PROTESTE NEL MONDO: “FERMATE LA STRAGE”! da IL MANIFESTO e LEFT
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PROTESTE NEL MONDO: “FERMATE LA STRAGE”! da IL MANIFESTO e LEFT

La più grande: 800mila a Londra per la Palestina

GRAN BRETAGNA. Manifestazione oceanica nel giorno dell’Armistizio, nonostante i tentativi della ministra Braverman di criminalizzare il dissenso. Ottanta arresti: tutti membri della destra che cercavano lo scontro

Leonardo Clausi, LONDRA  12/11/2023

Sfilare per un armistizio nel giorno dell’armistizio. Che fossero le 300mila persone delle stime prudenti della polizia, o le oltre 800mila degli organizzatori, era dai tempi della manifestazione contro l’invasione dell’Iraq del febbraio 2003 che non si vedeva tanta gente in piazza a Londra.

IL PREMIER Rishi Sunak e il leader laburista Keir Starmer sono entrambi ancora fermi alle «pause umanitarie» a Gaza, mentre la conta dei morti non si ferma. Organizzata dalla Palestine Solidarity Campaign, dai Friends of Al-Aqsa, dalle Stop the War Coalition, Muslim Association of Britain, Palestinian Forum in Britain e dai veterani della Campaign for Nuclear Disarmament, la quinta «demo» londinese consecutiva settimanale per il cessate il fuoco su Gaza è stata anche la seconda più imponente della storia britannica.

Si sono raccolti attorno alle dodici nell’aria ancora tagliente di una limpida mattinata di novembre a Hyde Park, per poi scivolare pacificamente lungo Park Lane, davanti agli albergoni inaccessibili al 99% e ai concessionari di supercar, fino all’ambasciata americana a Vauxhall, appena a sud del Tamigi, vicino alla pinkfloidiana ex centrale termoelettrica di Battersea. Sono un fiume di bandiere, kuffiyeh, studenti, famiglie, bambini, molti i migranti e i britannici di seconda e terza generazione.

Gli slogan vanno da «Dal fiume al mare, Palestina libera» a «Cessate il fuoco, ora!»; da «A migliaia, a milioni, siamo tutti palestinesi» a «Palestinians lives matter». Nutrita la presenza di piccoli gruppi di ebrei socialisti e anti-imperialisti, primi fra tutti i militanti della Jewish Voice for Labour.

Dalle quattro in poi a fine corteo ci sono stati gli interventi, tra cui quello del sindacalista della Rmt Mick Lynch, dell’ambasciatore palestinese a Londra Husam Zomlot e di Jeremy Corbyn. La manifestazione arriva dopo una settimana di polemiche roventi. Il percorso era stato appositamente pensato come neutro, delimitato, lontano dalle sedi governative.

Per via di timori di violenze, fomentati dalla ministra dell’Interno Suella Braverman e poi rivelatisi infondati, non è passato per il distretto governativo di Whitehall. Gruppi di estrema destra – un centinaio di persone in tutto – si erano dati appuntamento per «difendere» il Cenotaph, il memoriale di Guerra, che però era già ben difeso dalla polizia.

Alla fine gli arresti sono stati oltre ottanta e tutti di membri della English Defence League, come di svariate tifoserie fascio/nazionaliste, mobilitatisi sperando di entrare in contatto con i manifestanti. «Non siete più inglesi», gridano ai poliziotti. Per il resto nessun incidente, nessuna statua di ottimati dell’impero inglese imbrattata, nessuno scontro con la polizia.

PROPRIO lo svolgersi del corteo durante l’Armistice Day – che con oggi, Remembrance Sunday, costituisce le sentitissime 48 ore annuali di cordoglio nazionale in onore dei caduti di tutte le guerre – aveva fatto sgolare dagli strilli i media e i politici di destra.

A citare testualmente Braverman, si temevano «profanazioni» dei monumenti da parte delle «orde» filopalestinesi. Per tutta la settimana, la stessa Braverman aveva gettato benzina sul fuoco delle polemiche con una sfilza di dichiarazioni odiose (i senzatetto vivono per strada per scelta, le succitate «orde palestinesi», la sinistra radicale che godrebbe di favori e indulgenze negate invece alla destra, ecc.).

