“PATIRE LA FAME O ESSERE UCCISI: CALPESTATO IL PRINCIPIO DI UMANITÀ” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“PATIRE LA FAME O ESSERE UCCISI: CALPESTATO IL PRINCIPIO DI UMANITÀ” da IL MANIFESTO

«Patire la fame o essere uccisi: calpestato il principio di umanità»

Palestina Un’intervista a Olga Cherevko, portavoce a Gaza di Ocha, l’Ufficio delle Nazioni unite per il Coordinamento degli affari umanitari

Chiara Cruciati  04/06/2025

Tre giorni di stragi, fuoco sparato contro i palestinesi alla disperata ricerca di cibo, secondo un sistema pensato per una competizione barbara. I pacchi della Gaza Humanitarian Foundation non vengono consegnati, vengono lasciati a terra, costringendo le persone a combattere per ottenerne uno sotto il fuoco dell’esercito israeliano. Hunger games.

Ne abbiamo parlato con Olga Cherevko, portavoce a Gaza di Ocha, l’Ufficio delle Nazioni unite per il Coordinamento degli affari umanitari.

Le agenzie Onu criticano da settimane il sistema di distribuzione di aiuti della Ghf. Quali principi viola?

L’Onu e le agenzie umanitarie a Gaza e ovunque nel mondo operano secondo principi umanitari stabiliti a livello globale: umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza. Umanità significa che ci sforziamo di alleviare le sofferenze e le affrontiamo dovunque si trovino; lo scopo dell’azione umanitaria è proteggere la vita e la salute e assicurare il rispetto degli esseri umani. Neutralità significa che gli attori umanitari non devono prendere parte nelle ostilità o in controversie di natura politica, razziale, religiosa o ideologica. Imparzialità significa che l’azione umanitaria va portata avanti solo sulla base del bisogno, dando priorità ai casi più urgenti di sofferenza e senza fare distinzioni di nazionalità, etnia, genere, credo religioso, classe o opinione politica. Indipendenza, infine: l’azione umanitaria deve essere autonoma da obiettivi politici, economici o militari o qualsiasi altro scopo che un attore può perseguire nel momento in cui implementa l’assistenza. Abbiamo detto chiaramente che non intendiamo essere parte di un sistema che palesemente contravviene a questi principi, un sistema che mette le persone a rischio, che priva alcune aree dell’assistenza umanitaria e che usa gli aiuti come pedina di scambio o come strumento per raggiungere scopi militari o politici.

Dopo l’inizio dell’attività della Ghf, le vostre paure si sono rivelate fondate. Cosa sta provocando una simile azione?

Oggi abbiamo ricevuto di nuovo denunce di un alto numero di vittime accolte negli ospedali, colpite vicino ai siti dove gli aiuti sono distribuiti. Le persone non dovrebbero mai rischiare la vita nel cercare cibo o qualsiasi cosa serva a sopravvivere. La gente di Gaza è chiaramente lasciata alla fame o alla prospettiva di essere uccisa. Sono entrata oggi a Gaza, ho visto migliaia di affamati intorno ai nostri veicoli. Indicavano le loro bocche e i loro stomaci: hanno fame. La situazione non è mai stata così grave come ora. Lavoro qui da anni e non ho mai visto Gaza in questo stato.

Qual è la situazione in termini di sfollamento a causa del continuo aumento delle zone che l’esercito israeliano dichiara inaccessibili?

Oltre 640mila persone sono state nuovamente sfollate dopo la rottura della tregua il 18 marzo scorso. È un terzo della popolazione di Gaza. 200mila persone solo dal 15 maggio. Molte fuggono senza niente, arrivano in nuove zone con addosso solo i vestiti.

Le Nazioni unite potrebbero riavviare subito le operazioni nei centri di distribuzione se i camion di aiuti entrassero?

Il nostro meccanismo di lavoro è sempre stato funzionante, un sistema che assicura che gli aiuti arrivino alla popolazione in tutta Gaza. Siamo pronti a ripartire al ritmo raggiunto durante il cessate il fuoco. Tutti i valichi vanno riaperti e il nostro lavoro non deve essere ostacolato. Non parlo solo di cibo, ma di tutto ciò che serve a sopravvivere, rifugi, carburante, gas da cucina, medicinali. E, al di là dell’aiuto umanitario, dobbiamo permettere al settore commerciale di ripartire così che le persone possano ricostruire la propria vita. È l’unica strada. Questa situazione non può continuare, questa catastrofe sta peggiorando di ora in ora e deve finire subito.

