LE ISPEZIONI non sono una mera pratica. Il 10% degli aiuti torna indietro, con una X rossa sopra. Ce la mettono i funzionari israeliani. Ne basta una, su un solo pacco di aiuti, per bocciare un camion intero, dice Banafa. Gli aiuti bocciati la Mezzaluna rossa li immagazzina in una struttura ad al-Arish. Una lista di beni off limits in realtà non esiste, ci spiegava Noseer poco prima al valico: «Il Cogat (l’amministrazione civile israeliana per i Territori occupati palestinesi, ndr) non ci ha mai inviato una mail ufficiale con cosa è autorizzato e cosa non lo è. Mettono una X, lo rimandano indietro ma non danno una giustificazione. Abbiamo il magazzino pieno».

LO È. ALLA STRUTTURA in cemento ne hanno affiancate altre, prefabbricate, perché il materiale va protetto. «Rigettano tutto quello che produce energia, compresi i pannelli solari. Anche le lampade. Rigettano generatori, bombole d’ossigeno, frigoriferi. Ogni oggetto di metallo, anche le stampelle. Rigettano le tende se sono di colore militare: dicono che potrebbero essere usate da Hamas per le uniformi. E i kit per l’igiene se contengono tagliaunghie: dicono che possono essere usati come coltelli».
Il magazzino pullula di pallet accatastati uno sull’altro. Tre corsie di aiuti. Ci sono delle incubatrici, e sono l’oggetto che più degli altri fa venire i brividi: all’ospedale Shifa decine di neonati prematuri sono stati uccisi dal taglio dell’elettricità, dalle incubatrici spente e inservibili. Ci sono kit da cucina, letti per lunga degenza, generatori, contenitori per l’acqua, purificatori d’acqua. Beni che a Gaza segnano il confine tra vivere e morire.

«ISRAELE rimanda indietro alcuni beni anche in base a chi li ha donati– aggiunge Noseer – Se vengono dall’Iran, ad esempio, o da associazioni palestinesi. Togliamo i loghi dai pacchi e li mandiamo comunque». Succede anche con le ambulanze. Parcheggiate, là davanti al magazzino, ce ne sono sessanta. «Israele autorizza l’ingresso di sole sette ambulanze a settimana – conclude Banafa – Dentro ne ha distrutte a decine. Le ambulanze servono».
I palestinesi usano i carretti trainati dagli asini per portare via i feriti. E per portare via i corpi. Alcune ambulanze qui hanno il logo di paesi arabi. Basta staccarlo, nell’idea quasi rassicurante di poter aggirare un sistema malato.

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