Il culmine l’ha raggiunto attaccando il capo della polizia Mark Rowley in un articolo sul Times che accusava la polizia di doppi standard: sarebbero troppo miti con la sinistra radicale e troppo duri con la destra. Un articolo destabilizzante e di portata costituzionale, uscito senza l’imprimatur del premier che sarebbe furioso nei suoi confronti.

QUELLO di Braverman sembra ormai un reiterato tentativo di farsi cacciare da Sunak che dovrebbe (il tentativo) aprirle la strada verso la leadership del partito. La defenestrazione potrebbe avvenire già domani, secondo i media generalisti, o forse dopo mercoledì, quando la Corte suprema si esprimerà in merito alle deportazioni di migranti irregolari in Ruanda in cui Braverman ha investito tutto il proprio capitale politico. La ministra è ora il vero volto della destra Tory reazionaria, una fazione ormai talmente estremista da far impallidire il compianto Ukip di Nigel Farage (di cui si sussurra un imminente tesseramento Tory).

Sa che la migrazione rimane uno dei nodi principali della politica interna e la sua retorica altamente infiammabile di certo contribuisce all’impennata di crimini di odio antisemita e islamofobo in corso nel paese.

Proteste a casa di Biden: «Niente cessate il fuoco, niente voto»

STATI UNITI. Martedì a Washington la manifestazione di sostegno a Israele

Marina Catucci, NEW YORK12/11/2023

A New York le 17 sono diventate l’orario delle manifestazioni pro Palestina, che si concentrano nella zona degli uffici di midtown Manhattan, che a quell’ora inizia ad accogliere il traffico dei pendolari. «È una lezione imparata ai tempi di Occupy Wall Street – dice Beverly, 37 anni, che nel 2011 era fra gli occupanti di Zuccotti Park – Per ampliare la visibilità si va dove già c’è gente, specialmente perché le manifestazioni vengono annunciate all’ultimo momento per dare meno tempo alla polizia di organizzarsi».

SEGUENDO questa strategia, da circa un mese le proteste iniziano nella zone turistiche come quella di Columbus Circle per spostarsi nell’area intorno a Times Square e infine approdare a Grand Central, dove due/tremila persone riescono a impedire l’accesso ai binari di uno dei più grandi snodi di trasporto della città. Le manifestazioni finora sono sempre state pacifiche, di quelle a cui i genitori portano i figli. «Io e la mia famiglia non abbiamo alcun legame con la Palestina – dice Julian, in piazza con suo figlio di 12 anni – L’unico legame è la difesa dei diritti umani, che è ciò su cui si basa l’America. È importante difendere la parità di diritti per tutti gli esseri umani e in questo momento vediamo un doppio standard tra palestinesi e israeliani. Quello che è successo il 7 ottobre è stato terribile, ma non giustifica l’uccisione di oltre 10.000 palestinesi».

PER CHI È IN PIAZZA il referente degli slogan è Joe Biden che continua ad essere criticato, e sabato migliaia di persone si sono radunate vicino alla sua residenza in Delaware, scandendo slogan molto chiari: «Niente cessate il fuoco, niente voto», «A novembre – mese delle elezioni – ce ne ricorderemo. A Biden non basterà tornare a Washington per non sentire le voci delle proteste: il prossimo martedì è in programma una manifestazione a favore di Israele, abbastanza grande da vedere fianco a fianco la Zionist Organization of America e l’Americans for Peace Now, nonostante i primi sostengano che i secondi appoggiano l’antisemitismo. I leader di entrambi i gruppi hanno detto che il 14 novembre a Washington sfileranno insieme nonostante le opinioni diverse.