Una nuova tangenziale per accelerare l’annessione

Territori occupati Netanyahu approva la costruzione di una strada «per i palestinesi» che sfiorerà soltanto Gerusalemme Est. Israele ha costruito in Cisgiordania 800 chilometri di strade e autostrade per i suoi coloni

Michele Giorgio  04/06/2025

GERUSALEMME

Non si parlava da un po’ del villaggio beduino di Khan al-Ahmar, ai piedi di Gerusalemme. Destinato alla demolizione nei piani delle autorità israeliane – e con esso la «Scuola di gomme» costruita dalla ONG italiana Vento di Terra –, in questi ultimi anni è stato risparmiato dalle voraci pale delle ruspe israeliane grazie alle pressioni europee sul governo Netanyahu.

«Non ho mai creduto che il pericolo fosse alle spalle, mi aspettavo le nuove mosse israeliane», dice Eid Jahalin, della comunità beduina che da decenni vive in quella zona. «Se aprono la strada di cui parlano, è finita: quest’area sarà annessa a Israele e faranno di tutto per svuotarla dei palestinesi e per mandarci via, come hanno minacciato tante volte», aggiunge Jahalin, portavoce del piccolo agglomerato di baracche e tende circondato da insediamenti coloniali israeliani.

Dopo il via libera dato a marzo dal governo israeliano alla costruzione, nella zona, di una strada separata per i palestinesi, gli abitanti del villaggio si ritrovano di nuovo con lo spettro dello sgombero davanti agli occhi. Ma sono tutti i palestinesi a dover temere i progetti israeliani. I ministri di estrema destra che affollano l’esecutivo guidato da Netanyahu invocano a gran voce l’accelerazione dell’annessione della Cisgiordania a Israele. Dopo aver ottenuto pochi giorni fa il via libera alla costruzione di 22 colonie, ora insistono per la realizzazione rapida della tangenziale che vedrebbe i palestinesi spostarsi – attraverso gallerie sotterranee – tra le principali città cisgiordane, restando allo stesso tempo a distanza dall’insediamento di Maale Adumim (il più grande, con decine di migliaia di abitanti) e dalla zona est della città, che considerano la capitale del loro futuro Stato indipendente.

Israele intende infliggere un colpo fatale alle rivendicazioni palestinesi su Gerusalemme Est, la parte araba della città. Oltre alla tangenziale, sono già pronti progetti per la costruzione di 4.000 alloggi, scuole, ambulatori sanitari e molto altro nella zona E1: 12 km² di eccezionale importanza politica. Realizzarli significherebbe allungare a est il percorso del Muro israeliano, assorbendo nell’area di Gerusalemme Maale Adumim e il piccolo Khan al-Ahmar.

«Netanyahu e i suoi ministri intendono realizzare un’annessione di fatto, prendendo lo spazio intorno a Maale Adumim e rendendolo parte integrante di Gerusalemme», spiega Aviv Tatarsky, dell’organizzazione anti-insediamenti Ir Amim.

Per Mohammad Mattar, della Commissione per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti, la tangenziale approvata da Israele «non serve a rendere la vita più facile ai palestinesi. Gli israeliani, in realtà, realizzano la loro visione: nella zona E1 loro si muoveranno in alto e controlleranno il territorio, mentre i palestinesi viaggeranno sotto, attraverso valli o tunnel».

Costruire in quell’area significa separare definitivamente la Cisgiordania settentrionale da quella meridionale. Inoltre, la rete stradale costruita per connettere le colonie tra loro e con Israele, oltre a separare fisicamente i centri abitati palestinesi, riduce il loro accesso a risorse e servizi. Parte di questa strategia sono anche gli avamposti coloniali, ufficialmente illegali anche secondo la legge israeliana, che poi vengono riconosciuti. Dal 2023 al 2025, il loro numero è cresciuto del 43%.

Quella approvata a marzo non è un’infrastruttura isolata. Rientra in un piano più ampio, iniziato negli anni ’90. Secondo i dati dell’Ong B’Tselem, negli ultimi due decenni Israele ha costruito oltre 800 chilometri di strade in Cisgiordania destinate prevalentemente all’uso dei coloni israeliani, molte delle quali vietate ai palestinesi o accessibili solo con permessi speciali. Un esempio è la cosiddetta «strada dell’apartheid» (la 4370), inaugurata nel 2019 a nord di Gerusalemme: una carreggiata divisa da un muro di cemento alto otto metri, con una corsia destinata agli israeliani e l’altra ai palestinesi, che non hanno accesso diretto a Gerusalemme. Per attraversare la Cisgiordania, un palestinese deve spesso percorrere decine di chilometri in più rispetto a un colono israeliano, affrontare posti di blocco e code interminabili.

Esperti internazionali e palestinesi parlano di una «politica del bantustan», ossia di un sistema di enclave palestinesi collegate solo da corridoi, ma prive di qualsiasi sovranità. A Khan al-Ahmar, intanto, i bambini giocano felici. «Sono cresciuti qui liberi, sulla base delle nostre tradizioni e del nostro modo di vivere. Non li porteremo via da un’altra parte, resteremo nella nostra terra», promette Eid Jahalin.

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