PER UN CESSATE IL FUOCO PERMANENTE E UNA SOLUZIONE POLITICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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PER UN CESSATE IL FUOCO PERMANENTE E UNA SOLUZIONE POLITICA da IL MANIFESTO

Per un cessate il fuoco permanente e una soluzione politica

ISRAELE/PALESTINA. L’appello di 4mila tra intellettuali, giornalisti, artisti, diplomatici e associazioni italiane

*** 29/11/2023

La fragile tregua ottenuta per Gaza è il frutto di una lunga mediazione internazionale, ma servono un cessate il fuoco permanente e una vera soluzione politica per una prospettiva concreta di pace e giustizia.

Il 7 ottobre Hamas ha ucciso e rapito civili inermi nelle loro case, per strada, a un festival sottraendoli alle loro famiglie. È stato un attacco che ha colpito prevalentemente civili ebrei israeliani, tra cui bambini, anziani, attivisti storici per la pace e contro l’occupazione ma anche lavoratori migranti, palestinesi con passaporto israeliano o residenti in Israele. Sono seguite settimane di bombardamenti indiscriminati da parte del governo israeliano contro la popolazione di Gaza, con scuole ed ospedali divenuti cimiteri. Più di un milione di palestinesi è stato costretto a lasciare le proprie case per dirigersi nel sud di Gaza, che non è più un luogo sicuro.

Non ci sono corridoi umanitari adeguati, acqua, cibo, energia. In Cisgiordania è cresciuta esponenzialmente la violenza da parte di coloni armati contro la popolazione civile palestinese.

Davanti a questi orrori, l’opinione pubblica internazionale in Europa si è polarizzata, con il ritorno di gravissimi episodi di antisemitismo e islamofobia, riportandoci alla retorica dello scontro di civiltà che ha fatto danni enormi negli ultimi decenni.

La lotta contro l’antisemitismo non può essere né una mossa ipocrita per cancellare il retaggio del fascismo, né un’arma in più per reprimere il dissenso e alimentare xenofobia e pregiudizio antiarabo. Deve invece essere parte integrante della lotta contro ogni forma di razzismo.
Questa logica binaria – da una parte o dall’altra – è la trappola a cui è necessario sottrarsi in questo momento. Non si può cancellare l’orrore del 7 ottobre, ma si può fermare la strage a Gaza. Un crimine di guerra non ne cancella un altro: alimenta solo l’ingiustizia che prepara il terreno ad altra violenza.

Rivendichiamo il diritto e il dovere di guardare la guerra sempre dal punto di vista delle vittime, perché sono loro l’unica certezza di ogni conflitto.

La protezione dei civili, senza distinzione di nazionalità, residenza o religione, e degli ospedali, deve essere il primo obiettivo di un’azione diplomatica della comunità internazionale e delle forze della società civile.

Chiediamo la fine definitiva del massacro a Gaza, l’avvio di corridoi umanitari adeguati e la liberazione di tutti gli ostaggi. In Israele oltre mille palestinesi sono trattenuti in detenzione amministrativa, tra cui centinaia di minori, di cui chiediamo il rilascio. È necessaria una soluzione politica a partire dalla fine del regime di apartheid e delle politiche di colonizzazione e di occupazione militare israeliane. Non potrà mai esserci sicurezza – per i palestinesi, per gli israeliani, per nessuno di noi, – senza eguaglianza, diritti e libertà.