GARANTIRE la presenza di questi due gruppi, che sono saldamente di destra e di sinistra, è uno degli scopi della manifestazione, il cui obiettivo principale non è quello di sostenere il sostegno Usa allo sforzo bellico di Israele, ma dimostrare che nonostante la polarizzazione un ampio spettro di organizzazioni ebraiche possono ancora unirsi dietro un messaggio generale di sostegno a Israele e di opposizione all’antisemitismo.
Ma non senza spaccature. «Non sono l’unico a trovarsi nella situazione in cui mia madre 80enne dell’Arizona vuole andare a manifestare a Washington – dice Sam, 54 anni, ebreo americano – mentre io e mia sorella andremo a quelle in favore della Palestina. Le ho detto: ’10.000 morti non ti bastano?’. Per lei è diverso, è da quando siamo piccoli che la sento dire che ’se è già accaduto, può accadere di nuovo’. Mia madre è laica e democratica, ma capisco che ora ha paura».

La tensione è anche tra istituzioni. Un ufficio del dipartimento di Stato, riferendosi alla distruzione di una casa palestinese a Gerusalemme, ha attaccato pubblicamente l’ambasciata israeliana negli Usa, scrivendo su X: «Il governo di Israele ha demolito la casa di una famiglia palestinese in risposta alle azioni del figlio di 13 anni. Un’intera famiglia non dovrebbe perdere la propria casa a causa delle azioni di un singolo individuo».«Il tredicenne è un terrorista che ha ucciso un cittadino israeliano», è stata la risposta secca dell’ambasciata israeliana.

«Fermate la strage», 21mila a Bruxelles

BELGIO. Tra gli oratori anche Omar Barghouti, fondatore della campagna “Boycott, Divestment and Sanctions”

Redazione 12/11/2023

«Fermate il bagno di sangue»: in 21mila, secondo la polizia locale, hanno sfilato per le strade di Bruxelles ieri pomeriggio per manifestare la propria solidarietà per i palestinesi. La “marcia europea per la Palestina” è partita poco dopo pranzo dalla Gare du Nord della capitale belga e, nonostante la pioggia battente, ha raccolto una folla importante proveniente anche dalle città vicine. Diverse sigle della società civile belga hanno aderito alla marcia, che ha visto sventolare per le strade centinaia di bandiere palestinesi e di slogan contro il premier israeliano Bibi Netanyahu. Tra gli oratori anche Omar Barghouti, fondatore della campagna “Boycott, Divestment and Sanctions”

Carichi israeliani bloccati al porto di Sydney

AUSTRALIA. Mercoledì al porto di Melbourne e ieri in quello di Sydney attivisti con bandiere palestinesi hanno bloccato i camion della compagnia israeliana di trasporti Zim, sdraiandosi davanti agli automezzi. La […]

Redazione 12/11/2023

Mercoledì al porto di Melbourne e ieri in quello di Sydney attivisti con bandiere palestinesi hanno bloccato i camion della compagnia israeliana di trasporti Zim, sdraiandosi davanti agli automezzi.

La protesta segue il rifiuto di caricare armi per Israele avvenute nei giorni scorsi nei porti di Genova, Barcellona e Tacoma (Usa). Nel caso dell’Australia, non si sa se i camion della Zim trasportassero armi: la legge è una delle più opache del mondo occidentale, solo le richieste di un senatore dei Verdi hanno permesso di sapere che quest’anno l’Australia ha approvato 52 permessi per forniture belliche a Israele.

Una causa legale è stata aperta lunedì da associazioni di palestinesi per conoscere i dettagli le esportazioni belliche e verificare se rispettano le leggi australiane sui diritti umani.

Latinoamerica, cresce il sostegno alla causa palestinese

 Simone Careddu  10 Novembre 2023

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Il presidente Lula lavora perché si trovi un consenso alle Nazioni Unite ad una risoluzione per «sbloccare la situazione in Medio Oriente» Cile, Venezuela e Cuba hanno richiamato i loro ambasciatori

Se il conflitto in Ucraina ci ha mostrato quanto l’Occidente avesse difficoltà ad esercitare influenza sul posizionamento dei Paesi latinoamericani nelle vicende internazionali, l’atroce guerra che imperversa da un mese nel quadrante mediorientale, ne è un’ulteriore conferma. Lo avevamo visto con la scelta di non aderire alle sanzioni degli Usa e della Unione europea contro la Russia.

