QUELLA RITIRATA TRAVESTITA DA OFFENSIVA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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QUELLA RITIRATA TRAVESTITA DA OFFENSIVA da IL MANIFESTO

Quella ritirata travestita da offensiva

1984-2024, IL CASO BERLINGUER. L’Alternativa democratica era una via obbligata e impraticabile, la sua scommessa sono stati i tre anni di Solidarietà nazionale

Andrea Colombo  07/06/2024

Si scrive Enrico Berlinguer, si legge Compromesso storico, si traduce Solidarietà nazionale. La grande sfida politica della vita di Berlinguer è stata quella illustrata nei tre articoli su Rinascita tra il settembre e l’ ottobre 1973, per lanciare la quale il golpe cileno fu in tutta evidenza solo un’occasione da cogliere. La scommessa azzardata nella quale il segretario del Pci si giocò tutto e dalla quale né il Pci né la classe operaia italiana si sono più ripresi sono stati i tre anni di non sfiducia prima e di appoggio esterno poi ai governi monocolore di Giulio Andreotti.

L’ultimo scorcio della segreteria e della vita di Berlinguer, i primi anni Ottanta, non sono stati la fase eminente della sua parabola politica.

Quella interpretazione, magari dettata dalle migliori intenzioni, riduce quasi a parentesi il decennio precedente. Il «vero» Berlinguer sarebbe quello dell’Alternativa democratica e della questione morale: l’anticraxiano. Ma l’Alternativa democratica, peraltro impraticabile, era una via obbligata dopo la rottura voluta e praticata dalla Dc; che non esitò a liberarsi del Pci appena capì di non averne più bisogno. La questione morale, pur fondata, fu l’appiglio al quale provò ad attaccarsi una leadership che aveva dovuto prendere atto che la rotta seguita per anni non portava ad alcun approdo. La corruzione non era nata con gli anni Ottanta, non fu una scoperta successiva allo scandalo del terremoto in Irpinia. Giganteggiava anche di più quando, nel mezzo del compromesso, Aldo Moro affermava in pieno Parlamento che la Dc non si sarebbe fatta processare nelle piazze per lo scandalo Lockheed. Berlinguer ritenne allora che fosse opportuno non formalizzarsi e dal suo punto di vista aveva ragione. Al cospetto della strategia ambiziosa che aveva in mente quello scandalo e quelle parole tracotanti erano davvero robetta.

Del resto per chiarire la differenza tra l’investimento enorme che il segretario aveva riposto nel Compromesso e quello di risulta che portò all’Alternativa democratica basta mettere a confronto l’accuratezza quasi scolastica degli articoli sul golpe cileno, con l’approssimazione della nuova linea, messa insieme per lanciare «il governo degli onesti e dei competenti». Oppure basta mettere su un piatto della bilancia la ruvida drasticità con la quale Berlinguer, subito dopo aver lanciato il Compromesso, affidò i posti chiave della segreteria agli uomini della destra amendoliana, considerandoli giustamente i più adatti e anzi i soli adatti a gestire quella linea politica, e sull’altro la timidezza con la quale riassegnò le postazioni dopo la «svolta».

A prima vista l’indirizzo scelto da Berlinguer con poteva sembrare una riproposizione piatta del compromesso togliattiano e in effetti ci fu chi per tale la prese. Ma c’era di mezzo, come notarono i più acuti, quella paroletta «storico», che cambiava tutto. Nella visione di Enrico Berlinguer non c’era niente di tattico. Per quanto giustificata con considerazioni pragmatiche, non era neppure frutto di un realismo pragmatico come quello del Migliore. Quello del compromesso storico era l’orizzonte in cui Berlinguer credeva profondamente, il percorso che pensava potesse portare avanti l’Italia dopo la tappa segnata dalla Costituzione del 1948.

La solidarietà nazionale non era il compromesso ma era il primo passo su quella via e pur di imboccarla il segretario e tutto il partito, con la sola eccezione del predecessore Luigi Longo, accettarono condizioni capestro e ne furono soffocati. Come del resto era nei progetti lucidi di Andreotti e anche di Moro, se si deve dar credito a quel che racconta nelle sue memorie l’allora ambasciatore degli Usa in Italia Richard Gardner.

Per Berlinguer l’austerità non avrebbe certamente dovuto ridursi alla penalizzazione drastica delle fasce sociali che il Pci storicamente rappresentava. Lui stesso si lamentò sempre di quanto poco fosse stata capito il senso di quella formula. Però non avrebbe dovuto essere un filosofo liberale come Norberto Bobbio a ricordare ai comunisti che «solo coi sacrifici non si trasforma la società: l’austerità in genere è una raccomandazione dei padroni».