* * * Promotori: Emergency, Laboratorio ebraico antirazzista – LeA, Mediterranea e Assopace Palestina;
Sottoscritto da tante altre associazioni, tra cui Amnesty International Italia, Arci, Libera, Gruppo Abele, AOI, Un Ponte per, Beati i costruttori di pace, Lunaria, Associazione SenzaConfine, Articolo 21… e per ora sono circa 4.000 quelli che hanno sottoscritto, tra questi 400 personalità del mondo accademico, del mondo dello spettacolo, giornalisti e diplomatici, tra cui:
don Luigi Ciotti, Miguel Benasayag, Goffredo Fofi, Marco Damilano, Michele Serra, Pier Francesco Favino, Alessandro Bergonzoni, Carlo Ginzburg, Fiorella Mannoia, don Albino Bizzotto, Lisa Clark, Toni Servillo, Ferzan Ozpetek, Luca Zingaretti, Elio Germano, Ascanio Celestini, Greta Scarano, Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Vittoria Puccini, Giorgio Diritti, Mario Martone, Alba Rohrwacher, Alice Rohrwacher, Saverio Costanzo, Caterina Guzzanti, Paola Cortellesi, Edoardo Winspeare, Enzo Traverso, Carlo Rovelli, Tommaso Di Francesco, Alessandro Gilioli, Francesca Fornario, Stefano Nazzi, Alberto Negri, Nico Piro, Andrea Capocci, Alessandro Calascibetta, Ali Rashid, Alessandro Robecchi, Giulia Blasi, Donald Sassoon, Loredana Lipperini, Annamaria Testa, Raffaele Alberto Ventura, Luciana Castellina, Nicola Lagioia, Sandro Veronesi, Christian Raimo, Maurizio Braucci, Teresa Ciabatti, Mario Ricciardi, Giorgia Serughetti, Marco Revelli, Alessandro Portelli e tantissimi altri….
* Per l’elenco completo dei firmatari, individuali e collettivi, e per sottoscrivere al seguente sito: https://cessateilfuoco.org/

Un unico stato dal fiume al mare

ONE-STATE FOUNDATION. Il dibattito sulla soluzione più giusta per Israele e Palestina non si è mai spento. Ospitiamo gli interventi di due realtà all’avanguardia del panorama israeliano e palestinese. Qui l’opzione di due entità indipendenti con Gerusalemme città aperta e libertà di movimento su tutto il territorio

Hamada Jaber, Ofer Neiman*  29/11/2023

Gli accordi di Oslo, firmati cerimoniosamente il 13 settembre 1993, hanno portato a trent’anni di miseria e di profonde violazioni dei diritti umani in Israele-Palestina. Negli ultimi tre decenni, migliaia di persone sono morte, l’odio è cresciuto e la disperazione si è aggravata. Noi, un palestinese e un israeliano, desideriamo fare il punto su quanto è accaduto, valutare il potenziale di cambiamento e sottolineare il potenziale di azione efficace che tutti noi possiamo intraprendere. Nel farlo, dobbiamo mettere in discussione le basi stesse di un «processo di pace» che era condannato fin dall’inizio.

Gli accordi di Oslo prevedevano un’intesa temporanea per un autogoverno palestinese limitato in piccole enclavi dei Territori palestinesi occupati, rimandando a una data successiva la risoluzione delle questioni fondamentali. Il compianto Edward Said si affrettò a lanciare un monito contro questo accordo nell’ottobre 1993. Riteneva che l’accordo potesse facilitare la continuazione dell’occupazione e degli insediamenti israeliani, osservando che «nel documento c’è ben poco che suggerisca che Israele rinuncerà alla violenza contro i palestinesi».

Said ha sottolineato l’aspetto coloniale dell’accordo, ha tratto lezioni dalla lotta per la fine dell’apartheid in Sudafrica e ha proposto una soluzione basata su «uguaglianza o niente».

I leader del partito laburista israeliano sono stati sorprendentemente onesti sull’essenza del processo di Oslo. Shlomo Ben-Ami, storico e ministro degli Esteri nel governo di Ehud Barak, ha dichiarato che «gli accordi di Oslo sono stati fondati su una base neocoloniale» con l’intento di imporre ai palestinesi «una dipendenza quasi totale da Israele» in una «situazione coloniale» che doveva essere «permanente». L’allora ministro israeliano dell’Edilizia abitativa, Binyamin Ben-Eliezer, ha dichiarato che i laburisti «costruiscono tranquillamente» in Cisgiordania, con la piena protezione del primo ministro Yitzhak Rabin.