E lo abbiamo visto recentemente all’Assemblea delle Nazioni Unite lo scorso 27 ottobre, in cui la maggioranza dei rappresentanti della regione ha votato a favore della risoluzione giordana per il “cessate il fuoco”. Solo Guatemala e Paraguay hanno votato contro, mentre Uruguay, Panama e Haiti si sono astenuti.

Anche su questo fronte, l’America Latina è sempre più parte attiva del cosiddetto Sud Globale che sui temi caldi di politica internazionale non si allinea con l’occidente, ma si muove come uno spazio geopolitico dal perimetro ben definito.

Ma andiamo con ordine. Storicamente i Paesi dell’Emisfero Sud Americano hanno sempre sostenuto la causa palestinese. Il forte sentimento anti-imperialista (in realtà mai sopito) di quelle nazioni nate proprio dalle guerre contro un’occupazione secolare che ha prodotto, in molti casi, una vera e propria pulizia etnica, è stato il collante principale della solidarietà latinoamericana verso il popolo palestinese.
Da quando lo scontro si è riacceso, le reazioni sia all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, che gli incessanti bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza, hanno provocato reazioni con diverse sfumature nelle cancellerie latinoamericane, rispondendo, oltre al dichiarato posizionamento geopolitico, anche delle esigenze interne, che siano di legittimazione ideologica o per via della presenza di grandi comunità ebraiche e palestinesi in alcuni Paesi.

Bukele: un palestinese tra Hamas e las maras

Tra le posizioni più interessanti da porre sotto i riflettori vi è senza alcun dubbio quella del presidente salvadoregno, Nayib Bukele. Di origine palestinese, il giovane e ricco sceriffo del piccolo Paese centroamericano è conosciuto in tutto il mondo per la sua guerra contro le bande criminali del piccolo paese centroamericano, ma anche per le denunce di Amnesty International di gravi violazioni di diritti umani per detenzioni arbitrarie, torture e maltrattamenti. A seguito degli attacchi terroristici del 7 ottobre ha dichiarato che «la cosa migliore che potrebbe accadere al popolo palestinese è che Hamas scompaia completamente. Quelle bestie selvagge non rappresentano i palestinesi». Carlos Malamud, uno dei più importanti politologi latinoamericanisti, vede in queste dichiarazioni «un parallelo tra il terrorismo di Hamas e quello delle bande che combatte duramente nel suo Paese». Un aspetto reso ancor più esplicito quando Bukele, a proposito della causa palestinese, ha definito come «grave errore» sostenere Hamas, perché equivalrebbe a schierarsi con la «Mara Salvatrucha», una delle più pericolose gang salvadoregne.

Argentina: una posizione difficile

L’Argentina ospita la più cospicua comunità ebraica in America Latina (450mila persone) e gli attacchi del 7 ottobre in terra israeliana hanno riportato alla mente degli argentini i tragici attentati antisemiti degli anni Novanta che provocarono la morte di oltre cento persone. Non è un caso che il presidente argentino, Alberto Fernández, abbia subito espresso la sua «forte condanna e ripudio del brutale attacco terroristico perpetrato da Hamas dalla Striscia di Gaza contro lo Stato di Israele». Contestualmente ha attivato tutti i canali per far fare ritorno in patria ai connazionali rimasti in Israele. Tuttavia, la scorsa settimana, la Casa Rosada, in un comunicato, dopo aver ribadito di riconoscere «il diritto di Israele all’autodifesa» ha affermato, riferendosi al bombardamento di un campo profughi nella Striscia, che «nulla giustifica la violazione del diritto umanitario internazionale e l’obbligo di proteggere i civili nei conflitti armati, senza distinzioni di alcun tipo». Una posizione che ha provocato prontamente la reazione della comunità ebraica locale che ha chiesto di differenziarsi dalle «posizioni pusillanimi di alcuni Paesi della regione».

Boric, Petro e Castro richiamano gli ambasciatori

Il Cile, la Colombia e l’Honduras, a seguito della feroce e indiscriminata controffensiva nella Striscia di Gaza, hanno richiamato i propri ambasciatori a Tel Aviv. Partendo dal Paese centroamericano, il 3 novembre il governo di Tegucigalpa ha preso questa decisione «a causa della grave situazione umanitaria in cui versa la popolazione civile palestinese nella Striscia di Gaza».