Il Pci non sarebbe arrivato al governo con il Compromesso storico, e l’essersene reso conto costrinse Berlinguer a quella ritirata travestita da offensiva che fu l’Alternativa democratica. Non ci sarebbe arrivato neppure se avesse seguito la linea opposta, quella suggerita dall’anziano Longo. Ma a metà degli anni Settanta la fortissima spinta dal basso che partiva soprattutto dalle fabbriche e traversava l’intera società italiana avrebbe permesso, a fronte di una Dc e di un padronato smarriti, divisi, costretti sulla difensiva, di imporre alterazioni rilevanti degli equilibri e dei rapporti di potere sociali. Quando Berlinguer fu costretto a imboccare quella strada, stavolta in contrasto con Amendola, era tardi. La sconfitta si era consumata ed era irreversibile.

La saldatura temuta, poi realizzata

1994 – 2024 IL CASO BERLINGUER . Il segretario era convinto che la convergenza dei partiti popolari e dunque delle masse cattoliche e comuniste (delle quali si dava per scontato i due partiti avessero la completa rappresentanza) fosse l’unico antidoto possibile a «una saldatura stabile e organica tra il centro e la destra»

Andrea Fabozzi  07/06/2024

«Quest’uomo, sotto il cui nome andrà la politica più di “destra” fatta dal partito, non è stato un uomo della “destra” comunista». Il caso Berlinguer è in queste poche righe dell’articolo scritto da Rossanda dopo la morte del segretario del Pci (lo ripubblichiamo integralmente in questo inserto). La politica di “destra” è il Compromesso storico, teorizzato da Berlinguer come indispensabile collaborazione tra il Pci e la Dc sulla base della convinzione, dopo il golpe in Cile, che «l’urto frontale tra i partiti che hanno base nel popolo conduce a una scissione in due del paese che sarebbe esiziale per la democrazia». Ma declinata assai più modestamente nei governi di Solidarietà nazionale, cioè nel sostanziale appoggio del Pci alla Dc.

Fallimentare negli esiti e subito criticata dal manifesto – «la “sensazionale” rinuncia di Berlinguer a un’alternativa di sinistra implica, col riconoscimento dell’egemonia della Dc, una duplice subordinazione della componente socialista sia al Pci che alla Dc: il vecchio frontismo era rose e fiori al confronto» – la scelta strategica di Berlinguer a oltre 50 anni di distanza può giovarsi del senno del poi. Il segretario era convinto che la convergenza dei partiti popolari e dunque delle masse cattoliche e comuniste (delle quali si dava per scontato i due partiti avessero la completa rappresentanza) fosse l’unico antidoto possibile a «una saldatura stabile e organica tra il centro e la destra». Che avrebbe messo a rischio niente di meno che «le basi stesse della sopravvivenza dello Stato democratico».

È vero che il golpe in Italia come in Cile non c’è mai stato (ma immaginato certamente sì), è vero che il problema del rapporto con i cattolici era sempre stato centrale per il Pci dal «partito nuovo» di Togliatti in avanti («senza bisogno di una qualifica da linguaggio del destino», Vittorio Gorresio), ma va anche riconosciuto a Berlinguer che quella «saldatura stabile e organica» tra destra e centro nel nostro paese si è poi effettivamente realizzata.

Guarda caso proprio immediatamente dopo la fine dei partiti di massa. Senza peraltro che né centro né destra si siano mai posti minimamente il problema del 51 percento che angustiava allora il leader Pci (gli pareva, per la sinistra, una maggioranza troppo esigua). Con quella saldatura dobbiamo fare i conti ancora oggi, dopo averla vista spuntare dieci anni dopo la morte di Berlinguer e cinque dopo il crollo del muro e lo scioglimento del partito comunista.

La sconfitta del Pci alle elezioni del 1979 avvia il processo di ripensamento di Berlinguer. Non del tutto lineare, anche a causa del suo progressivo isolamento all’interno gruppo dirigente comunista. Se nell’agosto del ’79 conferma al settimanale tedesco Stern in una famosa intervista che «un governo di sinistra nelle attuali condizioni non è una buona soluzione per le sorti della democrazia italiana» perché «con una Dc rigettata sulla linea dello scontro rischiamo una situazione cilena», pochi giorni dopo in un importante articolo ancora su Rinascita il segretario pone il tema dell’ingresso del partito nel governo: «La pregiudiziale esclusione del Pci impedisce che vengano affrontati i problemi di un nuovo corso economico» e accusa la Dc «dopo la morte di Moro» di assecondare «le forse reazionarie e conservatrici» mettendo così in dubbio «la sua stessa essenza di partito popolare e democratico».

Sono i semi dell’Alternativa democratica, subito colti da Lucio Magri che sempre su Rinascita così incalza Berlinguer: «Si può a lungo trascurare il fatto che invece di conquistare la Dc a un’intesa si sta logorando ogni giorno di più l’intesa politica e l’affinità culturale tra socialisti e comunisti?». Sulle potenzialità di quella “svolta” il manifesto discusse (una traccia di quelle discussioni si può cogliere ancora nei pezzi qui ripubblicati di Pintor e Rossanda) e la discussione continua, come testimoniano gli articoli di Colombo e Castellina. Sui suoi esiti ha deciso la storia.

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