Questa mentalità di malafede è culminata nella condotta del premier israeliano Ehud Barak nei falliti negoziati del 2000, esemplificata dalla sua dichiarazione che «apparentemente non c’è nessun partner per la pace». Barak è stato chiamato in causa dal defunto Ron Pundak, uno degli architetti israeliani degli accordi di Oslo. In un’aspra autopsia, Pundak scrisse che «l’attuazione insincera e incompleta durante l’amministrazione di Netanyahu e la cattiva gestione dei negoziati sullo status permanente sotto Barak sono stati i due principali ostacoli al raggiungimento di un accordo».

Il “disimpegno” israeliano da Gaza del 2005, sotto il premier Ariel Sharon, fu una mossa palesemente unilaterale volta a prevenire le pressioni internazionali e basata sul disprezzo per i palestinesi. Questo sentimento è stato sintetizzato dall’assistente senior di Sharon, Dov Weisglas, che ha affermato che la creazione di uno Stato palestinese dovrebbe essere fuori discussione, almeno «finché i palestinesi non si trasformeranno in finlandesi». Non c’è da stupirsi che il piano non sia riuscito a fermare la spirale di violenza e abbia provocato un «disastro umanitario artificiale» a Gaza, secondo il principale gruppo israeliano per i diritti umani, B’tselem.

Negli ultimi anni, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, insieme agli alleati di destra di tutto il mondo, ha cercato di cancellare la questione israelo-palestinese dall’agenda globale. La realtà, tuttavia, si impone e la crisi non può essere ignorata. Il discorso pubblico riconosce sempre più la realtà dello Stato unico in Israele-Palestina e vi applica il paradigma dell’apartheid. Amnesty International, Human Rights Watch e B’tselem lo hanno fatto, concludendo che «un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo è apartheid». L’apartheid è riconosciuta come un crimine contro l’umanità e la Corte penale internazionale (Cpi) è sottoposta a crescenti (e giustificate) pressioni affinché intervenga e ritenga gli autori del crimine responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

Il cambiamento del discorso dà forza a coloro che cercano una soluzione giusta e sostenibile in Israele-Palestina. Invece di concentrarsi solo su Gaza e Cisgiordania, come nel processo di Oslo, la nostra Fondazione per uno Stato unico sostiene un quadro globale che garantirebbe a tutti coloro che risiedono tra il fiume e il mare uguali diritti in una terra condivisa.

Nel corso degli anni sono stati pubblicati numerosi piani dettagliati per una soluzione democratica a uno Stato. Invece di proporne uno nuovo, crediamo che ci sia spazio per legittimare l’idea generale alla base e incoraggiare tutte le campagne in tal senso, senza scegliere un piano specifico.

Secondo dati recenti, un quarto degli israeliani e il 35% dei palestinesi sono favorevoli alla soluzione dello Stato unico. Si tratta di un dato notevole e piuttosto incoraggiante, se si considera che nessuno dei principali partiti politici israeliani o palestinesi, compresa la maggior parte dei partiti che rappresentano i cittadini palestinesi di Israele, ha appoggiato questa soluzione. Inoltre, una storia di colloqui segreti tra i leader dei coloni israeliani e i palestinesi alla fine degli anni Novanta dimostra che anche i potenti integralisti possono cercare il dialogo quando percepiscono che la traiettoria politica non è più favorevole alla loro causa.

La spirale di violenza, soprattutto in Cisgiordania, riempie il vuoto lasciato da coloro che gettano la spugna. Dobbiamo agire per piegare l’arco della storia verso l’uguaglianza costituzionale per tutti. Siamo fermamente convinti che una tale trasformazione sarà utile a tutte le comunità. Abbiamo tutti molto da guadagnare nel porre fine all’attuale realtà di occupazione, oppressione, apartheid e lutto.

*One-State Foundation

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