Pochi giorni prima era stata la volta del Cile, che ospita la più grande comunità palestinese fuori dai confini mediorientali. Il presidente Boric di fronte «alle inaccettabili violazioni del diritto internazionale umanitario», ha richiamato il proprio rappresentante diplomatico perché «le operazioni militari israeliane sono diventate una punizione collettiva della popolazione civile palestinese a Gaza». Per sgomberare il campo da ogni dubbio, il leader cileno ha preferito sottolineare la sua condanna, «senza esitare», nei confronti di Hamas, ma niente, però «giustifica questa barbarie» nella Striscia.
Diverso il discorso per Bogotà e Santiago. Petro, sin dall’inizio del conflitto si è distinto per le sue posizioni in difesa del popolo palestinese, diventando uno dei Presidenti più critici dell’azione militare israeliana e creando malumore all’interno del Paese per questo uso smodato di dichiarazioni via social, su temi di politica estera che dovrebbe seguire un iter istituzionale. Tra le sue uscite su X, vi è quella in cui ha rilanciato un’indagine di Amnesty International che accusa l’esercito israeliano di aver fatto un uso indiscriminato di fosforo bianco in un attacco nel sud del Libano il 16 ottobre. Pochi giorni dopo, sempre sulla stessa piattaforma, ha fatto sapere di aver richiamato l’ambasciatore spiegando che «se Israele non ferma il massacro del popolo palestinese, non possiamo essere presenti lì».

Messico e Brasile: un’equidistanza difficile

Le due potenze regionali, Messico e Brasile, guidate rispettivamente da López Obrador e Lula, in questi giorni hanno virato verso la moderazione, ma con qualche attrito tra i diversi livelli istituzionali. Ad esempio, se la segreteria del dipartimento degli esteri messicano ha condannato gli attacchi di Hamas e invitato palestinesi e israeliani a ricercare «una soluzione globale e definitiva del conflitto», il presidente da Ciudad de México ha preferito fare leva sul suo mantra pacifista «non vogliamo la guerra» e condannare «l’uso della forza contro i civili».
Dal canto suo, il Brasile ha assunto una posizione più moderata perché, al momento dell’escalation, aveva la presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Dopo aver condannato gli attacchi terroristici di Hamas, ha più volte chiesto il cessate il fuoco e l’intervento della comunità internazionale. Per questo il presidente Lula sta lavorando affinché si trovi un consenso all’interno delle Nazioni Unite su una risoluzione per «sbloccare la situazione in Medio Oriente» e «porre fine alle sofferenze umane da entrambe le parti».

L’Asse bolivariano

Il blocco bolivariano, formato da Cuba, Venezuela, Nicaragua è stato quello più coerente. I tre regimi sono gli unici a non aver condannato gli attacchi del 7 ottobre. Al contrario, hanno giustificato le incursioni di Hamas. Il presidente nicaraguense, Daniel Ortega, si è dichiarato «sempre solidale con la causa palestinese, sempre fraterno, sempre vicino» e si è opposto all’«aggravamento» del “terribile» conflitto israelo-palestinese. Sulla falsariga, Maduro in Venezuela e Diaz-Canel a Cuba hanno ricordato che il conflitto non è iniziato il 7 ottobre, ma che l’offensiva dei miliziani è stata la conseguenza, come ricorda il presidente cubano, di «75 anni di violazione permanente dei diritti inalienabili del popolo palestinese e della politica aggressiva ed espansionistica di Israele». Per questo, da Caracas si chiede la fine dei «bombardamenti indiscriminati» e lo stop al «genocidio». All’asse bolivariano si è aggiunta la Bolivia, che non ha mai condannato apertamente gli attacchi di Hamas. Inoltre, il governo di La Paz ha recentemente deciso di rompere le relazioni diplomatiche con Tel Aviv «nel ripudio e nella condanna dell’aggressiva e sproporzionata offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza, che minaccia la pace e la sicurezza internazionale», richiamando, contestualmente, a un cessate il fuoco.

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